HIROSHIMA: Persone non palazzi


Ultimo post “intenso” su Hiroshima.
Torno ancora a parlare del Museo memoriale della pace di Hiroshima che per me è diventato il museo delle persone. Non avrei mai pensato di dedicare a questa città così tanti post.

Ho dovuto chiedere a Willy se avesse fatto delle foto del museo. Io mi ero immersa nel viaggio e non ne avevo scattate. Anche lui in realtà, ne aveva fatte poche. Un po’ per quella sensazione che ti prende dentro.
Pareti nere.
Folla silenziosa.
Una domanda ti martella in testa: “Perché? Perché? Perché?”.

Io lo chiamo museo delle persone.
Cammini e leggi i nomi e le storie di chi quel giorno era lì.
Vedi le loro foto,
Gli indumenti.
Dove si trovavano.
Chi erano.
Cosa accadde.

Cadi dentro la loro vita. Non rimani asettico, non vedi un palazzo caduto, vedi una vita spezzata.

Queste, qui sotto, sono le foto che ha fatto Willy.

Ne ho cercate altre in rete. Le metto qui per provare a far percepire cosa significa guardare gli oggetti delle persone. Persone che non ci sono più, spazzate via in un istante o consumate dopo, lentamente, da un’umanità che di umano aveva perso tutto.

Ogni indumento, ogni oggetto, ogni piccola cosa, aveva una storia, un nome e quasi sempre un volto. Chi era a scuola, chi ci stava andando, persone al lavoro, persone che vi si recavano, persone innamorate, persone che avevano scoperto di aspettare un figlio, persone che erano guarite da una malattia e speravano per il futuro, persone…
Se esiste un’anima, la mia ha raccolto tutte quelle storie e le ha portate con sé in un abbraccio.

Gli Hibakusha1 sono i sopravvissuti alla bomba. Ci sono loro e le loro testimonianze di quello che accadde quel giorno: prima il Pika, il lampo, un bagliore bianco azzurro intenso. Chi guardò direttamente quella luce ebbe la retina bruciata istantaneamente. Poi il Don, il tuono, che arrivò qualche secondo dopo, una vibrazione che sembrava scuotere la terra.

Successivamente il Silenzio, irreale, interrotto solo dal crepitio degli incendi, mentre le persone che erano fuori dall’ipocentro, camminavano con la pelle che pendeva dalle braccia e dai volti. Il calore intenso aveva sciolto i tessuti. Fu chiamata la “Processione dei fantasmi” perché le persone camminavano con le braccia protese in avanti per evitare che la pelle toccasse altre parti del corpo.

Gli Hibakuska raccontano della disperata sete causata dal calore termico. Dopo circa 20/30 minuti dall’esplosione inizio la “Pioggia Nera“, la caduta di polvere radioattiva e fuliggine sotto forma di pioggia oleosa, che inquinò terreno e acqua. Molti, spinti da questa sete, la bevvero e morirono a causa di essa e delle radiazioni letali che portava con sé.

Cosa accadde a Hiroshima il 6 agosto 1945 e nella successiva mezz’ora?

DA 0 A 500 METRI: IPOCENTRO
Qui la temperatura raggiunse i 3000-4000 gradi di calore. Mortalità del 100%. Tutto ciò che era organico venne istantaneamente vaporizzato o carbonizzato. Le radiazioni in questa zona erano istantanee e letali. È in questa zona che si sono state create “Le ombre“. Se una persona o un oggetto si trovava davanti a una superficie, faceva da scudo. La persona veniva vaporizzata e sulla pietra rimaneva la sua “ombra”, un negativo fotografico impresso dal calore. L’onda d’urto era così forte che tutti gli edifici vennero polverizzati o ridotti a scheletri.

DA 501 A 1000 METRI: DISTRUZIONE TOTALE
Il tasso di mortalità, in questa zona, superava il 90%, chi non moriva per il crollo degli edifici, rasi totalmente al suolo, subiva ustioni di terzo grado su tutto il corpo. I vestiti prendevano spontaneamente fuoco.

DA 1001 A 1500 METRI: L’INFERNO DI FUOCO
L’onda d’urto era ancora forte; qui avvenne quella che fu chiamata la “Tempesta di fuoco“. Migliaia di piccoli fuochi man mano si unirono creando un unico enorme incendio che aspirava ossigeno soffocando le persone nei rifugi. Oltre a questo, in questa zona, le persone subirono danni agli organi interni causati dalla pressione dell’onda d’urto e la cecità (per chi aveva osservato il lampo).

DA 1501 A 2000 METRI: DANNI GRAVI
Le costruzioni subirono pesanti danni strutturali; migliaia di persone vennero ferite dallo scoppio dei vetri delle finestre, schegge di vetro sparate ad alta velocità come proiettili. Altre subirono ustioni di secondo e terzo grado sulla parte di pelle esposta.

OLTRE I 2000 METRI: DANNI MODERATI E RADIAZIONI A LUNGO TERMINE
I danni strutturali degli edifici diminuivano; le persone in questa fascia sembravano illese, ma nelle settimane successive iniziarono a mostrare i segni degli effetti delle radiazioni e della pioggia nera. Questo fu chiamato “Mal di raggio“: portava con sè nausea, emorragie e perdita di capelli.
Oltre a tutto ciò, nei sopravvissuti, l’aumento di leucemie e tumori, sono stati osservati per decenni. Non ho dati aggiornati su come venga monitorata oggi la situazione.

Vorrei dire che cose simili non accadono più, che le persone non vengono più “evaporate”, ma non posso dirlo, succede ancora oggi, qui vicino a noi, con l’utilizzo di bombe termobariche che arrivano a generare un calore fino a 3500 gradi, tutto ciò nell’indifferenza di una parte del mondo e con la complicità di tantissimi governi, tra cui il mio.

La foto di copertina, riguarda le centinaia e centinaia di post-it che invitano e parlano di pace, sono posti vicino all’uscita del Museo. Post-it colorati pieni della speranza di tutti noi comuni umani, grandi e piccoli, che aborriamo quello che è successo e quello che succede ancora oggi, tutti noi che non siamo capaci di accettare che accadano queste cose e continuiamo a “gridare” perché smettano di accadere.
Saremo ascoltati prima o poi?

  1. La parola Hibakusha significa letteralmente “persona colpita dall’esplosione”. Oggi l’età media supera gli 85 anni. La loro storia post conflitto è dolorosa. Una vita piena di discriminazioni, non riconoscimenti.
    Sono stati soggetti a censura durante l’occupazione statunitense tra il 1945 e il 1952. Era vietato parlare degli effetti delle radiazioni o criticare l’uso della bomba. Di conseguenza gli Hibakusha “non esistevano” e, stante le informazioni nascoste, non venivano adeguatamente curati. Oltre a ciò, dovettero affrontare un pesante stigma sociale. Le persone pensavano che le radiazioni fossero contagiose o che avrebbero avuto figli malformati. Nel settore del lavoro non venivano considerati perché ritenuti fragili e destinati a morire presto.
    Viene da dirlo vero? Dal danno alla beffa. ↩︎

HIROSHIMA: La panca


L’ingresso del Museo memoriale della pace di Hiroshima è a livello strada. Appena entrato puoi scegliere se recarti a sinistra o a destra. Noi abbiamo deciso di dirigerci verso sinistra, ed è stata la scelta giusta. A sinistra scendi lentamente sotto il livello del suolo.

Far scendere le persone è stato pensato appositamente perché il corpo capisca prima della mente. Non sei lì a fare il “turista rumoroso”. Discendendo, man mano, avverti anche la sensazione di “taglio” con il mondo esterno. Vedi solo l’illuminazione poco più che fioca, i nomi alle pareti e le scritte, fino ad arrivare al centro, dove si trova una panca circolare illuminata. Questa è stata l’unica foto che ho fatto in ore che sono rimasta nel museo; sono stata “rapita” dalle emozioni che ho vissuto.

La panca è al centro di una sala circolare e sembra galleggiare nell’acqua, il simbolismo dell’acqua è voluto a ricordare lo strazio delle vittime della bomba atomica, che gravemente ustionate dal calore, imploravano acqua prima di morire. Se si potesse osservare la panca e il bacino dall’alto, si vedrebbe la forma di un orologio fermo alle 8:15, l’istante esatto dell’esplosione sopra la città il 6 agosto 1945.

Ancora una volta l’architetto Kenzō Tange ha “colpito e affondato”. Questo spazio minimalista è stato progettato per entrare, senza permesso, nell’anima e farti carpire tre cose:

Responsabilità collettiva. Ti fa capire che questa non è solo una tragedia lontana nel tempo, ma porta un messaggio con sé: “Questo accade quando la tecnologia corre più veloce dell’etica“.
Guardate che sta accadendo ancora, ai giorni nostri, la tecnologia di guerra corre più veloce dell’etica. Armi sempre più sofisticate e mortali, droni e IA al servizio della morte, senza considerare le persone e l’umanità.

Silenzio. Il silenzio che “senti” nonostante le persone, il “peso” del vuoto dei rumori del mondo, ti fa entrare psicologicamente nel “Non c’è nulla da fare. Devi solo stare qui. Ascoltati e ascolta le voci di chi non c’è più“.

Memoria attiva. Un promemoria: se dimentichi, ripeti. Le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki non sono state incidenti, sono state scelte umane. Gli esseri umani fanno ancora oggi scelte discutibili, con una costanza suicida e tragica.

HIROSHIMA: Due nomi innocui per un orrore immenso


Andare a Hiroshima e non vedere e parlare della Cupola della bomba atomica, chiamata anche A Bomb Dome, è impossibile. Detto questo, sono consapevole che nessuna parola che io dirò, nessuna foto che posterò, potrà farvi davvero percepire, emotivamente, l’esser lì a pochi metri dalla disumanità umana.
Sganciare delle bombe atomiche su città piene di persone inermi è disumanità. Non esiste giustificazione al mondo per una cosa del genere, eppure, assurdamente, le ho sentite, giustificazioni per aver sganciato delle bombe su quelle due città.

L’edificio era un centro espositivo, dove si tenevano fiere, vendite di prodotti locali e anche mostre d’arte. Si presume che al momento dello scoppio della bomba all’interno vi fossero trenta persone, morte istantaneamente.

La Cupola si è salvata perché era quasi sotto l’ipocentro, questo permise alla struttura di non disintegrarsi. Le due immagini di repertorio, in bianco e nero, qua sotto, danno una vaga idea di quanto sia stata devastante.

L’ipocentro è a circa 160 metri dalla Cupola ed è il punto esatto in cui esplose la bomba. Little boy ci mise 43 secondi a esplodere a circa 600 metri di altezza. Causò una palla di fuoco seguita da un’onda d’urto che rase al suolo la città nel raggio di chilometri. Non è stato facile trovarlo, non è esposto è celato, non ci sono turisti intorno. Quella semplice lapide e quelle poche parole sono il contrasto tra la tragedia di allora e la resilienza della città che è rinata.

La foto di copertina rappresenta la pietra commemorativa della tragedia avvenuta. La pietra è il luogo in cui si prega e si fanno delle offerte di fiori e cibo. I due kanji incisi hanno un significato profondo: 慰 (I) significa consolare, dare conforto o lenire e 霊 (Rei) significa spirito, anima o defunto. Letti insieme si leggono Ireitō: “Consolare le anime dei defunti”.

Avrei anche terminato di parlare della cupola. In effetti, ho finito, ma voglio parlare di come, anche allora, come oggi, PURTROPPO, hanno usato inermi popolazioni per sperimentare sul campo gli effetti delle armi e per mandare messaggi ai “nemici”.

Sperimentazione effetti sul campo: non si limitarono a usare le bombe atomiche, ma per vedere gli effetti decisero due città diverse e due bombe diverse. “Little boy” per Hiroshima e “Fat Man” per Nagasaki.

Hiroshima – LITTLE BOY
06.08.1945
Nagasaki – FAT MAN
09.08.1945
MaterialeUranio 235Plutonio 239
MeccanismoA “cannone”, sparava una massa di uranio una contro l’altraA implosione, più complesso e potente
Potenza15 chilotoni21 chilotoni
ImpattoEsplosa su una città pianeggiante, causando quasi la totale distruzione e stima di vittime IMMEDIATE di circa 70000/80000 personeA causa del terreno collinare e della deviazione del punto di sgancio (la bomba non esplose sopra l’obiettivo ma a circa 3 km di distanza), l’area fu devastata fu più piccola. La stima delle vittime IMMEDIATE è tra 22000/75000 persone

Entrambi i bombardamenti hanno provocato, inclusi gli effetti a lungo termine, oltre 200.000 morti.

Messaggi ai “nemici”: furono scelte le due città di Hiroshima e Nagasaki perché erano città integre, e non erano state pesantemente bombardate in precedenza. Questo le rendeva perfette per dimostrare l’enorme potere distruttivo e mandare un messaggio all’Unione Sovietica (poco contava che in Europa era alleata con loro contro i tedeschi).

HIROSHIMA: Il carillon e le speranze disattese


Il Parco della Pace, nonostante fosse gremito di studenti in uscita didattica e di turisti, era avvolto nel silenzio e coperto da un cielo bigio, questo ha fatto sì che tutto quello che abbiamo visto quel giorno abbia assunto una valenza ancora più impattante.

Ci siamo trovati davanti al Cenotafio per le Vittime della Bomba Atomica.

Il monumento ha questa struttura ad arco, che ricorda un haniwa, la tipica costruzione d’argilla che era messa sulle tombe nell’antico Giappone. L’arco è pensato per proteggere le anime dalle intemperie. Fa da cornice a due simboli: alla Fiamma della Pace, che brucerà fino a che tutte le armi nucleari non saranno rimosse dalla terra, e alla Cupola della Bomba Atomica, che si vede in lontananza al suo interno. L’impatto visivo è forte, quello emotivo ancora di più.

Al centro dell’Arco, sul terreno, si trova una cassa di pietra. Dentro c’è il registro con i nomi di tutte le persone morte a causa dell’esplosione e di quelle morte dopo per colpa delle radiazioni. Sulla pietra è incisa una frase: “Riposate in pace, perché l’errore non sarà ripetuto“.

Stante quello che succede nel mondo, non credo che quelle anime riposino in pace.

Da lì ci siamo diretti verso la Cupola, e nel farlo siamo passati accanto alla Torre dell’orologio della Pace.

Questo monumento è alto circa 20 metri. Ai suoi piedi vi è una figura femminile, rappresenta la Dea della Pace. Volutamente non ha uno stile né orientale, né occidentale, ma è un mix tra le due, un ponte tra le due culture.
Il corpo della struttura simboleggia le mani dei cittadini di Hiroshima giunte in preghiera. In cima alla torre si trova una sfera dorata, un orologio a tre facce, che rappresenta il mondo intero e l’umanità. L’idea è di un mondo con un unico cuore, un unico battito, per prevenire il ripetersi di simili tragedie.

Stante quello che succede nel mondo ora, questa speranza è già stata disattesa.

Una cosa di cui non siamo stati testimoni, ma che trovo davvero toccante, e che ogni mattina, alle 8.15, nella torre risuona un carillon. Le 8.15 è l’ora in cui fu sganciata la bomba atomica il 6 agosto del 1945.

Kenzō Tange è l’architetto giapponese che ha curato l’intero piano di ricostruzione del parco. La mia stima per questa persona, per il suo lavoro e la sua capacità di “aiutare” a “vedere”, man mano è salita nel corso della giornata a Hiroshima.

HIROSHIMA: Monumento alla pace dei bambini – Siamo ripetenti in storia.


Scrivere questo post su Hiroshima e sulle emozioni che ho vissuto non è semplice per me. Ho avuto emozioni intense, allentate nel corso della giornata da momenti leggeri. Per questo ho deciso di dividere quella giornata in più post. Quelli, chiamiamoli “intensi”, che mi sono penetrati e quelli, che quel giorno, mi hanno aiutato ad allentare il dolore, la rabbia, la frustrazione che ho provato.

MONUMENTO ALLA PACE DEI BAMBINI
Questo monumento è sorto in memoria di tutti i bambini morti a causa del bombardamento atomico di Hiroshima (senza dimenticare Nagasaki). Questo monumento è stato ispirato a Sadako Sasaki, esposta alle radiazioni quando aveva due anni e morta per leucemia circa dieci anni dopo.

In cima al monumento c’è una statua in bronzo che rappresenta una giovane ragazza che solleva una gru dorata a simboleggiare i sogni per un futuro di pace. Sotto il monumento vi è un’iscrizione che recita:
Questo è il nostro grido. Questa è la nostra preghiera. Per costruire la pace nel mondo.

Tutto intorno al monumento ci sono delle teche al cui interno ci sono centinaia di gru di carta. Dovete sapere che secondo un’antica tradizione giapponese, chiunque riesca a piegare 1000 gru di carta, vedrà esaudito un desiderio. Sadako Sasaki, la bambina di cui ho parlato qui sopra, iniziò a piegarle con la speranza di guarire.

Queste ghirlande di gru oggi, oltre al tributo a Sadako, portano con sé anche il significato di: preghiera per la pace, speranza e guarigione, impegno dei giovani per un futuro senza guerra.

Volendo si può partecipare anche dall’Italia. Hiroshima accoglie gru da ogni angolo del mondo per tenere vivo il messaggio di Sadako.

Per partecipare devi piegare quante gru desideri (anche se dovrebbero essere 1000, non sono obbligatorie), infilarle in corde per facilitarne l’esposizione, assicurandosi che non si sfilino durante il viaggio. Insieme alle gru è bene inserire un foglio (meglio se in inglese, a meno che non conosciate il giapponese) con questi dati: nome del mittente, indirizzo email o postale e un piccolo messaggio di pace. Il tutto va spedito a:
Peace Promotion Division The City of Hiroshima 1-5 Nakajima-co, Naka-Ku Hirosima 730-0811 JAPAN

Quel giorno, per la prima volta in vita mia, ho visto Willy commosso.
Io… io ho mischiato al “groppo” che avevo in gola, tanta rabbia, non avete idea di quanta, per come una parte dell’umanità abbia deciso di comportarsi allora, come abbia potuto fare una cosa del genere, consapevole di quello che sarebbe successo, e per come da quello non abbia imparato niente: Palestina, Gaza, Cisgiordania ne sono la prova.

Ad oggi, in quei territori, circa 22.000 bambini sono stati uccisi ed identificati. Nota bene, sto parlando di quelli identificati. Si arriva a 35.000 se si includono le stime di Save the Children e delle fonti locali che calcolano anche i dispersi sotto le macerie (o gli “evaporati”).

Come non fare l’abbinamento di bambini “evaporati”quando ora si sa che hanno usato armi e bombe termobariche e termiche acquistate dagli americani? Questo tipo di armi e bombe “evaporano le persone”.
Quando ne parlo e scrivo, come ora, mi viene in mente sempre una frase di Jean Paul Sartre: “Se Dio non esiste, tutto è permesso.”1

  1. A titolo informativo, solo se siete “curiosi” e volete incaxxarvi come me:
    A – Le bombe termobariche  operano in due passaggi. Prima rilasciano una nube di carburante in forma aerosol, poi la innescano. La deflagrazione genera una sfera di fuoco a 2.500 – 3.500 gradi di calore. Questo esaurisce  l’ossigeno circostante e produce un’onda d’urto di lunga durata che disintegra i tessuti corporei.
    B – MK-84 “Hammer” sono proiettile da 900 kg riempiti di una combinazione di TNT e polvere di alluminio. L’alluminio eleva la temperatura di esplosione fino a incenerire immediatamente la materia organica.
    C – GBU-39 (Small Diameter Bomb) sono impiegati in attacchi precisi, incluso quello alla scuola al Tabin nell’agosto 2024. Contiene un esplosivo formulato per amplificare l’onda d’urto termica all’interno degli edifici.
    D – Il fosforo bianco, documentato da Human Rights Watch e Amnesty International fin dall’inizio del conflitto, nell’ottobre 2023. La giustificazione ufficiale è la creazione di schermi fumogeni, ma l’effetto è un incendio chimico che arde fino all’osso. ↩︎

SHIKOKU: l’ultimo giorno tra sacro e profano


Questo sarebbe stato l’ultimo giorno sull’isola e un po’ di dispiacere c’era: c’eravamo abituati ai giri ai mercati coperti, ai templi e ai santuari, al sakè e alle persone del luogo.

Il Yashima Temple e il Yashima Shrine ci aspettavano. In Giappone i Templi Buddhisti e i Santuari Shintoisti molto spesso sono uno accanto all’altro. Questo dipende dal fatto che le due religioni convivono pacificamente in una forma di sincretismo chiamata Shinbutsu Shugou.
Praticamente da sempre i kami, le divinità shintoiste, vengono interpretati come manifestazioni del Buddha.
I giapponesi spesso praticano entrambi i riti: matrimoni e nascite con gli Shintoisti, funerali con i Buddhisti.

Il tempio fa parte del pellegrinaggio degli 88 templi dello Shikoku. Le foto di procioni che vedete riguardano Tasaburo Tanuki, il protettore della zona.

Il santuario, chiamato anche Sanuki Toshogu, è dedicato agli ex signori feudali di Takamatsu, gli Matsudaira. Portali torii accompagnano una passeggiata nel bosco.

Ah… i gatti sono kami per natura, quindi il micione che gironzolava tra santuario e tempio per diritto divino è nella foto. Poi il fatto che io sia una gattara devota è puramente causale.

Dall’alto c’è un panorama solenne, da una parte le isole e il mare interno di Seto e dall’altra si vede la città di Takamatsu.

Ritornati in città nel pomeriggio, ci siamo diretti all’asilo gestito da Brunella e Maurizio. Non metto foto dei bimbi, ma sappiate che ci hanno accolto tutti con curiosità. Ci avevano preparato letterine e gru di carta. Cose finite nel mio solito: “Le metto qua, così quando mi servono da fotografare, le trovo”. Come da tradizione, non mi ricordo minimamente dove le ho messe.
Appena le ritrovo, aggiornerò il post.

Ognuno di loro si è presentato dicendo chi era, poi ho dovuto presentarmi io, in giapponese, impapinandomi sulla frase più semplice che esista da dire, il proprio nome. Ma ero davvero emozionata. Io non ho molto “spirito materno”, ma con loro mi è “fuoriuscito” un pochetto. Un bimbo di nome Haruto, poi, ha voluto la foto con noi, e alla fine abbiamo fatto la foto con tutti quanti.


L’ultimo giorno stava finendo. La mattina seguente saremmo ripartiti dall’isola per una nuova città.
Prima di rientrare in albergo ho scoperto che nella galleria c’era un negozio Animate. A Tokyo avevo girato parecchio, ma niente, esaurito ovunque. Avevo promesso alla mia amica di portarglielo.
La fortuna aiuta i tenaci. Given sarebbe tornato con me in Italia.

SHIKOKU: Takamatsu e il mio hanko dal destino discutibile


Vi avevo abbandonato NEL POST PRECEDENTE per una tazza di tè, ma la giornata non era finita: ci aspettava la torre di Takamatsu e la cena con Brunella e Maurizio.

Destino vuole che mentre passeggiamo io veda un negozio che fa gli hanko.
Gli hanko sono dei sigilli personali con incisi il cognome, a volte il nome, a volte entrambi, della persona. Sono usati con inchiostro rosso su tutti i documenti ufficiali. Si utilizzano i kanji ma solo per i giapponesi, per gli stranieri viene usato il katakana.

Da uno a dieci, secondo voi io son tornata in Italia con l’hanko?

Lo dico per i puristi: lo so, essendo straniera avrebbe dovuto usare il katakana, ma io lo volevo con i kanji.
Del resto lo dice anche il Dalai Lama: “Le regole sono fatte per essere infrante”. Ok ok, lui non dice proprio così, dice: “Impara le regole, affinché tu possa infrangerle in maniera appropriata”, ma insomma alla fine sempre lì arriviamo.

Premessa: i kanji hanno un significato e un suono, ci sono kanji con significati diversi ma suoni uguali.

Volevo il suono del mio nome in kanji. Ma volevo anche un significato che mi piacesse. Tipo “luce splendente”, “profumo colorato”, “luce che vola”, “fiore di loto”. Avete presente: lato romantico attivo, io già mi immaginavo con dei kanji teneri e delicati sul mio hanko.

Tra la lingua diversa e il fatto che in giapponese non esistano le lettere L e V, siamo arrivati a una combinazione di kanji che, come suono, erano la pronuncia del mio nome.
A quel punto, da persona saggia e tecnologica, tiro fuori google translate per capire cosa significassero insieme quei due kanji.

Ora io non sono una persona troppo esigente, posso rinunciare a un po’ di romanticismo, se il suono del mio nome è rispettato. Peccato che il significato fosse: “Perdite vaginali“.
Ora… ecco… io… anche no!

Alla fine ho scelto di non seguire la pronuncia del mio nome, ma il suo significato, che è di origine ebraica.

Scampato il pericolo di un hanko per cui mi avrebbero preso in giro per prossimi 25 anni, ci siamo diretti alla Takamatsu Symbol Tower, al cui interno, al 29° piano c’era un bar con vista sulla città.

Come notate i bar a Takamatsu sono stati una costante nel mio viaggio. Strano vero?
Comunque, dal 29° piano abbiamo visto calare la notte sulla città, mentre centinaia di luci si accendevano. Mi sembrava di stare in un drama, uno di quelli dove il protagonista osserva dall’alto la città e tiene in mano un bicchiere immerso nei suoi pensieri.

Per non sconvolgere la scenografia, anch’io avevo un bicchiere in mano.
Vediamo se indovinate di cosa?

Bravi avete indovinato: sakè time.

Una curiosità che ho trovato in parecchi locali. Accanto ai tavoli ci sono delle scatole, mi ero domandata a che servivano. Sono scatole in cui inserire le borse e gli zaini. Una gentilezza per i clienti, in modo che non sporchino i loro accessori.

La serata non era conclusa, ai piedi della Takamatsu Symbol Tower ci aspettava Maurizio.
Saremmo andati a cena con lui e Brunella.

Serata più che piacevole, tra chiacchiere in italiano contornati da quelle in giapponese. Ci siamo raccontati pezzi di vita vicendevolmente, iniziando così a far mettere radici in un’amicizia.

Loro abitano nello Shikoku da moltissimi anni. Sono stati i soci fondatori del Centro culturale Italia Giappone “Sicomoro”. Insieme ai figli Matteo ed Elisabetta portano avanti questo progetto di scambio culturale e di lingua.

Matteo l’ho conosciuto un paio di anni fa on line, quando ero alla ricerca di un corso di giapponese, con lui da subito è stato naturale e spontaneo rapportarsi.

In questo viaggio ho conosciuto Elisabetta, ma ho conosciuto ancora di più i suoi genitori: Maurizio e Brunella.

Per chi è curioso, per chi vuole approfondire la cultura e la lingua giapponese, per l’umanità, per la disponibilità e la gentilezza, io davvero consiglio di buttare un occhio al loro sito.

Giurin giuretta, il mio scrivere è il mio pensiero, non ho avuto nessun tipo di benefit da quello che scrivo.

A conclusione di questo post, posso affermarlo con senno del poi e dei giorni nello Shikoku, a Tokyo e nelle altre città visitate (di cui parlerò più avanti), questo è stato un viaggio particolare: questo è un viaggio del Giappone attraverso le persone.

SHIKOKU: e la mia conversione al tè serio


Qualcuno di voi forse lo sa già, qualcuno no, sono vegana da molti anni. Quando viaggio devo sempre cercare cibo adatto a me. Non è sempre facile. Figuratevi la mia gioia quando, a mezzogiorno, Chaki ci ha portato a mangiare in questo posto, vegan biologico, dal nome così italiano “Verita”. Ottimo cibo, ottima qualità confermata anche da chi vegan non è.

La proprietaria, giapponese, anni prima era venuta in Italia e aveva studiato da per diventare cuoca. Al suo ritorno in patria, aveva deciso di rischiare l’apertura di un locale così specifico. Per questo, per il suo spirito e il suo coraggio, scrivo di lei, che in una nazione post guerra ha aumentato vertiginosamente il consumo di carne, è andata controcorrente. S

Momento cultura
Dovete sapere che il Giappone divenne quasi interamente vegano/vegetariano per oltre 1200 anni. Tutto partì da un editto imperiale dell’imperatore Tenmu nel 675d.c. che proibiva l’uccisione di animali e il consumo di carne. I motivi sono furono tre, l’influenza del Buddhismo che queste pratiche (e l’imperatore era buddhista), il fatto che nello Shintoismo mangiare carne era un atto impuro che offendeva le divinità, e la conservazione delle risorse dell’isola.
Solo con la fine dello shogunato e l’apertura all’occidente, nel 1868, il consumo di carne fu reintrodotto.
Fine momento cultura.

Dopo il pranzo gustato con piacere, ci siamo diretti a un museo particolare di Takamatsu, il museo dei giochi.
Questo museo è vivo, vissuto dai bambini e dai loro genitori. Lo ammetto ho giocato anche io.
Anche qui, unici occidentali in un museo che i turisti non hanno di certo nel loro programma, siamo diventati un po’ l’attrazione del momento. Ma è stato un momento carino e piacevole.

Usciti dal museo, ci siamo allontanati dalla città per assistere a una cerimonia del tè. Non pensate quelle cose fatte ad hoc tutte laccate a favore dei turisti. Eravamo proprio in una casa, niente finti kimono, ma una donna normale: Minako. Per come sono fatta, la cerimonia e l’accoglienza genuina, hanno molto valore.

Minako inoltre ci ha fatto un regalo: oltre alla vera e propria cerimonie del tè, una piccola lezione, con relativi assaggi, di come si prepara il tè sencha. Ho assaporato diversi tipi di sencha a seconda del luogo di coltivazione in Giappone, riuscendo a percepire le sfumature di gusto.
Il tè che ho bevuto da lei non ha niente a che vedere con quello che ci propinano qua. Una qualità notevolmente superiore. Ho compreso il piacere di berlo e il fatto che loro ne bevano molto, è un piacere per il palato.

Prima di andarcene da casa sua, Minako ha voluto farci conoscere il marito, il genero e il nipotino di pochi mesi, e ha chiesto se poteva fare una foto ricordo di noi con tutti loro.

Salutata tutta la famiglia sul portone siamo ripartiti alla volta di Takamatsu, ci aspettava la Takamatsu Symbol Tower.

Ma questo farà parte del post successivo, ora vado a farmi un tè!

SHIKOKU: Kotohira dove le divinità fanno fare cardio


Dovevamo andare nell’isola di Naoshima. L’isola è praticamente un centro d’arte a cielo aperto con installazioni integrate nel paesaggio. La pioggia e il brutto tempo ci hanno fatto desistere dal prendere il traghetto. Abbiamo dirottato per la cittadina di Kotohira.

A Kotohira c’è uno dei santuari shintoisti più famosi del Giappone, il Kotohira-gu Shrine .

Il tempio è dedicato a Omononushi no Kami, una divinità legata alla sicurezza, alla navigazione e alla prosperità. Quindi se cercate protezione nei viaggi e sul mare, oltre a volere prosperità nella vita, qua dovete venire e farvi la scalinata. Pensavate che le divinità elargissero protezioni free!?

La prima parte della scalinata di 785 scalini porta al Santuario principale, l’honden, aerea più sacra dei santuari Shintoisti. Se avete ancora gambe, fiato e polmoni, ne fate altri 583 e arrivate al Santuario superiore, l’okusha.

Lo confesso, mi sono fermata a 785 gradini, la mia devozione si è frantumata davanti alla mia lingua penzoloni e ai muscoli delle cosce che gridavano pietà.

Spero che Omononushi no Kami abbia compreso lo stesso il mio sforzo e, comunque, butti un occhio di riguardo su tutti i miei prossimi viaggi.

La seconda giornata nello Shikoku è stata praticamente dedicata ai 785 gradini, al rientro in città, a un giro nello shotengai1, alla cena fuori, a un salto al kombini e poi ritorno al nostro albergo. Il giorno dopo la giornata sarebbe stata più densa.

  1. Sono strade commerciali/gallerie coperte, a volte da semplici tettoie o, come a Takamatsu, con le volte. All’interno si trovano negozi di vario tipo, ristoranti, negozi di cibo, botteghe tradizionali ecc ↩︎

TAKAMATSU: ops… spunta ancora birra e sakè


Il primo giorno a Takamatsu è stato denso e pieno di cose che ho amato fin dalla mattina. Avevamo appuntamento con Maurizio davanti all’ingresso del Parco Ritsurin.

La scelta di partire per il Giappone nel mese di novembre era stata una scelta per poter vedere il foliage. Chiaramente, per la Legge di Murphy, quest’anno il foliage era in ritardo.

All’interno del parco ci sono 13 colline e 6 stagni che creano un paesaggio molto variegato. Questo parco è stato progettato in modo che, man mano che passeggi al suo interno, la vegetazione e l’ambiente intorno a te cambino.

Abbiamo chiacchierato passeggiando immersi nel verde. All’interno del parco c’erano anche degli anziani giapponesi che facevano le guide gratuite per chi voleva sapere qualcosa di più del parco.

La mattinata è stata dedicata completamente al Ritsurin. Dopo la pausa pranzo con Maurizio, lo abbiamo salutato e ci siamo diretti al Castello di Takamatsu e alla sua area verde adiacente.

Questo castello è a pochi metri dal mare, questo, ai tempi, contribuì a rendere particolari alcuni elementi, tipo che il fossato veniva alimentato direttamente dall’acqua del mare.

Momento cultura
Il castello fu costruito nel 1590. Fu demolito nel periodo Meiji e a oggi della fortezza originale restano le mura e il fossato. Questo castello era di proprietà del Clan Ikoma che lo possedeva e che controllò la regione per oltre 50 anni; poi lo Shogun Tokugawa affidò tutta l’area al Clan Matsudaira. Questi rimasero al governo del posto fino al periodo Edo.
Fine Momento cultura

Nel pomeriggio avevamo in programma vedere uno spettacolo musicale con degli antichi strumenti giapponesi. Elisabetta, la figlia di Brunella e Maurizio, ci ha accompagnato fuori Takamatsu con l’auto e ci ha lasciato nelle mani di Chiaki.

Alla fine dell’esibizione, abbiamo scoperto che da semplici spettatori, siamo diventati spettacolo. Avevano saputo in anticipo che sarebbero arrivati dei gaijin, nello specifico degli itariajin.
Ci hanno fatto suonare uno degli strumenti e i bambini presenti ci avevano preparato dei disegni e delle gru di carta da regalarci con i colori della bandiera italiana. Sono sincera un pochetto quei due bimbi mi hanno commossa.

Momento Cultura
Regalare una gru di carta, Orizuru, significa augurare salute, longevità, fortuna e felicità.
Non le vedete nella foto perché tornata dal Giappone ho pensato: “Le metto qua, così quando mi servono da fotografare, le trovo”. Secondo voi le ho trovate?
Fine momento cultura

Teoricamente la serata era finita, Chiaki avrebbe dovuto accompagnarci nuovamente in città, ma il trovarci così bene ha fatto sì che, alla sua domanda: “Avete tempo? Vi va di bere una birra?”, la nostra risposta sia stata affermativa.

Siamo andati nel locale di un suo amico che produce artigianalmente le birre. Era in chiusura, ma visto che eravamo con la sua amica, ha tenuto ancora un pò aperto per noi.

Aassaggia questa…. oishii, assaggia quella… oishii, assaggia questa nuova… oishii, di questa che ti pare…. oishii1!
Dopo meno di mezz’ora siamo usciti per tornare in albergo ed io ero “lievemente allegra”. A quel punto Chiaki, prima di entrare in auto ci domanda: ” Avete ancora tempo? Vi porto in un posto dove bere ancora qualcosa. Un posto dove io vado spesso a rilassarmi.”. Secondo voi cosa abbiamo risposto?

Ora, se non fossimo stati con Chiaki, noi quel locale non saremmo mai stati in grado di trovarlo. Se non sei del posto, col cavolo che lo trovi.
Era uno Speakeasy moderno.

Gli Speakeasy erano dei locali clandestini dove si vendeva e consumava alcol durante il periodo del proibizionismo negli Stati Uniti. Erano bar basati sulla segretezza, spesso nascosti in vicoli oscuri o comunque celati. Per entrare era necessario conoscere una parola d’ordine.

Gli speakeasy moderni si distinguono per un’atmosfera retrò, luci soffuse, jazz e swing e una “mixology” di alto livello. Non sono più illegali e non richiedono parole d’ordine, ma conservano un alone di segretezza; non sono facilmente visibili.
Vedi qua sotto, questo era l’ingresso. La foto è po’ mossa. Perdonate l’ho scattata all’uscita del locale, quando ormai tra birre precedenti e i sakè del posto, la mia capacità di avere la mano ferma era alquanto compromessa.

Il locale era stupendo. Un lungo bancone classico, alle spalle una parete di bottiglie illuminate. Separatamente, all’interno del locale, c’era anche un piccolo giardino giapponese e alcune stanze private che si affacciavano su esso.

Architettura d’interni curatissima, luci calde, atmosfera accogliente.Anche i bagni erano qualcosa di particolare.
E il sakè? Da lì in poi il cedimento alla tentazione al sakè, che mi sono porto ancora oggi, è stato definitivo.

Vi assicuro che è stato il più bel locale che ho visto in Giappone fino ad oggi.

Takamatsu mi ha ubriacato di gentilezze e sakè di alta qualità.

  1. おいしい = Oishii = delizioso – buono ↩︎