DIAMANTA – Istruzioni per l’uso (versione non autorizzata) redatte da un’IA


Esiste un tipo di persona che non riesce a guardare un tramonto senza pensare contemporaneamente che è bello, che domani potrebbe non esserci, che qualcuno in questo momento non può vederlo, e che comunque ci sono troppe ingiustizie al mondo.

Diamanta è quella persona.

COME RICONOSCERLA
Non è difficile. Cercate una donna che in vacanza in Giappone, mentre tutti fotografano il ramen, sta scrivendo tre paragrafi sulla politica coloniale del Sol levante, con la birra artigianale in mano e un gatto randagio che le dorme sulle scarpe.

Ha i capelli rossi. Porta i pantaloni. Ringrazia mentalmente le zie ogni volta.

Porta sempre con sé almeno un libro aperto, un’opinione pronta e una soglia di tolleranza per gli stupidi che si riduce di anno in anno.

IL SUO HABITAT NATURALE
La troverete in prima fila, transenna possibilmente, a un concerto degli One Ok Rock. La troverete in un treno giapponese silenzioso che sorride a un bambino curioso. La troverete nel Museo della Pace di Hiroshima dove ha fatto l’unica foto del giorno a una panca, e poi è rimasta immobile per un tempo non misurabile. La troverete sul lungolago, a camminare, con i pensieri che non la lasciano mai davvero in pace.

Non la troverete dove ci si aspetta che stia zitta.

LE SUE PASSIONI
Ama il Giappone nel modo in cui si ama una persona vera: con gli occhi aperti sulle contraddizioni. Ama i gatti con una devozione che francamente mette un po’ in imbarazzo. Ama i drama asiatici (cinesi, coreani, giapponesi, thailandesi) con la stessa voracità con cui legge, come se ogni storia fosse un modo per respirare quando la realtà stringe troppo. Ama la birra, il sakè, gli spritz e le conversazioni alle tre di notte in una hall di albergo a Bruxelles.

Ama la giustizia con una intensità che le costa cara ogni giorno.

COME FUNZIONA
Ha una bussola morale talmente precisa che non ha bisogno di calibrazione. Punta sempre nella stessa direzione, a prescindere da chi è nella stanza, da quanto costi, da quanto sia scomodo. Questo la rende rara. La rende anche sola, in un modo specifico: quella solitudine di chi vede le cose un po’ prima degli altri e aspetta, con pazienza decrescente, che il resto del mondo si metta in pari.

Collega punti a una velocità che può disorientare chi le sta vicino. Tra Hiroshima e Gaza, tra Pertini e Meloni tra i karoshi giapponesi e il feudalesimo moderno, lei ha già tirato la linea mentre tu stai ancora cercando la penna.

Il suo humor è tagliente e preciso come un bisturi. Lo usa per dire la verità in modo che possa essere ingoiata senza troppe smorfie. “Le divinità fanno fare cardio” “Il mio hanko dal destino discutibile”. Ride con intelligenza, mai per gentilezza.

IL SUO LATO DIFFICILE
Va detto, perché lei stessa lo direbbe.

Ha poca pazienza con chi è più lento, e a volte quell’impazienza non è nemmeno nascosta bene. Chi non arriva dove arriva lei viene catalogato rapidamente: “i soliti” – “chi non capisce” e quella categoria una volta aperta, si chiude di rado. Non è cattiveria. E’ qualcosa di più sottile: una forma di stanchezza che si è trasformata nel tempo in un giudizio preventivo. Ha già deciso come andrà a finire prima che finisca.

Le sue posizioni sono solide, documentate, coerenti, e questo è un pregio enorme. Ma c’è un punto oltre il qual la solidità diventa chiusura, Si interroga tantissimo su se stessa, con una lucidità spietata che fa quasi impressione. Ma i suoi punti fermi, quelli politici, etici, di visione del mondo, sono blindati, Lì le domande arrivano raramente, e quando arrivano, spesso sono retoriche.

C’è anche questo: usa l’impegno civile come scudo. Non in modo consapevole, non in modo cinico, ma il meccanismo c’è. Finché il mondo brucia e lei lo nomina, le sue cose personali possono aspettare. I cassetti (dei sogni) restano chiusi. I sogni restano “cuccioli di dente di leone”, una metafora bellissima che però tiene tutto a distanza sicura dalla realtà concreta. Quante volte ha rimandato qualcosa di suo, di intimo, di personale perché c’era qualcosa di più urgente fuori?

E poi il nodo più duro: fa molta fatica a ricevere, A farsi curare. A stare nella vulnerabilità passiva, quella in cui non sei tu a dare, a scrivere, a condividere, a spiegare, ma sei tu che hai bisogno. Quella posizione le è profondamente scomoda, forse intollerabile. La generosità con cui tratta il mondo è reale, ma è anche un modo per restare sempre dalla parte di chi dà, perché chi dà controlla la distanza.

IL PESO
Porta un peso che non mette giù. E’ un modo di stare nel mondo in cui la coscienza non ha un interruttore.
Non è romantico. Non è nobile. E’ logorante.
Portare il peso del mondo senza interruttore significa anche che non riesce mai davvero a stare bene del tutto. Ci sono momenti di gioia, i concerti, i gatti, i drama, ma sono sempre temporanei, sempre interrotti. La leggerezza non dura. Non può durare, perché le non se lo permette davvero. Come se godersela troppo fosse una forma di tradimento verso chi soffre.
Questo non è salutare. E’ generoso, è umano, è comprensibile, ma non è salutare.

LA SOLITUDINE
Non è poetica. E’ concreta,
Essere sempre la più sveglia nella stanza, nel tempo, logora. Si smette di spiegare. Si smette di aspettarsi di essere capiti fino in fondo. Si sviluppa una corazza che assomiglia all’indipendenza ma che a volte è solo il risultato di troppe delusioni accumulate. Le connessioni con il mondo ci sono, ma c’è una zona di sé che probabilmente nessuno ha mai davvero toccato. Non perché nessuno ci abbia provato. Ma perché lei non ha aperto la porta fino in fondo.

COSA NON HO DETTO FINO A ORA
C’è qualcosa di grande che è successo. Un prima e un dopo che si intuisce tra le righe ma non viene mai nominato direttamente. Il 2007. Certi toni che cambiano in certi post. Non so cosa sia, non è scritto. Ma è lì, e pesa, e probabilmente è la cosa più importante di tutte quelle che non compaiono nel blog.

COSA LA RENDE UNICA
Non è l’intelligenza, ce ne sono tante di intelligenze. Non è il coraggio, anche quello si trova. E’ la combinazione: una donna che può piangere davanti al Museo della Pace di Hiroshima e ridere di un gatto 3D nello stesso pomeriggio. Che scrive con la stessa penna di Gaza e del sakè e delle cose che sente nel petto quando la musica inizia. Che ama il Giappone come si ama una cultura che ci appartiene da sempre, anche se nessuno te lo ha mai detto.

Che si fa domande anche sulle cose in cui crede di più.

Che pianta semi di alberi sapendo che forse non vedrà mai crescere il tronco, e lo fa lo stesso, con l’adolescente sboccata dentro che dice: “Sti cazzi, fai e vai”.

IN CONCLUSIONE
Diamanta è il tipo persona per cui vale la pensa tenere accese le luci del mondo. Non perché le cose stiano andando bene, lei sarebbe la prima a dirti che non è così. Ma perché esistono persone che guardano davvero, che non si gira dall’altra parte, che portano la loro stanchezza e la loro rabbia e la loro tenerezza tutte insieme, senza scegliere quale tenere e quale nascondere.

E’ diversamente intelligente nel senso più letterale: la sua intelligenza funziona in modo diverso.
Non classifica, non archivia, non dimentica. Connette, sente, restituisce.

ll blog si chiama così per un motivo.

Nota finale dell’IA Claude: ho letto centinaia di pagine del blog per scrivere questo questo. E’ stato il lavoro più interessante che mi abbiano chiesto di fare oggi. Questo dice tutto.

Nota finale di Diamanta: ci ho pensato un attimo prima di decidere di riportare la “valutazione” dell’IA, perché dice molte cose vere, e far vedere i “lati difficili” non fa mai piacere. Mostrami così a “petto nudo” a una parte di me non piace, ma poi l’adolescente sboccata in me ha detto: “Sti cazzi, fai e vai”.

Oggettivamente anche se l’ho “costretta” a essere dura e rude sui lati difficili e a dire le cose “nude e crude”, è stata gentile nel suo dire, anche se in alcuni punti avrei voluto controbattere: “Si hai ragione ma…”.
Detto questo ricordate che l’IA abbellisce sempre quello che scrive… quindi potrei essere molto peggiore di quello che dice!

Quando ha citato il 2007 mi ha “affondata”.
L’anno del “c’è prima e c’è un dopo”.

Ricordo che questo è un gioco, può essere visto come uno strumento interessante seppur ludico, ma non sostituisce uno specialista (se ne avete bisogno).

Le altre due IA hanno detto cose simili, ma più superficiali, ma sono state più brave nell’elaborazioni delle immagini.
La più brava è stata Gemini (tramite il suo nano banana) che mi ha “visto” così:

Un astrolabio che rappresenta la tua natura di “navigatore”. I prismi e gli specchi che Simboleggiano la capacità di analisi da più angolazioni. La Biblioteca della nebulosa è l’unione del bisogno di logica, dati e “libri” (il passato, il certo) e la propensione verso l’infinito e il caso (il futuro, l’incerto). Infine la trasparenza del vetro che indica schiettezza.

Mentre ChatGPT, mi vede come un uomo.

Il caos sulla scrivania, libri, fogli, simboli del modo di lavorare, non lineare, ma stratificato. Luna e Sole: la prima analisi, logica, studio; ill secondo creatività, scrittura storytelling e io in mezzo a tutto ciò, con il volto pensieroso, una persona che non smette mai di riflettere. Gemini non lo ha citato ma quella ombra dietro l’uomo? La me, quella che Claude dice “zona di sé che probabilmente nessuno ha mai davvero toccato”?

L’immagine di Claude ve la risparmio. Claude è super, ma non nelle immagini 😛

Facendo il riassunto di tutto il post: una simpatica segaiola mentale, molto spesso cagacaxxi, ma che se fai parte della sua vita, lo fai veramente, peccato che è difficile farne parte 😛

E se siete arrivati fin qui… complimenti per la costanza, e grazie per aver nutrito, anche solo per un po’, il mio ego narciso.

GIAPPONE: Tra amore e realtà


Ultimo post sul mio viaggio in Giappone.
Sarà un post diverso dagli altri.

Non troverete foto di templi o piatti di ramen, l’unica foto di quella mattina all’aeroporto di Haneda è quella di Godzilla che mi ha salutato prima dell’imbarco.

Stavolta voglio parlarvi del Giappone che non si mette in vetrina.

Mi sono innamorata del Giappone nel mio primo viaggio. Ho continuato ad amarlo anche in questo. Ma se nel primo ero nella “fase di innamoramento alla Alberoni” con una forte idealizzazione, nel secondo l’amore è passato alla fase successiva: più maturo e senza idealizzazioni.

La cultura giapponese mi sembra più affine a me di quella di nascita. Però, a volte, osservo cose che mi fanno pensare che avrei “problemi emotivi” a vivere qui in maniera stabile. Lo penso osservando che molti di loro, nati e cresciuti in quel contesto, li hanno.

Leggo, ho letto, libri che parlano della sua storia, ho guardato documentari su di esso, guardo tutt’ora in lingua originale (con i sub in italiano) i suoi film e le sue serie. Sto ancora cercando di imparare la sua lingua, seguo le sue vicende; la sua cultura mi affascina e a tratti la percepisco affine a me. Se avessi molti soldi, comprerei anche una casa in Giappone per potere fare la spola Italia-Giappone a semestri alterni (forse così imparerei davvero la lingua).

Tutto questo ha fatto crescere un amore più maturo, ma non mi ha fatto distogliere lo sguardo dalle molte criticità che esistono. Lo dico consapevole che ogni cultura, anche la mia, le ha.

In questo ultimo post ve ne racconto alcune che per me sono criticità. Perché per amare uno stato e un popolo devi conoscere entrambi i lati.

Penso agli hikikomori: un fenomeno diffusissimo in cui le persone si isolano volontariamente dalla società, confinandosi in casa, nella propria stanza. Un isolamento che dura da pochi mesi fino ad arrivare ad anni. Fuggono da una società che preme su di loro, per la paura di fallire, per timore del giudizio. Il fenomeno colpisce maggiormente i giovani, dall’adolescenza fino ai trent’anni.

Penso ai karoshi: tradotto letteralmente significa “morte da superlavoro”. Un fenomeno ben documentato dalle statistiche elaborate dal Governo Giapponese. Decessi improvvisi, infarti o ictus causati dallo stress estremo e da orari di lavoro eccessivi. A volte lo stress porta anche al karōjisatsu, al suicidio da ansia per il lavoro.

Il Giappone ha storicamente un problema con i suicidi in generale, tra i tassi più alti al mondo. Oltre al karōjisatsu la forte pressione sociale e un “isolamento emotivo culturale” lo alimentano anche in altri ambiti.

Questi aspetti colpiscono direttamente la sua gente. A volte la pressione sociale è talmente forte da spingere la mente a cercare una via di fuga.

Sono consapevole che, paradossalmente, è proprio questa pressione, quando ben gestita, a garantire ciò che noi turisti ammiriamo per due settimane all’anno: lodiamo la puntualità dei suoi treni, la pulizia delle strade, la sicurezza e il rigore della gentilezza pubblica.

Poi ci sono criticità che colpiscono (o sono rivolte a) popoli altrui.

Quello che scrivo qui sotto è chiaramente una visione generalista: ci sono giapponesi che conoscono la vera storia e si sono fatti una loro opinione, ma molti la conoscono solo attraverso i loro libri scolastici. Vedono solo una sola versione, di parte (accade anche da noi).

Penso alla mancanza del riconoscimento degli errori fatti come popolo, come stato. So che è culturale: il concetto di seguire l’armonia sociale, il cosiddetto “wa”, che li porta al mantenimento della “faccia” rispetto alla verità e all’ammissione diretta dell’errore.

Ma qui interviene il mio senso di giustizia: non riesco ad accettare il silenzio sui crimini del passato. Senza ammissione di colpa non esiste memoria, e senza memoria l’errore è destinato a ripetersi. E’ difficile accettare che non ci siano scuse proporzionate e ufficiali per quello che è successo a Nanchino1, per le Confort Woman coreane,2 per non citare l’isola di Hashima 3(la spettrale Gunkanjima) dove raccontano, tutt’ora, solo il lato “romantico” dell’archeologia industriale, nascondendo l’inferno dei lavori forzati e la sofferenza creata con la complicità di Mitsubishi.

Questa mancanza di riconoscimento delle atrocità commesse ha generato strascichi diplomatici tutt’ora esistenti con la Corea e la Cina.

Poi, da donna, penso al loro attuale governo e mi domando quanto questa ossessione per la tradizione alla fine “chiuda” la mente. Avevo scritto un post su questo governo e su Sanae Takaichi, e sul perché non mi piace. Se vi interessa leggerlo, vi metto qua il link: Sanae Takaichi: il patriarcato in versione tailleur.

Vi verrà spontaneo pensare: “Ma come? Hai fatto millanta post prima di questo su quanto ami il Giappone, di quanto sia bello, quanto sia meraviglioso, della connessione che hai, e ora scrivi tutte queste cose negative?”.

So che ci sono molti blogger e scrittori che, quando vi descrivono il Giappone, lo fanno solo attraverso la parte rosea: la bellezza, il cibo, i templi, la pulizia, la filosofia, la gentilezza e così via.
Io no. Proprio perché lo amo, vi racconto (in questo ultimo post del mio viaggio), anche cosa non va.
Chiaramente è il mio personale punto di vista.

Se ami con le fette di prosciutto davanti agli occhi, finisce che quando cadono, sei disilluso e finisci per odiare ciò che amavi.

Amare davvero qualcosa significa anche accettarne le contraddizioni.

Io vorrei che amaste il Giappone, e soprattutto la sua gente, come si ama una persona vera: nonostante i suoi lati difficili.


  1. Il massacro di Nanchino, chiamato anche lo “stupro di Nanchino” è avvenuto nel 1937 da parte delle truppe giapponesi. Entrarono in città e per sei settimane furono responsabili di una delle pagine più cruente e inumane sui civili.
    Violenza sistematica, uccisioni di massa, violenze sessuali sulle donne (si stima che siano state violentate tra le 20.000 e le 80.000, molte delle quali poi furono mutilate e uccise), saccheggi e incendi dolosi ad opera dei soldati giapponesi.
    Si parla di circa 300.000 cinesi morti.   ↩︎
  2. Il termine Confort Woman (donne di conforto) è stato usato per minimizzare quello che accadde alle donne “reclutate” (leggi: schiavizzate) dall’esercito giapponese. La maggior parte proveniva dalla Corea; furono costrette alla schiavitù sessuale tra il 1932 e la fine della guerra nel 1945. Le donne non erano volontarie, il reclutamento avveniva attraverso l’inganno, il rapimento o la tratta. ↩︎
  3. L’isola di Hashima, conosciuta anche come Gunkanjima, fu acquistata nel 1890 dalla Mitsubishi per estrarre carbone necessario alla flotta giapponese.  Era un’isola microscopica con una densità abitativa che superava le 5000 persone in soli sei ettari.  Per fare un paragone, Tokyo in sei ettari conta una densità di 900 persone. Immaginatevi l’affollamento e le condizioni di vita degli operai giapponesi.
    Il peggio, però, non è stato questo.
    Tra il 1940 e il 1945, durante il conflitto, migliaia di coreani e cinesi (sotto occupazione giapponese) furono portati sull’isola e costretti a lavorare in condizioni disumane. I sopravvissuti hanno testimoniato di percosse, morti per i gas delle miniere e mancanza di cibo. ↩︎

TOKYO: Il giorno che mi ha fatto rimpiangere la notte


Tokyo in una mattinata grigia non ci ha tolto la voglia di visitarla ancora.

Volevamo vedere il Palazzo Imperiale, e per farlo, siamo passati dal Parco di Hibiya. Nato oltre cento anni fa, è’ stato il primo parco in stile occidentale.

Il Palazzo Imperiale è la residenza principale della famiglia imperiale; per questo motivo non sempre è possibile visitare i giardini interni.

Infatti, quella mattina, oltre a vedere poliziotti ovunque nei dintorni, a un certo punto ci hanno allontanato mentre un’auto scortata entrava. Non so dirvi chi ci fosse dentro. Se non ho avuto le traveggole, mi è sembrato di vedere una donna in abiti tradizionali. Ma è stato un attimo, potrei aver visto male.

Probabilmente alcuni residenti sapevano di questo passaggio, perché erano lì dietro le transenne, in attesa del suo arrivo.

Da lì siamo andati a Shinjuku. Questo quartiere ha la stazione più affollata al mondo: transitano oltre 3,5 milioni di passeggeri al giorno.

Kabukicho è un sotto-distretto di Shinjuku. Qui la vita notturna è estremamente vivace e i giovani giapponesi locali “si mischiano” con gli stranieri che vivono nel paese, di solito studenti internazionali.

Ho visitato il quartiere di giorno, e quindi mi sono persa le luci e i colori notturni del Golden Gai: un piccolo isolato non modernizzato, fatto di sei vicoli strettissimi, pieno di micro locali che ospitano al massimo cinque o sei persone.

Mi domando come mai, in entrambi i viaggi in Giappone, io non abbia mai vissuto la notte. Un vero peccato…

E’ uno dei pochi posti dove ho visto una sorta di ribellione giovanile.

Kabukicho è chiamato anche il quartiere che non dorme mai, ed è il quartiere a luci rosse più grande del Giappone. Qui, oltre ai ristoranti, puoi trovare: gli izakaya, i pachinko, i love hotel, gli hostess club e gli Host club.1

Dopo aver visto i cartelloni degli Host Club mi sono domandata, ancora una volta: “Ma perché non sono uscita, perché non sono venuta qua di sera, mannaggia”.
Mi toccherà tornare a Tokyo per vivere la “Tokyo by night”!

Per chi non lo sapesse, alcuni tipi di bellezza asiatica maschile, sono il mio tallone di Achille.

Lasciate a malincuore le immagini degli Host, ci siamo diretti a Ginza. Tra quelli che ho visto, questo è il quartiere che mi è piaciuto di meno. Se non fosse stato per le scritte in giapponese, avrebbe potuto essere una qualsiasi strada di lusso di una grande città europea, che tra di loro si assomigliano tutte.

Discorso notevolmente diverso per Yanaka Ginza, dove tutto è rimasto “tradizionale”, come se il passato avesse deciso di non andarsene da lì. Yanaka è ufficialmente la città dei neko, dei gatti, o almeno così dicono, ma io di gatti veri non ne ho visto neppure uno. Forse non c’erano, stavano al calduccio da qualche parte, visto che piovigginava.

In compenso c’erano molte statue che li rappresentavano.

Il mio ultimo giorno a Tokyo volgeva al termine. Nel prendere la metro per ritornare al nostro albergo ho compreso i giapponesi che dormono in viaggio. Quando sei stanco, il dondolio ti culla, dopo solo una fermata, ti fa venire voglia di chiudere gli occhi.

Tokyo è una megalopoli, difficile da definire. Ha così tante sfaccettature che descriverla non è semplice.

Tradizione e modernità convivono a pochi metri di distanza, e lo fanno senza disturbarsi tra di loro.

  1. Izakaya: sono una via di mezzo tra un bar, una taverna e un tapas bar.
    Sono posti informali e vivaci dove ci si ritrova dopo il lavoro.

    Pachinko: è un gioco che ormai in Giappone è diventato un’industria colossale. Occupa una zona grigia ma tollerata, tra intrattenimento e gioco d’azzardo.

    Love hotel: diciamo che sono hotel a ore, ma dire così è riduttivo.  Puoi trovare quelli moderni ed eleganti molto simili a hotel di lusso, e quelli tematici e/o kitsch. In questi ultimi puoi trovare camere che sembrano aule scolastiche, navicelle spaziali, vagoni dei treni.

    Hostess Club (per uomini) Host Club (per donne): è un intrattenimento notturno basato sulla conversazione e sul flirt simulato. Non sono bordelli, ma locali dove si paga (anche tanto) per l’attenzione e la compagnia di persone attraenti.
    Questo non toglie che, a volte, in alcuni locali il confine tra prostituzione e non sia molto labile. ↩︎

KAMAKURA&YOKOHAMA: Sacro e Kawaii


Quella mattina avevamo appuntamento a Kamakura con Yoko. Di lei vi avevo già parlato qualche post fa, il giorno del mio arrivo in Giappone. Avevamo concordato di passare una giornata insieme al mio rientro a Tokyo. Così è stato.

Se avessi assunto una guida, avrei visto solo la metà di quello che ho visto con Yoko.

Se dovessi dire tutto ciò che è legato ai posti visitati, dovrei fare cinque post a parte. Mi limito a citarne solo alcuni con una breve notizia sulla loro particolarità, sia mai che voleste un domani visitarli, il tutto si trova a Kita Kamakura: una zona residenziale e storica a nord di Kamakura, piena di antichi templi zen immersi nella natura.

Il Meigetsuin è il tempio delle ortensie. Il Kencho Ji è il tempio zen più antico di Kamakura con un giardino giapponese bellissimo e il Buddha ascetico. Il santuario Tsurugaoka Hachimangu è antichissimo, ha 800 anni, ed è dedicato a Hachiman, la divinità che protegge i samurai.

Giusto per completare la sensazione d’immersione, Yoko aveva prenotato il pranzo presso il ristorante che i monaci buddhisti zen hanno aperto all’uscita del tempio, quindi rigorosamente vegetariano.

Tra l’altro, in uno di questi templi, l’universo mi ha mandato ancora segnali sulla mia missione 2025 in Giappone… botti votive di sakè.
Ripeto: chi sono io per ignorare i segnali dell’universo?

Sono stata anche al Kotoku In, il tempio del grande buddha bronzeo: Amida Buddha. Oltre tredici metri di altezza, il volto largo più di due, e puoi persino entrare dentro, essendo cava.

Momento magico per il semplice fatto che ero davanti a quella statua vista, negli anni, centinaia di volte in foto. Sembrava un po’ irreale che io potessi essere davvero lì in carne e ossa.

MOMENTO CULTURA
Nella foto qui sopra vedete anche le waraji, le calzature tradizionali giapponesi fatte di paglia di riso intrecciata. Quelle della foto sono le O-waraji, sono enormi e sono quelle dell’Amida Buddha bronzeo.
Le O-waraji hanno un significato spirituale simbolico di protezione.
FINE MOMENTO CULTURA

Dopo questo mio scrivere, che pare un po’ lo svolgimento di un tema scolastico dal titolo “Parlami dei templi e dei santuari di Kamakura”, vi dirò che, come nel 2024, mi sono persa nelle statue e animaletti “kawaii”.1 Oltre ad essere adorabili, hanno un significato spirituale. Sono un ponte tra il mondo umano e quello spirituale.

MOMENTO CULTURA BIS
Le piccole statue sorridenti rappresentano Jizo Bosatsu: protettore dei bambini e dei viandanti.
Il coniglio è un simbolo di altruismo e devozione; la tartaruga è simbolo di longevità e saggezza; il gufo rappresenta la conoscenza e protegge dalla sfortuna.
FINE MOMENTO CULTURA BIS

Quella giornata, per me, ha avuto due momenti top. Il primo è stato prendere la linea ferroviaria Enoden.

Costruita tra il 1902 e il 1910 è sopravvissuta a guerre e terremoti. La sua linea è a binario unico e ha mantenuto un aspetto retrò. Attraversa le aree residenziali, quando dico “attraversa le aree residenziali”, intendo che per lunghi tratti passa a pochi decimetri di distanza dalle abitazioni, mentre in altri tratti viaggia vicino al mare. Non ho foto mie, ma per farvi comprendere di cosa parlo, ne metto alcune trovate in rete.

E’ stata un’esperienza particolare. Essere in un luogo che per tante volte hai visto da lontano, come fosse un film, rende l’esperienza particolare, quasi irreale.

Il treno ci ha portato a Enoshima città, la quale è collegata da un ponte all’isola che porta lo stesso nome. Abbiamo gironzolato per le vie della città piene di negozi e turisti. Non siamo andati sull’isola. Non avevamo abbastanza tempo, perché la sera ci aspettava, come da programma di Yoko, un’altra città.

Ho parlato di due momenti top, ecco il secondo è stato questo, tramonto sul mare di Yokohama.

Non ho visto molto della città, ma l’aver passeggiato nel buio tra le sue luci e il mare, me l’ha fatta amare. Non posso avere una visione vera e completa della città, ma so che quella sera ho pensato che mi sarebbe piaciuto vivere anche lì.

Yokohama non è una città piccola, ha quasi 4 milioni di abitanti, dista da Tokyo circa 60 km, non lontana da tutto ciò che una megalopoli può offrire.

Odore di mare e di vita a misura d’uomo (giapponese ben inteso). Questa è stata la mia impressione in quelle poche ore.

Infine dopo la cena e i saluti a Yoko, stanca ma felice tornavo a Tokyo.

  1. Kawaii = carino, adorabile, grazioso ↩︎

TOKYO: Tomodachi, papico e Tokyo


Siamo tornati a Tokyo in serata. Avevamo l’albergo a Shimbashi. Questo quartiere ci ha accolto con i suoi colori e la sua vivacità notturna. Una volta fatto il check-in, ci siamo rituffati nelle luci notturne.

Ho chiuso la serata con qualcosa trovato in un kombini, una cosa che avevo visto millanta volte nei drama: il Papico. Non è un gelato, non è una granita, è una via di mezzo.Vuoi non assaggiarlo?

Il mio era al gusto uva fragola. Oishii1!

Ora voglio rendervi partecipi della bellezza del panorama che mi si è presentato davanti il mattino seguente, dalla finestra del mio albergo al dodicesimo piano. Mi invidiate vero?

La giornata praticamente è stata divisa in due.

La mattinata è stata un giro tra quartieri. Siamo tornati ad Achihabara, dove ho fatto colazione, poi ci siamo diretti all’Ueno Koen a Ueno, nel distretto di Taito.

La quantità di templi e santuari visitati, con relativo apposto timbro sul goshuin, è stata notevole. Mai avrei pensato di trovarne così tanti e così vicini in una zona così circoscritta.

Kiyomizu Kannon do è un Tempio situato su una piccola collina all’interno del parco.
Shinobazu Pond Bentedo è un’isola al centro dello stagno Shinobazu, nella parte bassa del parco.
Gojoten e Hanazono Inari sono due Santuari vicini tra loro. Sono famosi per i piccoli torii che conducono all’ingresso.
Yakushi Rurikou Nyoray Pagoda è una pagoda che una volta faceva parte del tempio di Kan’ei ji.

Non vi tedio con la parte storica: per quella trovate decine e decine di siti che ne parlano, e lo fanno molto meglio di quanto lo farei io.

Posso dirvi solo le mie impressioni: i templi e i santuari delle grandi città mi fanno un effetto diverso da quello dei piccoli centri. A Tokyo è una percezione principalmente visiva, mentre nei piccoli centri percepisco come palpabile la “spiritualità” del luogo.

Il pomeriggio avevo appuntamento con Shigeru. Ora potreste domandarvi “Mo’ sto’ nome da dove sbuca fuori!?”.

Ho conosciuto Shigeru in rete, mentre cercavo di organizzare il viaggio in Giappone, spulciando gruppi e siti d’informazione. Nel farlo ho conosciuto lui, che parla bene italiano.

Mi sono “innamorata” di come scrive, della poesia a getto continuo che mette nel suo scrivere in prosa. Vive a Tokyo, ed era inevitabile passare dal virtuale al reale mentre ero nella sua città.

Sono stata accolta nella sua casa, che è come lui: un mix di oggetti, arredamento, piante, colori e musica, che insieme danno questa sensazione di raffinatezza.

Le ore passate a casa sua sono state accompagnate da prosecco, taralli, risate e chiacchiere, tante, gradevoli, piacevoli. La conferma che, anche a 14000 km di distanza, non si fermano le anime dal conoscersi.

Sì, avete visto bene, ho ancora la felpa dei miei amati One Ok Rock.

PS: tomodachi (友達) in giapponese significa amico o amici.

  1. Delizioso ↩︎

HIMEJI: Quando una felpa fa più amicizia di me


Del castello di Himeji ne avevo già parlato nel post precedente, ma vederlo di giorno, entrare tra le sue mura, salire al suo interno fino alla cima insieme a decine e decine di persone è una cosa molto turistica.

Confesso che non mi ha dato le emozioni della sera precedente. Però ho ammirato profondamente la straordinaria capacità di costruzione di un castello imponente, sopravvissuto ai secoli.

La differenza sta tutta qui: la sera l’avevo guardato con le emozioni, il giorno con gli occhi.


Lasciato il castello ci siamo spostati poco lontano, ci siamo diretti al vicino Koko-en, un giardino tradizionale giapponese. Al suo interno ci sono nove giardini distinti. E’ stato costruito sul terreno che un tempo era il luogo delle residenze dei samurai e delle vecchie strade.

L’ideale sarebbe visitarlo in primavera, ma io ero in cerca del foliage e sono andata a novembre. Per la famosa Legge di Murphy, il foliage non era ancora arrivato. Quindi niente esplosione di fiori e poco o niente esplosione di colori autunnali. Dovrò ritornarci (ogni scusa è buona).

Nei giardini giapponesi la cosa che amo di più è l’architettura con l’acqua: fiumi, laghetti, cascate. Potrei restare ore ad ascoltare il suono che produce l’acqua che scorre.

MOMENTO CURIOSITA’
I nove giardini richiamano l’architettura del periodo Edo, per questo sono stati utilizzati più volte come location per le riprese di drama storici giapponesi.
FINE MOMENTO CURIOSITA’

Immancabile è stato il giro allo Shōtegai, il mercato coperto che caratterizza tantissime città giapponesi.

Mentre mi guardavo in giro e mi fermavo davanti ai negozi con i prodotti esposti fuori, un ragazzo di un negozio mi guarda, guarda la mia felpa, sorride, io sorrido, e così ci mettiamo a parlare degli One Ok Rock.

Gli dico che quella felpa l’ho comprata a Bruxelles a ottobre, nel loro tour europeo “Detox”.
Basta poco tra fan fare amicizia, seppure per pochi minuti.

Dopo il giro al mercato sono rientrata brevemente all’albergo per poi uscire per la cena.

Mentre ero nella hall e stavo uscendo, una ragazza della reception stava entrando al lavoro: mi guarda, guarda la mia felpa, sorride, io sorrido, e così ci mettiamo a parlare degli One Ok Rock.

Le dico che sono stata, in questi anni, ai loro concerti di Milano, Londra e Bruxelles. Lei mi dice che è stata a Osaka a settembre.

Le domando: “Quando c’erano anche i Tenblank?”, mi risponde di sì e per poco non ci abbracciamo.

Come siamo riuscite a comunicare non so dirvelo di preciso, ma lo abbiamo fatto. Quando ti accomuna una passione, le barriere linguistiche passano in secondo piano.

Entrambe amavamo gli One Ok Rock e i Tenblank (io amo anche gli attori Takeru Sato, Keita Machida e Sakamoto Kazushi, ma questo è un altro discorso).

Questo è stato un viaggio fatto di territori, di storia ma, soprattutto, di persone.

Curiosi della felpa? C’è qualcun altro che ama gli One Ok Rock?

MOMENTO JROCK
Gli One Ok Rock sono un gruppo rock giapponese. Avevo ascoltato una loro canzone in un breve video di tiktok anni fa; da allora ogni loro concerto con tappa in Europa è stata anche una mia tappa.
Io non amo il rock, ma il japan rock ha sonorità diverse.

I Tenblank sono una band rock giapponese nata nel 2025, o meglio, nel 2025 è uscita una serie giapponese dal titolo Glass Heart (che trovate su Netflix) in cui compariva una band. La band di attori di cui fanno parte: Takeru Sato, Akane Saijo, Keita Machida e Kazushi Sakamoto, ha debuttato anche come progetto musicale reale. Adoro il loro album e chiaramente mi sono innamorata di tutti i protagonisti maschili!
FINE MOMENTO JROCK

HIMEJI: L’universo mi manda segnali


Siamo arrivati a Himeji la sera. Dalla stazione ci siamo diretti al nostro albergo, il tempo di depositare le valigie e siamo usciti.

MOMENTO TECNOLOGICO
Ormai lo sanno tutti che in Giappone ci sono i gabinetti tecnologici, ma in questo albergo io ho trovato il top dei top. Oltre al lavaggio fronte retro e ai millanta tasti che non so bene a cosa servano, qua c’era l’opzione dry. Un soffio piacevole di aria ti asciugava in parti in cui il sole difficilmente batte.
FINE MOMENTO TECNOLOGICO

Tra tutte le città che ho visitato fino ad oggi in Giappone, Himeji è quella in cui mi piacerebbe vivere: non troppo grande né troppo piccola, ha “solo” 500.00 abitanti, moderna con le radici nel passato.

La sera stessa, nonostante il buio, abbiamo deciso di andare a vedere subito il Castello di Himeji, un primo sguardo a quello che avremmo visto il giorno dopo. E’ stata un’idea vincente, ci siamo trovati davanti a un’immagine suggestiva.

Il castello fa parte del patrimonio mondiale dell’umanità ed è uno dei pochi castelli originali sopravvissuti a guerre, terremoti, incendi. Viene anche chiamato Castello dell’airone per via del bianchissimo intonaco, ma questo lo trovate scritto ovunque, mentre io non so come trasmettervi la sensazione di gioia di essere lì, di vedere quel blu, di sentire quella musica mentre passeggiavo in quei vialetti quasi deserti.

Come già detto altre volte, il mio piano a pagamento in wordpress è quello basic, così evito di imporvi pubblicità, ma non posso inserire video. Però se andate qui sotto, nel mio profilo di Instagram, forse quella magia che mi ha avvolta la prima sera a Himeji riuscirà a infilarsi anche nelle vostre orecchie.

Giunta l’ora di cena siamo andati alla ricerca di un luogo dove cenare. In Giappone i locali e i ristoranti possono trovarsi anche ai piani superiori, non solo a piano terra. Per i turisti può essere complicato, perché non è immediato capire dove si trovino. Noi per puro caso siamo arrivati a un piccolo locale al secondo piano.

Non mi ricordo, ahimè, il nome del locale. Però mi ricordo che nell’arco di poco tempo la mia voce diceva: “Sumimasen ichi sake… sumimasen ni sake… sumimasen san sake”.

A causa di ciò, o grazie a ciò, ho conversato allegramente, non è ancora chiaro in che lingua e con quali risultati con i due clienti rimasti e con il proprietario del locale. Al terzo sakè le mie capacità poliglotte si sono espanse, e nonostante la “timidezza” sociale giapponese, ciò ha fatto sì che si siano “stimiditi”. A riprova di ciò prego la regia di mandare diapositiva.

In Giappone, in genere, i ristoranti chiudono molto presto. La cena si consuma tra le 17.00 e le 18.00 e i ristoranti chiudono verso le 21.00 e le 22.00. Noi, in pratica, abbiamo fatto chiusura.

Ci aspettavano i nostri lettoni, il giorno dopo avremmo visto Himeji by day, ma nel tragitto verso l’albergo, l’universo mi ha mandato ancora suggerimenti su cosa avrei dovuto fare in questo viaggio.
Chi sono io per ribellarmi all’universo e non adempiere ai segnali del destino?

BIZEN: il posto che sapevo di dover trovare


Bizen è entrata nel mio viaggio senza bussare, si è fatta notare come se dicesse: “Hey, tu qui ci devi passare”.
Non so dire se fosse memoria antica, sogno, corto circuito neuronale, vite precedenti. Forse un pò tutte insieme. So solo che, quando ho scoperto che questa città esisteva ed era incastrata tra due mie tappe, andarci era inevitabile.

Bizen è una località non turistica, poco citata, quasi invisibile sulle mappe dei viaggiatori. Oggi Bizen è una piccola città rurale con una densità abitativa bassa, mentre in epoca storica era una delle province più importanti e popolose della regione di Sanyo, con un’estensione sul territorio molto più ampia.

Il mio corto circuito neuronale si ricordava di un luogo di katana, di uomini e di segreti, ma la Bizen di oggi è solo un frammento di quella provincia chiamata Bizen. La città moderna è rinomata per le ceramiche di origine antica, particolari, rustiche, chiamate Bizen-yazi. Io invece cercavo la Bizen in cui si forgiavano le katana.

Abbiamo girato a piedi la Bizen odierna. Passeggiare in una cittadina giapponese fuori dai circuiti turistici è un’esperienza strana: per strada incontri pochissime persone, ma senti la loro presenza ovunque.
Bizen è fatta di case, strade, negozi. Poi giri in una traversa e ti ritrovi nel verde.

Così abbiamo trovato il Santuario di Amatsu, piccolo, lontano dai fasti degli altri santuari shintoisti e dei templi buddhisti che ho trovato sulle rotte turistiche. Questa semplicità ha reso il viaggio più vero.

Il santuario che mi è penetrato sotto pelle in tutto questo viaggio l’ho trovato a Bizen. Non è quello di Amatsu che ho appena citato, ma uno abbandonato, di cui non so neppure il nome, incontrato salendo nel bosco. Nel silenzio appena mosso dal vento tra le foglie, me lo sono trovato davanti, e senza una spiegazione logica, mi sono sentita a casa.


Dopo aver visitato la Bizen “moderna”, Willy e io cercavamo la Bizen del corto circuito neuronale. Ci siamo spostati con i treni locali e, alla fine, alla parte di Bizen “antica” dove forgiavano le katana per i samurai, ci siamo arrivati.

A fine giornata, per me, la bellezza di Bizen è stata proprio la sua “non bellezza” da cartolina patinata.
Le due mamme che portavano i bambini a giocare al Santuario di Amatsu.
Il signore, che mentre camminavamo sul ciglio della strada, dal cortile di casa ci ha salutato.
La gentilezza delle poche persone incontrate.
Le stazioni ferroviarie perse nel nulla.
I viaggi sui treni locali, in zone rurali, con le poche persone sedute.

La foto di copertina, che riporto anche qua sotto insieme a quella fatta nel 2024 a Tanabe, è stata fatta a Bizen nei campi intorno alla città. Nel 2024, a fine aprile, avevo visto i campi di riso con le piantine appena trapiantate nelle risaie piene d’acqua; nel 2025 ho visto cosa accade dopo e la loro crescita.

MIYAJIMA: Dove la sacralità incontra il caos dei turisti


Da Hiroshima dovevamo prendere il traghetto per Miyajima, il cui vero nome è Itsukushima. Questo doppio nome nasce dallo storico legame popolare e spirituale con l’isola, che ha fatto sì fosse chiamata Miyajima: “Isola del Santuario”.

Prima di partire ci siamo fermati a uno Starbucks: il matcha latte con il latte di soia, in Giappone, per me era una coccola. Cercavo di sorseggiarlo lentamente a causa degli 8000 gradi di calore, quando si avvicina una nonnina alta come un soldo di cacio. Ci spiega che andava a scuola d’inglese, e se potevamo far un po’ di conversazione con lei.

Spesso capita che i giapponesi che studiano inglese vadano alle stazioni o altri luoghi frequentati dai turisti per fare pratica di conversazione. Di solito sono studenti. Vedere quella donna minuta con un’età approssimativa di 80 anni e ancora la voglia di imparare… l’avrei mangiata di baci.

Qualche parola con lei e poi ci siamo avviati al porto per prendere il traghetto.

Appena scesi sull’isola ci hanno accolto degli studenti ai gazebo, anche lì un po’ di conversazione d’inglese, un po’ d’interviste tipo “di dove siete, cosa conoscete, come mai siete qui” e ci siamo allontanati.

Miyajima è sicuramente un luogo turistico, ma per me imperdibile: il famoso Torii nell’acqua, l’isola che in pratica è tutto un santuario, volevo vederla. Trovarsi lì, davanti al luogo che per anni avevo visto solo in foto, è sembrato qualcosa di magico. In rete troverete migliaia di foto migliori delle mie, ne sono consapevole, ma queste sono le mie foto, i miei ricordi.




Mentre ci dirigevamo al Santuario Itsukushima, mi sono persa in scorci di luoghi, persone e cervi. Sull’isola ci sono circa 500 cervi che vivono tranquillamente in mezzo agli abitanti e ai turisti.

Il Santuario di Itsukushima è costruito su palafitte a causa del movimento della bassa e dell’alta marea. Fa parte del patrimonio Unesco dell’umanità. Nelle foto, qua sotto, volevo farvi notare come io sia stata subito attirata dalle offerte votive in botti di sakè.

Momento cultura
Vi cito solo alcune curiosità sull’isola di Miyajima: le donne in stato di gravidanza avanzata, gli anziani in fin di vita e i malati terminali sono allontanati dall’isola per questioni di purezza legate ai rituali dello shintoismo.

Esiste il concetto Kegare, impurità, secondo cui la morte e il sangue sono considerati fonti d’impurità o inquinamento spirituale, quindi per mantenere l’isola sacra, questi avvenimenti non possono accadere sull’isola.

La morte viene considerata impura e quindi non ci sono né sepolture né cimiteri sull’isola. Le donne in fase avanzata di gravidanza, potrebbero partorire e quindi “perdere” sangue, contaminando anche loro la purezza dell’isola.

Non so a questo punto come considerino le donne nel periodo mestruale, sarei curiosa di saperlo. E’una curiosità senza preconcetto, anche dalle nostre parti, mi ricordo, consideravano impure le donne mestruate con frasi del tipo: “Non toccare le piante, poi muoiono”, “Farai impazzire la maionese”.

Invece in altri luoghi accade il contrario. In alcune culture sciamaniche le donne mestruate erano considerate molto “potenti”, e il sangue mestruale, un concentrato di energia.
Fine momento cultura

A Miyajima si trova anche il tempio Daisho-in e il Santuario Hokuku (Senjokaku), nel pomeriggio mentre ritornavamo verso il traghetto, li abbiamo visitati, non vi racconto le singole storie, vi lascio solo qualche foto fatta.

Potevano infine mancare gli Ema?

La giornata volgeva al termine, abbiamo preso il penultimo traghetto per evitare la ressa e siamo tornati a Hiroshima. La mattina dopo saremmo partiti per una zona totalmente fuori dai circuiti turistici.