Ultimo post sul mio viaggio in Giappone.
Sarà un post diverso dagli altri.
Non troverete foto di templi o piatti di ramen, l’unica foto di quella mattina all’aeroporto di Haneda è quella di Godzilla che mi ha salutato prima dell’imbarco.
Stavolta voglio parlarvi del Giappone che non si mette in vetrina.
Mi sono innamorata del Giappone nel mio primo viaggio. Ho continuato ad amarlo anche in questo. Ma se nel primo ero nella “fase di innamoramento alla Alberoni” con una forte idealizzazione, nel secondo l’amore è passato alla fase successiva: più maturo e senza idealizzazioni.
La cultura giapponese mi sembra più affine a me di quella di nascita. Però, a volte, osservo cose che mi fanno pensare che avrei “problemi emotivi” a vivere qui in maniera stabile. Lo penso osservando che molti di loro, nati e cresciuti in quel contesto, li hanno.
Leggo, ho letto, libri che parlano della sua storia, ho guardato documentari su di esso, guardo tutt’ora in lingua originale (con i sub in italiano) i suoi film e le sue serie. Sto ancora cercando di imparare la sua lingua, seguo le sue vicende; la sua cultura mi affascina e a tratti la percepisco affine a me. Se avessi molti soldi, comprerei anche una casa in Giappone per potere fare la spola Italia-Giappone a semestri alterni (forse così imparerei davvero la lingua).
Tutto questo ha fatto crescere un amore più maturo, ma non mi ha fatto distogliere lo sguardo dalle molte criticità che esistono. Lo dico consapevole che ogni cultura, anche la mia, le ha.
In questo ultimo post ve ne racconto alcune che per me sono criticità. Perché per amare uno stato e un popolo devi conoscere entrambi i lati.
Penso agli hikikomori: un fenomeno diffusissimo in cui le persone si isolano volontariamente dalla società, confinandosi in casa, nella propria stanza. Un isolamento che dura da pochi mesi fino ad arrivare ad anni. Fuggono da una società che preme su di loro, per la paura di fallire, per timore del giudizio. Il fenomeno colpisce maggiormente i giovani, dall’adolescenza fino ai trent’anni.
Penso ai karoshi: tradotto letteralmente significa “morte da superlavoro”. Un fenomeno ben documentato dalle statistiche elaborate dal Governo Giapponese. Decessi improvvisi, infarti o ictus causati dallo stress estremo e da orari di lavoro eccessivi. A volte lo stress porta anche al karōjisatsu, al suicidio da ansia per il lavoro.
Il Giappone ha storicamente un problema con i suicidi in generale, tra i tassi più alti al mondo. Oltre al karōjisatsu la forte pressione sociale e un “isolamento emotivo culturale” lo alimentano anche in altri ambiti.
Questi aspetti colpiscono direttamente la sua gente. A volte la pressione sociale è talmente forte da spingere la mente a cercare una via di fuga.
Sono consapevole che, paradossalmente, è proprio questa pressione, quando ben gestita, a garantire ciò che noi turisti ammiriamo per due settimane all’anno: lodiamo la puntualità dei suoi treni, la pulizia delle strade, la sicurezza e il rigore della gentilezza pubblica.
Poi ci sono criticità che colpiscono (o sono rivolte a) popoli altrui.
Quello che scrivo qui sotto è chiaramente una visione generalista: ci sono giapponesi che conoscono la vera storia e si sono fatti una loro opinione, ma molti la conoscono solo attraverso i loro libri scolastici. Vedono solo una sola versione, di parte (accade anche da noi).
Penso alla mancanza del riconoscimento degli errori fatti come popolo, come stato. So che è culturale: il concetto di seguire l’armonia sociale, il cosiddetto “wa”, che li porta al mantenimento della “faccia” rispetto alla verità e all’ammissione diretta dell’errore.
Ma qui interviene il mio senso di giustizia: non riesco ad accettare il silenzio sui crimini del passato. Senza ammissione di colpa non esiste memoria, e senza memoria l’errore è destinato a ripetersi. E’ difficile accettare che non ci siano scuse proporzionate e ufficiali per quello che è successo a Nanchino1, per le Confort Woman coreane,2 per non citare l’isola di Hashima 3(la spettrale Gunkanjima) dove raccontano, tutt’ora, solo il lato “romantico” dell’archeologia industriale, nascondendo l’inferno dei lavori forzati e la sofferenza creata con la complicità di Mitsubishi.
Questa mancanza di riconoscimento delle atrocità commesse ha generato strascichi diplomatici tutt’ora esistenti con la Corea e la Cina.
Poi, da donna, penso al loro attuale governo e mi domando quanto questa ossessione per la tradizione alla fine “chiuda” la mente. Avevo scritto un post su questo governo e su Sanae Takaichi, e sul perché non mi piace. Se vi interessa leggerlo, vi metto qua il link: Sanae Takaichi: il patriarcato in versione tailleur.
Vi verrà spontaneo pensare: “Ma come? Hai fatto millanta post prima di questo su quanto ami il Giappone, di quanto sia bello, quanto sia meraviglioso, della connessione che hai, e ora scrivi tutte queste cose negative?”.
So che ci sono molti blogger e scrittori che, quando vi descrivono il Giappone, lo fanno solo attraverso la parte rosea: la bellezza, il cibo, i templi, la pulizia, la filosofia, la gentilezza e così via.
Io no. Proprio perché lo amo, vi racconto (in questo ultimo post del mio viaggio), anche cosa non va.
Chiaramente è il mio personale punto di vista.
Se ami con le fette di prosciutto davanti agli occhi, finisce che quando cadono, sei disilluso e finisci per odiare ciò che amavi.
Amare davvero qualcosa significa anche accettarne le contraddizioni.
Io vorrei che amaste il Giappone, e soprattutto la sua gente, come si ama una persona vera: nonostante i suoi lati difficili.
- Il massacro di Nanchino, chiamato anche lo “stupro di Nanchino” è avvenuto nel 1937 da parte delle truppe giapponesi. Entrarono in città e per sei settimane furono responsabili di una delle pagine più cruente e inumane sui civili.
Violenza sistematica, uccisioni di massa, violenze sessuali sulle donne (si stima che siano state violentate tra le 20.000 e le 80.000, molte delle quali poi furono mutilate e uccise), saccheggi e incendi dolosi ad opera dei soldati giapponesi.
Si parla di circa 300.000 cinesi morti. ↩︎ - Il termine Confort Woman (donne di conforto) è stato usato per minimizzare quello che accadde alle donne “reclutate” (leggi: schiavizzate) dall’esercito giapponese. La maggior parte proveniva dalla Corea; furono costrette alla schiavitù sessuale tra il 1932 e la fine della guerra nel 1945. Le donne non erano volontarie, il reclutamento avveniva attraverso l’inganno, il rapimento o la tratta. ↩︎
- L’isola di Hashima, conosciuta anche come Gunkanjima, fu acquistata nel 1890 dalla Mitsubishi per estrarre carbone necessario alla flotta giapponese. Era un’isola microscopica con una densità abitativa che superava le 5000 persone in soli sei ettari. Per fare un paragone, Tokyo in sei ettari conta una densità di 900 persone. Immaginatevi l’affollamento e le condizioni di vita degli operai giapponesi.
Il peggio, però, non è stato questo.
Tra il 1940 e il 1945, durante il conflitto, migliaia di coreani e cinesi (sotto occupazione giapponese) furono portati sull’isola e costretti a lavorare in condizioni disumane. I sopravvissuti hanno testimoniato di percosse, morti per i gas delle miniere e mancanza di cibo. ↩︎
