KAMAKURA&YOKOHAMA: Sacro e Kawaii


Quella mattina avevamo appuntamento a Kamakura con Yoko. Di lei vi avevo già parlato qualche post fa, il giorno del mio arrivo in Giappone. Avevamo concordato di passare una giornata insieme al mio rientro a Tokyo. Così è stato.

Se avessi assunto una guida, avrei visto solo la metà di quello che ho visto con Yoko.

Se dovessi dire tutto ciò che è legato ai posti visitati, dovrei fare cinque post a parte. Mi limito a citarne solo alcuni con una breve notizia sulla loro particolarità, sia mai che voleste un domani visitarli, il tutto si trova a Kita Kamakura: una zona residenziale e storica a nord di Kamakura, piena di antichi templi zen immersi nella natura.

Il Meigetsuin è il tempio delle ortensie. Il Kencho Ji è il tempio zen più antico di Kamakura con un giardino giapponese bellissimo e il Buddha ascetico. Il santuario Tsurugaoka Hachimangu è antichissimo, ha 800 anni, ed è dedicato a Hachiman, la divinità che protegge i samurai.

Giusto per completare la sensazione d’immersione, Yoko aveva prenotato il pranzo presso il ristorante che i monaci buddhisti zen hanno aperto all’uscita del tempio, quindi rigorosamente vegetariano.

Tra l’altro, in uno di questi templi, l’universo mi ha mandato ancora segnali sulla mia missione 2025 in Giappone… botti votive di sakè.
Ripeto: chi sono io per ignorare i segnali dell’universo?

Sono stata anche al Kotoku In, il tempio del grande buddha bronzeo: Amida Buddha. Oltre tredici metri di altezza, il volto largo più di due, e puoi persino entrare dentro, essendo cava.

Momento magico per il semplice fatto che ero davanti a quella statua vista, negli anni, centinaia di volte in foto. Sembrava un po’ irreale che io potessi essere davvero lì in carne e ossa.

MOMENTO CULTURA
Nella foto qui sopra vedete anche le waraji, le calzature tradizionali giapponesi fatte di paglia di riso intrecciata. Quelle della foto sono le O-waraji, sono enormi e sono quelle dell’Amida Buddha bronzeo.
Le O-waraji hanno un significato spirituale simbolico di protezione.
FINE MOMENTO CULTURA

Dopo questo mio scrivere, che pare un po’ lo svolgimento di un tema scolastico dal titolo “Parlami dei templi e dei santuari di Kamakura”, vi dirò che, come nel 2024, mi sono persa nelle statue e animaletti “kawaii”.1 Oltre ad essere adorabili, hanno un significato spirituale. Sono un ponte tra il mondo umano e quello spirituale.

MOMENTO CULTURA BIS
Le piccole statue sorridenti rappresentano Jizo Bosatsu: protettore dei bambini e dei viandanti.
Il coniglio è un simbolo di altruismo e devozione; la tartaruga è simbolo di longevità e saggezza; il gufo rappresenta la conoscenza e protegge dalla sfortuna.
FINE MOMENTO CULTURA BIS

Quella giornata, per me, ha avuto due momenti top. Il primo è stato prendere la linea ferroviaria Enoden.

Costruita tra il 1902 e il 1910 è sopravvissuta a guerre e terremoti. La sua linea è a binario unico e ha mantenuto un aspetto retrò. Attraversa le aree residenziali, quando dico “attraversa le aree residenziali”, intendo che per lunghi tratti passa a pochi decimetri di distanza dalle abitazioni, mentre in altri tratti viaggia vicino al mare. Non ho foto mie, ma per farvi comprendere di cosa parlo, ne metto alcune trovate in rete.

E’ stata un’esperienza particolare. Essere in un luogo che per tante volte hai visto da lontano, come fosse un film, rende l’esperienza particolare, quasi irreale.

Il treno ci ha portato a Enoshima città, la quale è collegata da un ponte all’isola che porta lo stesso nome. Abbiamo gironzolato per le vie della città piene di negozi e turisti. Non siamo andati sull’isola. Non avevamo abbastanza tempo, perché la sera ci aspettava, come da programma di Yoko, un’altra città.

Ho parlato di due momenti top, ecco il secondo è stato questo, tramonto sul mare di Yokohama.

Non ho visto molto della città, ma l’aver passeggiato nel buio tra le sue luci e il mare, me l’ha fatta amare. Non posso avere una visione vera e completa della città, ma so che quella sera ho pensato che mi sarebbe piaciuto vivere anche lì.

Yokohama non è una città piccola, ha quasi 4 milioni di abitanti, dista da Tokyo circa 60 km, non lontana da tutto ciò che una megalopoli può offrire.

Odore di mare e di vita a misura d’uomo (giapponese ben inteso). Questa è stata la mia impressione in quelle poche ore.

Infine dopo la cena e i saluti a Yoko, stanca ma felice tornavo a Tokyo.

  1. Kawaii = carino, adorabile, grazioso ↩︎

OSAKA – Ultima notte in Giappone


Il viaggio per Osaka sarebbe stato lungo, avremmo preso più mezzi, e l’idea che eravamo agli sgoccioli della vacanza non aiutava il morale. La piccola stazione nel verde nulla di Atashika ci aspettava con il suo romanticismo made in Japan.

Il Giappone, però, aveva in serbo ancora dei regali per me, per esempio farmi sbirciare “nella sua vita quotidiana”.

Osaka ci ha accolto nel tardo pomeriggio, avevamo qualche ora a disposizione, e oltre a non riuscire più quasi a uscire dalla stazione metro di Osaka (l’uscita di Umeda), abbiamo visitato alcune librerie. Siamo poi andate a mangiare in un locale dove c’era Licia, Marrabbio vestito di nero e la nonnina di “Kiss me Licia”! (non sto scherzando, prego la regia di mandare diapositiva di conferma)

Stranamente vedete un bicchiere d’acqua e non la birra, ma non vi preoccupate, l’acqua loro la portano sempre free al tavolo, chiaramente ho ordinato il mio solito mezzo litro di birra giapponese. Prego la regia di mandare diapositiva, quale prova documentale.

La nonnina che citavo sopra, quando stavamo per uscire dal locale ci ha salutato con un “Ciao”. Alla nostra sorpresa ci ha fatto sapere che lei ama molto l’Italia (l’ha fatto sorridendo e citando: “Pasta, pizza, Venezia, Roma, Milano). Anni prima era stata in Italia, e le sarebbe piaciuto tornare.

Dopo cena abbiamo deciso di fare un ultimo giro della città. Molti dicono che a Osaka non c’è nulla o quasi, che meglio andar in altre città, io lo ribadisco, Osaka a me è piaciuta.
Ho amato i quartieri che ho visto: Nipponaschi, Umeda e Namba, così diversi tra di loro e ognuno con una sua bellezza.

Ho amato le sue centinaia di biciclette, ovunque, specialmente la sera.

Ho amato quella “puzza” di fritto che aleggia nell’aria a una certa ora, che tornavi in albergo neppure fossi stata in una delle peggiori pizzerie di Caracas…. ops… italiane. Quelle che ancora non hanno gli aspiratori, quelle in cui torni a casa e devi farti due docce per toglierti l’odore di fritto dal corpo e buttare i vestiti, ormai inutilizzabili.

Ho amato le luci, i suoi colori e i suoi kawaii.

Ho amato la sua sera piena di vita e di fermento. Osaka è una città giovane e si “sente”, si percepisce, in ogni cosa che incroci, e trovare anche qui (come a Shirahama il tavernello) un pezzettino di Italia con Intimissimi, la fa sentire più vicina.

Forse anche il pensiero che quella sarebbe stata la nostra ultima notte in Giappone (per il momento) me l’ha fatta amare anche di più. Il giorno dopo saremmo ripartite per l’Italia. Ma questo è un altro post.