Questo sarebbe stato l’ultimo giorno sull’isola e un po’ di dispiacere c’era: c’eravamo abituati ai giri ai mercati coperti, ai templi e ai santuari, al sakè e alle persone del luogo.
Il Yashima Temple e il Yashima Shrine ci aspettavano. In Giappone i Templi Buddhisti e i Santuari Shintoisti molto spesso sono uno accanto all’altro. Questo dipende dal fatto che le due religioni convivono pacificamente in una forma di sincretismo chiamata Shinbutsu Shugou. Praticamente da sempre i kami, le divinità shintoiste, vengono interpretati come manifestazioni del Buddha. I giapponesi spesso praticano entrambi i riti: matrimoni e nascite con gli Shintoisti, funerali con i Buddhisti.
Il tempio fa parte del pellegrinaggio degli 88 templi dello Shikoku. Le foto di procioni che vedete riguardano Tasaburo Tanuki, il protettore della zona.
Il santuario, chiamato anche Sanuki Toshogu, è dedicato agli ex signori feudali di Takamatsu, gli Matsudaira. Portali torii accompagnano una passeggiata nel bosco.
Ah… i gatti sono kami per natura, quindi il micione che gironzolava tra santuario e tempio per diritto divino è nella foto. Poi il fatto che io sia una gattara devota è puramente causale.
Dall’alto c’è un panorama solenne, da una parte le isole e il mare interno di Seto e dall’altra si vede la città di Takamatsu.
Ritornati in città nel pomeriggio, ci siamo diretti all’asilo gestito da Brunella e Maurizio. Non metto foto dei bimbi, ma sappiate che ci hanno accolto tutti con curiosità. Ci avevano preparato letterine e gru di carta. Cose finite nel mio solito: “Le metto qua, così quando mi servono da fotografare, le trovo”. Come da tradizione, non mi ricordo minimamente dove le ho messe. Appena le ritrovo, aggiornerò il post.
Ognuno di loro si è presentato dicendo chi era, poi ho dovuto presentarmi io, in giapponese, impapinandomi sulla frase più semplice che esista da dire, il proprio nome. Ma ero davvero emozionata. Io non ho molto “spirito materno”, ma con loro mi è “fuoriuscito” un pochetto. Un bimbo di nome Haruto, poi, ha voluto la foto con noi, e alla fine abbiamo fatto la foto con tutti quanti.
L’ultimo giorno stava finendo. La mattina seguente saremmo ripartiti dall’isola per una nuova città. Prima di rientrare in albergo ho scoperto che nella galleria c’era un negozio Animate. A Tokyo avevo girato parecchio, ma niente, esaurito ovunque. Avevo promesso alla mia amica di portarglielo. La fortuna aiuta i tenaci. Given sarebbe tornato con me in Italia.
L’ultima notte a Tokyo mi ha regalato luci e emozioni. Questa volta non parlo di Ren Nagase, ma di qualcosa visto un milione di volte nelle foto altrui, nelle riviste patinate, nei depliant di viaggio. Ora me la trovavo lì, a pochi passi, imponente e avvolgente. Posso sembrare sciocca, o baka per dirla alla giapponese, ma è stata davvero un’emozione. Faceva parte del mio sogno chiamato “Giappone” che si realizzava. Ero vicina al simbolo della città simbolo di questo sogno. Tutto quell’arancione che che avvolge e trasmette calore (certo forse il fatto che io a quell’arancione ora abbini anche Ren Nagase… forse influisce un pochetto) mi ha fatta sua. Non ho altre parole da dire sulla Tokyo Tower, solo a parlarne, per un attimo mi ritrovo lì sotto. Metto solo qualche immagine tra quelle che ho fatto, nulla di che, in rete ne troverete di più spettacolari, più belle, più artistiche, più professionali, ma queste sono le mie e sono intrise delle mie emozioni e di quel momento.
Con tutto quel colore della torre alle spalle ci siamo avviati a piedi a Roppongi. Tokyo di notte si riempie di luci in alcuni quartieri. Roppongi, l’alter ego di Itaewon (e viceversa) è uno di questi, è un quartiere pieno di locali notturni, discoteche, pub e hostess bar. Ancora una volta, mentre ne parlo con il senno del poi, mi domando perché ho vissuto così poco la vita notturna di Tokyo, un vero peccato. Dovrò tornarci e fare solo vita notturna!
Momento cultura In Giappone non c’è un orario di chiusura legale per i locali notturni e Roppongi sfrutta questa possibilità con moltissimi locali che rimangono aperti fino all’alba. Questo quartiere è il più internazionale, anche a causa-effetto del fatto che tantissime aziende internazionali hanno sede qui. Molti considerano Roppongi il confine tra Tokyo e il mondo.
Questo è un quartiere poliedrico, di sera centro di attività notturne, di giorno centro culturale di alto livello, con un grande spazio espositivo dedicato al design. Roppongi è un quartiere moderno, internazionale e sofisticato che affonda le sue radici più profonde nella propria cultura, evidenziando ancora una volta questo aspetto tutto giapponese, antico e moderno che coabitano in armonia insieme. Fine momento cultura
Dopo un’intera giornata a camminare ci siamo diretti ad Asakusa al nostro albergo, ma, per strada, la città tentacolare, mi ha “tentacolato” un’altra volta con uno dei suoi tentacoli: il Don Quijote. Questa catena di negozi fa parte dei “mali” che attentano al tuo portafoglio, mentre una vocina nella testa ti sussurra: “Tanto costa poco”. Quei tanto “costa poco” si trasformano in pochi minuti in un: “Ho speso un patrimonio”.
Sappiate che sono uscita da quel luogo “malefico” quasi indenne. Quasi.
Il giorno dopo mi aspettava lo shinkansen, la mia prima volta con questo treno ad alta velocità e l’isola dello Shikoku. Ma questa è un’altra storia e un’altro post.
Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.
Settima prossima sarò in Giappone. Il Giappone e io abbiamo un rapporto 縁.
Ve ne parlo in questo post. Il mio rapporto con il Giappone è nato in età adulta, lontano da anime, manga e quant’altro (anche se poi hanno iniziato a farne parte). È nato anni fa da una frase letta in una rivista di architettura che parlava di “arredare con il vuoto”. Per me fu una fucilata interiore, quella era casa per me.
Questo paese mi è entrato sottopelle, con i suoi ossimori continui. Solo per farvi un esempio, è un paese che riesce ad essere romantico e amorevole fino a penetrarti nelle ossa, e nel contempo avere una visione di vita crudele e difficile, fino a toglierti il fiato.
Una loro parola-concetto potrebbe riassumere questo mio rapporto interiore con il Giappone: 縁 la cui pronuncia è “en”. È formato da due kanji: 糸 – il cui significato è filo oppure corda 爰 – il cui significato giapponese è di destino, legame, connessione. Lo vedete il concetto profondo di 縁? Un filo del destino, una connessione, un destino che va oltre l’ordinario, un legame karmico.
Con il Giappone ho questa sensazione. Con questo paese percepisco una connessione, non comprendo da dove nasca (ma ha importanza?), la sento in molti aspetti del suo modo di essere, ne cito solo alcuni: il suo essere rispettoso, il suo sforzarsi nella gentilezza per aver capito che è l’unico modo per non attraversare la “guerra”, e non è facile farlo.
Amo questo paese nonostante ci siano altrettante cose che non mi piacciono. In fondo ho lo stesso atteggiamento di quando ho amato, pur non piacendoti alcuni aspetti, lo ami. Insomma, sono innamorata del Giappone.
Ho un “縁” anche con le persone legate al Giappone per nascita o per amore. Queste persone, per me, sono un tangibile “incrocio del destino”, un 縁 in carne e ossa.
Parlo di Matsu, conosciuta l’anno scorso, e del suo portarci a casa sua, farci conoscere la sua famiglia. Portarci in giro, il giorno dopo, in auto fino alle risaie Maruyama Senmaida.
Parlo delle tre donne conosciute una sera nel parco di Hirosaki (di cui non ricordo il nome, complice una leggera ubriacatura di sakè), che ci hanno invitato sotto un albero di ciliegi a fare un picnic con loro, offrendoci cibo e alcol. Nessuna parlava la lingua dell’altra, eppure, complice il sakè, abbiamo parlato e riso per due ore.
Parlo di Aya, conosciuta per caso a un concerto a Berlino a luglio di quest’anno, incontro che l’ha portata, a ottobre, con suo marito da me. Un pranzo insieme fronte lago parlando in giapponese, italiano, inglese, mentre nessuno dei tre sapeva bene la lingua dell’altro.
Parlo di Yoko, che non ho mai visto in vita mia, amica di un’amica, che quando ha saputo che venivo in Giappone quest’anno, ci ha “legato” un reciproco desiderio di conoscerci realmente (cosa che farò in questo viaggio).
Parlo di Rodi, italiano che vive a Tokyo da tantissimi anni, e che mi aiuterà i primi giorni di novembre a Tokyo a districarmi nelle sue strade e nella sua metropolitana. Rodi, che fin dalla prima volta al telefono l’ho percepito come se lo conoscessi da molto. La prima telefonata è durata un’ora.
Infine, parlo di Shigeru, che cito per ultimo ma invece è tra le persone con cui ho sentito, attraverso i suoi scritti, la connessione più profonda. Le sue parole scritte, per me, sono poesia verso il mondo, un’apertura così anomala per essere un giapponese e, allo stesso tempo, così giapponese (lo ripeto, il Giappone, per me è uno splendido ossimoro). Un vero “incrocio del destino”. Lui è una persona davvero speciale, che incontrerò in questo mio viaggio.
Credetemi, non vedo l’ora di entrare, nuovamente, in contatto con il Giappone, la sua cultura e le sue persone.
Se siete curiosi del mio viaggio precedente in Giappone, cliccate qui: Giappone 2024
Il secondo giorno a Kyoto piovigginava a intervalli, ma questo non ci ha minimamente fermato. Prima una veloce colazione. Paola con il suo matcha latte e il dolce preferito alla mattina, il *Baumkuchen giapponese. Nel frattempo io m’illudevo, ancora, ordinando l’ennesimo caffè small, ma arrivava sempre una tazza grande di brodaglia bollente (questo fino a quando non ho imparato a far colazione direttamente in stanza, in altro modo).
Il giorno era dedicato alla foresta di bambù di Arashiyama, al sentiero del filosofo e a qualche tempio.
La foresta di bambù era una delle cose che volevo assolutamente vedere nel mio viaggio in Giappone. Sinceramente non è una foresta di bambù, è un corridoio di bambù. Carino per carità, ma le foto che vedete numerose in rete, riguardano quasi esclusivamente quel corridoio.
Mi sono divertita molto di più nel passeggiare nella foresta intorno, e ho scoperto la mia grande passione di questo Japan tour 2024, fotografare statuette di animaletti vari.
Quell’animaletto con il cappellino che vedete, rappresenta Tanuki, un cane procione, porta fortuna. In una mano tiene una bottiglia di sake e una lettera di credito, simboli della buona fortuna nella vita, compresa quella negli affari. Il gufo a lato porta sempre fortuna e in più protegge dalle avversità.
Dopo aver fatto anche una mini passeggiata sul sentiero del filosofo (ahimè la fioritura era ormai un ricordo e quindi in una giornata bigia era meno poetico), ci siamo avviate alla fermata del bus, quando mi si è parato davanti uno scenario che mi ha fatto quasi scendere la lacrimuccia, ho visto il Ponte Togetsukyo.
Lo so a voi non dirà niente, ma a me, consumatrice di lunga data di bl giapponesi, è stato come entrare per un attimo nel dorama. Su quel ponte è stata girata una scena emozionante di Kimi ni wa Todokanai (I can’t reach you).
Preso il bus, ci diamo dirette al tempio Tenryu-ji, considerato dall’unesco patrimonio dell’umanità, con dei bellissimi giardini zen. Tranquille non vi tedio con i momenti culturali, perché ormai ero caduta nella mia nuova passione: fotografare statuette di animali.
In Giappone la parola per dire rana è “kaeru” che significa anche “ritorno”. La rana quindi è diventata il portafortuna di chi viaggia, così si assicura un ritorno sicuro. Il senso “ritorno” va oltre ai viaggiatori, è il ritorno di denaro e di fortuna. Mi dovevo comprare una rana in Giappone e non l’ho fatto. Ragazzi, mi tocca tornare là per comprarla!
Il tragitto con il bus verso il santuario di Nyan Nyan-ji (il santuario dove i monaci sono gatti) ci dondolava e ci faceva appisolare, quando all’improvviso Paola mi dice: “Eva! Scendiamo a vederla da fuori!?”. Stavamo passando, per caso, davanti al Toei Kyoto Studio Park, dove da poco avevano messo l’installazione “Evangelion Kyoto Base”. Ve l’ho detto vero che ho un’amica otaku da almeno 10 vite precedenti?
Siamo scese, ma che fai, se lì, non entri? Quindi siamo entrate al Toei Kyoto Studio Park, ci siamo fatte la foto sull’evangelion e abbiamo girato per tutto il Toei.
Evangelion Kyoto Base
Dopo aver speso, nel parco, soldi in cose assolutamente inutili ma irrinunciabili, abbiamo proseguito verso la nostra destinazione, il santuario dei gatti.
Questo Santuario dedicato ai gatti ha aperto abbastanza recentemente, nel 2016. Solo nel 2022 ha ordinato monaco un gatto, non loro, che veniva sempre al santuario: Mayo. Dicono che Mayo adempiva i suoi doveri di monaco, accogliendo i visitatori e raccogliendo i loro “desideri” (gli ema giapponesi). Purtroppo Mayo non fa più parte di questo mondo.
Ora, sono sincera, a me è piaciuto (del resto coabito con cinque gatti), ma dal “percepire” veramente questo luogo come santuario a vederlo come posto per acchiappare turisti, è un attimo.
Gli unici gatti che ho visto in giro, sono quelli delle foto, statue. Poi magari siamo state sfortunate e quel giorno tutti i gatti erano a dormire in altri posti, chi può dirlo?
Il lungo viaggio di ritorno ci ha riporto verso Kyoto città. Una volta arrivate abbiamo deciso di cenare fuori, e di farlo a Nishiki, il mercato di Kyoto.
Nishiki, il mercato di Kyoto
Momento cultura. Inizio Il mercato di Nishiki è stato fondato 400 anni fa, quello di oggi è diverso da quello originario, che era un mercato di pesce all’aperto. Oggi è una lunga galleria di circa 400 metri di lunghezza e poco meno di 4 di larghezza, dove sono stipati 130 venditori. Vendono quasi di tutto, vestiti, te, bacchette, sakè, utensili, stoviglie, scarpe, pesce fresco, timbri, dolci, e così via, insomma un po’ di tutto. Ci sono anche tantissimi ristorantini. Il mercato è molto frequentato (si vede dalla foto, in quel momento non era neppure molto pieno) dai turisti, ma anche dagli abitanti di Kyoto. Momento cultura. Fine
La fine del secondo, intenso, giorno a Kyoto era giunto alla fine e l’ho terminata davanti alla mia prima tempura di verdure made in Japan. Il fatto che ci siano due birre insieme al cibo è del tutto casuale (credeteci…).
Kyoto – Nishiki – Tempura di verdure
Dopo questo saremmo andate a riposare. Il terzo giorno a Kyoto ci aspetta.
*Baumkuchen giapponese = Il Baumkuchen è un dolce di origini tedesche. I giapponesi lo hanno fatto proprio. Il nome del dolce (in tedesco) significa “torta albero”, deriva dal fatto che ha strati concentrici interni che lo fanno assomigliare alla sezione di un tronco d’albero tagliato.