KUMANO KODO – ATASHIKA (quando il vuoto ti riempie)


Atashika fa parte del comune di Kumano e del Parco Nazionale Yoshino Kumano. E’ un puntino di poche case, con una piccola stazione, posta davanti all’oceano pacifico.
Non so come scriverlo per farvi capire quanto io abbia amato questo luogo.

Atashika è “vuota” non ha nulla, se passeggi, ti trovi circondato da silenzio e “vuoto”. Questo è il tipo di vuoto che a me riempie di sensazioni, di pace, mi sazia e mi da un senso sconfinato di appartenenza a un luogo.

E’ stato il nostro punto di appoggio, ma non solo, per visitare alcune zone lì intorno.
Il primo giorno avevamo deciso di vedere gli scogli di Onigajo e il Santuario di Hananoiwaya-jinja, una giornata piena di sole ci ha accompagnato in questi giri.

Gli scogli di Onigajo sono un’opera d’arte creata naturalmente dalla natura attraverso l’erosione del vento e dell’acqua. La scogliera è lunga circa un chilometro lungo il mare di Kumanonada, ed è considerato monumento nazionale.

Dopo aver visitato gli scogli per un breve tratto, abbiamo deciso di proseguire nel nostro programma e andare a vedere il Santuario. Qui sono sorti dei problemi, da cui però è nata una bellissima situazione.

Non riuscivamo a trovare la fermata del bus che ci avrebbe portato qualche chilometro più avanti, e non potevano percorrere la strada a piedi, perché per arrivare dovevamo attraversare un lungo tunnel dove passavano solo le auto. Andavamo un po’ avanti e un po’ indietro cercando di capire come arrivare dall’altra parte, o dove trovare la fermata del bus ma nulla.

Quando una signora giapponese, ci parla in inglese e ci indica un punto, anzi ci conduce proprio. Con lei c’è un ragazzo occidentale che la seguiva. La signora ci porta a una fermata del bus, però quel bus andava esattamente nella direzione contraria a quella che dovevamo prendere noi. Non c’erano fermate del bus, lì, per la direzione che volevamo prendere, potevamo solo a piedi. Cosa impossibile, attraversare il lungo tunnel trafficato dalle auto, troppo pericoloso.

Vi ho già detto che amo i giapponesi?

La signora, che poi scopriremo si chiama Matsu, insieme al ragazzo, che poi scopriremo chiamarsi Erez e venire dalla Scozia, ci ha accompagnato insieme al suo cane per stradine che mai avremmo trovato da sole, per oltre un chilometro. Nel frattempo la sua famiglia la cercava al telefono, e lei si è fatta raggiungere. Ci ha presentato il marito e i figli e ci ha indicato la strada da fare dicendoci: “Go, go, go” per andare al santuario.

Ci siamo lasciati, scambiandoci l’email per inviarci la foto di cui sopra, e abbiamo iniziato ad andare “Go, go, go” per arrivare al Santuario.

Prima di arrivare al Santuario, lungo la spiaggia (la strada costeggiava il mare) incappiamo in una sorpresa. Sapevamo che quel giorno era la festa dei bambini in Giappone, ma non avremmo mai immaginato di trovarci dentro al loro, bellissimo, festeggiamento.
Ci siamo fermate e abbiamo camminato, lungo la spiaggia, sotto quei bellissimi aquiloni a forma di pesce (simbolo della festa dei bambini), insieme alle famiglie e ai bambini presenti.

E’ stato davvero particolare, anche perché imprevisto, talmente bello che abbiamo chiamato, via whapp un paio di nostri amici, per fargli vedere, tramite la video chiamata, quello spettacolo.

Infine abbiamo ripreso la strada che ci avrebbe condotto al Santuario Hananoiwaya-jinja. Il Santuario è dedicato a una roccia imponente, alta 45 metri e larga 80. E’ uno dei santuari più antichi del Giappone.

Nei Santuari (che sono shintoisti, mentre i templi sono buddisti)* troverete sempre delle carte a forma di zigzag appese nei templi, sugli alberi, nelle rocce o altro. Si chiamano “shinto” e rappresentano “la bacchetta del fulmine”, uno strumento che è utilizzato nei riti di purificazione e benedizione.

Ormai la giornata era alla fine e siamo ritornate a piedi (non avete idea dei chilometri fatti quel giorno) alla stazione di Kumano-shi. Non avendo pranzato, ci siamo fermate a cenare, nonostante fosse presto (ma non presto per gli orari giapponesi); nel mentre ci arriva una email di Matsu che ci invita a casa sua a un barbecue.
Purtroppo stavamo già mangiando ma abbiamo usato l’occasione per invitarla a venire con noi, la mattina dopo, alle risaie Maruyama Senmaida.

Così è stato, abbiamo concordato un appuntamento alla stazione di Kumano-shi per la mattina dopo, per andare insieme alle risaie.

Ma questo è un altro post.

Santuari e Templi* = I santuari sono legati alla tradizione shintoista e hanno una porta torii all’ingresso. I templi invece sono legati alla religione tradizionale buddista e all’ingresso hanno una porta sanmon. Spesso in Giappone vedrete una combinazione dei due, perché le persone hanno “mescolato” le due tradizioni.

SHINGU – Verso Atashika (Wanted e Tsunami)


La mattina, a Shingu, ci siamo alzate presto con l’idea di visitare un santuario in città, prima di partire per Atashika. Abbiamo salutato il “nostro” monaco Sasaki, il quale è stato carinissimo, oltre a un selfie ricordo con lui, ci ha regalato il goshuin del suo tempio.

Il santuario da visitare, aveva 538 o 548 (non ricordo bene) scalini da salire per arrivare alla sommità della montagna, ed io non ero molto convinta (visto il poco tempo), poi abbiamo letto “attenzione vipere”, ma soprattutto abbiamo visto che tipologia di gradini erano (ovvero sassi, assemblati insieme, di diverse altezze e grandezze). Abbiamo cambiato programma, ci avremmo messo troppo tempo.

Ci toccherà tornare in Giappone per vederlo con calma (Vedete? Tutto ci riporta in Giappone).

Ci siamo avviate quindi a un altro santuario, il Kumano Hayatama Taisha, e questa volta qualche foto l’ho fatta, forse complice il suo colore e l’azzurro del cielo.

Ho fatto anche le mie solite foto a statuette e scorci di città vuota, che tanto amo.

Prima di prendere il treno, ci siamo concesse una seconda colazione fronte stazione, dove in un bar minuscolo, una signora gentilissima ci ha servito. Un bar di due metri per due, arredato come fosse una casa, con dei manga a disposizione per la lettura.

Davanti alla stazione, poco prima di partire ci aspettava una sorpresa, i ferrovieri con un ospite speciale. Ve l’ho già detto che amo i giapponesi?

Infine abbiamo preso il treno per Atashika e siamo giunte nel nostro appartamentino fronte oceano. Il ragazzo che lo gestiva è stato gentilissimo, socievole, parlava bene inglese. Ci ha dato delle dritte per i luoghi, dove mangiare, ci ha fatto trovare il frigo con la colazione pronta, succo di mandarini, mandarini, pane (quello vero!), formaggio e uova. Quando ha saputo che ero vegana, a me ha portato la marmellata di mandarini fatta da loro. Abbiamo così scoperto che in loco doveva esserci una zona di produzione di mandarini!

Dicono spesso che i giapponesi siano distanti, freddi, chiusi, che tengono a distanza. La mia esperienza è stata diversa. Tutti quelli che ho incontrato sono stati generosi, gentili, disponibili e accoglienti. Forse sono stata fortunata, o forse no, forse è usare un “trucco”.
Il “trucco” è: essere rispettosi delle loro leggi, delle loro usanze, dei loro luoghi e della loro persona, e loro aprono il cuore come un girasole al sole.

Atashika è davvero un puntino sulla costa dell’oceano pacifico. Non c’è nulla, a parte qualche abitazione, l’oceano e alcuni cartelli “inquietanti” che parlano di ricercati o di tsunami.

Quel puntino però, quel nulla, mi risuona dentro e l’ho amato.
Ma questo è un altro post.

KUMANO KODO – TANABE (Torii, riso e Kami delle donne)


Il viaggio che mi ha portato dal santuario di Nachi al Santuario Kumano Hongo Taisha, mi ha regalato un’immagine che rappresenta perfettamente il Giappone (dal mio punto di vista): terra, acqua, cielo e lì in mezzo piccolo e in balia, qualcosa di umano.
Mondi attigui ma separati, mondi che attingono uno dall’altro ma mantengono la loro unicità (sì, me ne rendo conto, sono ancora perdutamente innamorata del Giappone), mentre l’umano vive, o sopravvive, in mezzo a loro.

Il Kumano Kodo regala grandi paesaggi, storia e immagini, dal mio punto di vista è un bel posto per viverci.
Arrivate a Tanabe siamo state accolte dal torii Oyunohara, impossibile non vederlo, è il torii più grande al mondo.

E’ chiamato, da alcuni, anche il Torii delle risaie, poiché si erge, enorme, dai campi di riso tutt’intorno. E’ considerato un luogo di grande forza energetica, che aiuta a ricaricarsi. Sarà vero, non sarà vero, non so. So che stare lì era bello, oserei dire maestoso come il suo torii. Nel cielo sorvolava continuamente un’aquila, anche a basse altezze, sembrava un guardiano del luogo.

A poca distanza c’era un santuario piccolo piccolo, dedicato a Ubutasha, il Kami delle donne.

Abbiamo visitato anche il famoso Santuario Kumano Hongu Taisha (di cui come al solito non ho foto), perché già sapete della mia passione per le statuine o per le persone. Qui ho fotografato le persone davanti al “saisenbako”.
Sì, se ve lo chiedete, l’ho fatto anche io.

Momento cultura. Inizio
Davanti all’altare ci si inchina di fronte al “saisenbako” (la cassetta devozionale), si fa l’offerta, e a quel punto si tira la corda per far suonare la campana che scaccerà le entità cattive. Si fanno due profondi inchini, due battiti di mano, mentalmente si recita una preghiera, un ultimo inchino e si va via.
Momento cultura. Fine

Tardo pomeriggio siamo ripartite alla volta di Shingu, dove nonostante non fosse tardissimo, la città sembrava deserta. Nei piccoli centri, per la cena e il pranzo, hanno orari diversi da noi.

Abbiamo acquistato a un kombini la cena e ci siamo ritirate a bere birra e makgeolli (vero che il sospetto che sia una vacanza un pochetto alcolica, diventa sempre più realtà?).
Il giorno saremmo partite verso Atashika, ma questo è un altro post.

KUMANO KODO – NACHI (e l’albero della rinascita)


Siamo partite la mattina presto dalla cittadina di Shingu per arrivare alla cascata di Nachi. Shingu è in un posto strategico, con i mezzi puoi arrivare al Koumano kodo (alle sue spalle) o sull’oceano pacifico (che è di fronte). Di quella mattina ho amato la città con i suoi spazi vuoti, la donna uscita da film e l’arrivo all’altra cittadina, anch’essa semivuota.

Abbiamo preso un altro bus e ci siamo dirette alla cascata di Nachi.
Imponente è ho detto tutto.

Il luogo è bellissimo, e capisco perché viene considerato un luogo dove vive un Kami. La cascata è considerata, insieme a tutto il Kumano kodo, patrimonio Unesco, e fa parte dei siti sacri. E’ la cascata più alta, a salto ininterrotto, del Giappone (ve ne sono altre più alte, ma con salto d’acqua interrotto). Al solito io non fotografo i santuari o templi, ma mi perdo con animaletti e statue.

Potrei scrivere molte cose di questo luogo, ma non renderebbero mai la sensazione, e quindi lascio fare alle foto. Foto che hanno anche loro limiti. Non possono farvi sentire il calore del sole tra gli alberi, il fruscio del vento, la pace che avvolgeva tutto, la camminata sotto gli alberi, gli scorci di paesaggio.

Posso capire il perché della nascita della religione shintoista dopo aver visto questi luoghi.

Prima di andarcene dal Santuario Kumano Nachi Taisha, io e Paola abbiamo attraversato l’albero della rinascita. Un albero cavo che attraversi da una parte, sali e riesci dall’altra. Se lo attraversi, ti assicuri un’altra nascita. Io ero indecisa se farlo, pensavo “Un altra vita… non so se ce la posso fare”. Paola mi ha convinta e lo abbiamo attraversato… quindi portate pazienza, dovreste subirmi ancora in un prossimo futuro, non ben definito, insomma prendetevela con lei!

Momento cultura. Inizio
L’albero di cui ho scritto sopra è nel santuario, e un grande albero di canfora. Quest’albero ha quasi un migliaio di anni ed è considerato sacro. Il suo tronco cavo (naturalmente) permette di entrare al suo interno.
Momento cultura. Fine

Andate via ci aspettava il Santuario Kumano Hongu Taisha e il suo imponente torii, ma questo è un altro post.

SHINGU (Quando tutto il Giappone ha sospettato che la nostra fosse, un pochetto, una vacanza alcolica)


Siamo arrivate a Shingu con il buio. Avevano preso alloggio per un paio di notti presso un tempio a circa un chilometro dalla stazione, quindi la nostra opzione dopo un’intensa giornata e con quel buio è stata di prendere un taxi.

I taxi giapponesi sono davvero particolari, hanno i centrini della nonna sulla parte alta dei sedili, sia posteriormente sia anteriormente. I tassisti guidano con i guanti bianchi e ti fanno entrare (e uscire) solo dal lato sinistro dell’auto. Quando paghi in contanti, ti mettono il piattino dove appoggiare i soldi (ma questo un po’ ovunque). Non ho foto mie dei taxi che ho preso, metto quindi una foto presa in rete, per farvi capire meglio quello che ho scritto.

Ci siamo fatte riconoscere subito. Il tassista ci ha portato a destinazione (pensavamo) e aprendo il portabagagli ha preso i nostri zaini, nel farlo dallo zaino di Paola è caduta una bottiglia da circa un litro che aveva messo a lato. Vedendola a terra il tassista, ridendo, ha esclamato: “Makgeolli!!”.
Credo che anche lui abbia pensato che, un pochetto, la nostra era una vacanza alcolica.

Ci siamo fatte riconoscere subito. Ora non sto neppure a spiegarvi nei dettagli, sappiate che una volta partito il tassista, stavamo per entrare in un altro tempio (dove ci aveva lasciato) e che abbiamo visto arrivare dall’altro lato della strada il nostro monaco in ciabatte dicendo: “No, no… come me!” agitando la mano, e portandoci dall’altra parte della strada a pochi metri. Stavamo entrando in un tempio diverso, dove dal numero di scarpe esposte, probabilmente c’era una funzione.

Il nostro monaco (Sasaki) ci ha accompagnato alla nostra stanza fronte tempio (suo), questa volta giusto. Ha cominciato a farci vedere come usare le cose e dove erano i futon.

Il mio primo futon, ho dormito benissimo

Sasaki, poi aprendo il frigo e indicando sulla cucina delle bottiglie enormi ci ha detto: “Drink”. Paola, a quel punto, chiede (il monaco un po’ di inglese lo parlava) come facciamo a pagare, i bottiglioni erano davvero grandi e non avremmo bevuto tutto. Lui ci guarda stupido e risponde: “Free”.

Ve l’ho già detto che amo i Giapponesi vero?

Detto ciò, però devo anche sottolineare che comincio a sospettare che, in Giappone, si sia sparsa la voce che forse la nostra vacanza, era un pochetto alcolica. Se guardate la foto qua sotto, due bottiglioni di sakè, uno di prugna e un’altro di qualcosa di non ben identificato sul ripiano della cucina e nel frigo birre, lo sospettereste anche voi.

Al monaco Sasaki è andata bene, perché noi ormai eravamo cadute nel gorgo del makgeolli, e a parte un paio di birre, non abbiamo toccato nulla, la sera eravamo dedite al vino di riso coreano.

Questo è stato il nostro arrivo a Shingu, il giorno dopo ci aspettava una cascata e un po’ di templi, ma questo è un altro post.

SHIRAHAMA (Oceano pacifico e onsen)


Abbiamo salutato Kyoto con questo azzurro, la nostra meta finale era Shingu, ma avremmo fatto tappa a Shirahama, sull’oceano pacifico, e questo azzurro era l’ideale per quello che avevamo in mente.

Kyoto Tower

Arrivate a Shirahama stazione, abbiamo preso un bus che ci avrebbe portato qualche chilometro più avanti, dove ci aspettava un onsen a cielo aperto fronte oceano.
Non ho foto dell’onsen e/o all’interno perché (chiaramente) è vietato scattare foto, essendo tutti nudi come mamma ci fece. Noi siamo andate a un onsen pubblico, quindi con separazione uomini-donne. In particolare questo onsen era frequentato solo dagli abitanti del luogo (i posti migliori) e costava pochissimo, 500¥ che al cambio diventavano 3€.

Saki-no-Yu Onsen

Questo era il primo ingresso, si scendeva ancora una ventina di metri e ti trovavi fronte oceano, al vero ingresso dell’onsen.

L’onsen è una sorgente termale naturale d’acqua geotermale calda della terra (il lato positivo dei vulcani).  L’acqua degli onsen giapponesi è considerata tra le più curative al mondo.  Cosa fa? Tra le tante cose, migliora la circolazione sanguigna, abbassa lo stress, aiuta nei dolori articolari e fa diventare la pelle più sana e bella.

C’è un’etichetta per entrare negli onsen: lavarsi prima di entrare e una volta entrati essere rispettosi degli altri, quindi non parlare a voce alta, non nuotare, non fare spruzzi e tenere i capelli legati lunghi in modo che non entrino nell’acqua.

In alcuni onsen è vietato entrare con i tatuaggi. Io e Paola siamo portatrici sane di tatuaggi, prima di entrare abbiamo chiesto se potevamo farlo; in questo era possibile (ormai moltissimi permettono i tatuaggi).

Consigliano di non restare in acqua troppo a lungo (io non sarei mai uscita), perché immersioni prolungate possono disidratare (pare assurdo poiché si è in acqua). Le donne locali, di tutte le età dai pochi anni agli ottanta, infatti, rimanevano 10/15 minuti, e poi uscivano. Inoltre sarebbe meglio non lavarsi una volta terminato, così che i minerali contenuti nell’acqua termale continuino a lavorare sulla pelle.

Uscite dall’onsen abbiamo fatto un giretto lì intorno, anche alla ricerca di un kombini. Non avete idea di quanto io ami questi paesini, dove il decadente e il lussuoso, coabitano senza problemi a distanza di pochi metri.

Come la chiamano loro Wabi Sabi? La bellezza dell’imperfezione e della transitorietà.
Forse vi parrò strana, ma io trovo una poesia struggente in questo, forse complice anche un carattere con una vena varicosa di malinconia, fin dalla nascita.

Non solo, a volte trovi il kitsch, che ti domandi perché e trovi tombini che vorresti portarti a casa.

Alla fine siamo riuscite a trovare un 7-eleven dove comprarci la cena (saremmo arrivate tardi a Shingu, nel nostro hotel tempio) e la merenda. L’onsen ci aveva messo una fame incredibile. E lì ho trovato un pezzo di Italia, che mai avrei pensato di trovare in un paesino della prefettura di Wakayama.

Con la cena e la merenda nel sacchetto siamo ritornate alla stazione per prendere il treno che ci avrebbe condotto a Shingu. Non so se lo sapete, ma in Giappone non puoi mangiare camminando. Puoi solo nelle aree attrezzate (se ci sono, e non sempre ci sono) dei kombini o dei locali che vendono cibo. Quindi eravamo in stazione con una fame tremenda e la non possibilità di mangiare. Abbiamo visto delle panchine imboscate e abbiamo chiesto al capostazione se potevamo mangiare lì. Lui gentilissimo ci ha dato il permesso, praticamente eravamo accanto alla zona fumatori (è vietato anche fumare all’aria aperta se non nelle apposite zone).
Ragazzi, nonostante il permesso, mi sembrava di commettere un atto altamente illegale!

Finita la merenda, avendo ancora molto tempo prima dell’arrivo del treno, abbiamo deciso di fare un giro della zona, e siamo piombate in un anime di Makoto Shinkai.

Magliette appese alla finestra ad asciugare,
è stato un attimo sentirsi dentro un anime di Makoto Shinkai

Passeggiavamo in questo paesino di campagna nel nulla, silenzioso e solo con noi che camminavamo, con immagini davvero da anime.

All’improvviso, tra magliette stese al vento ad asciugare, distese di campagna verde e arance che maturavano lungo la strada, è partita in lontananza, ma ben udibile, la campanella della scuola.
Se non siete otaku (grandi o piccole che sia), se non avete visto almeno un anime, non potete capire la commozione di sentire quell’inconfondibile suono, la campanella della scuola (uguale in tutto il Giappone), quella che segna l’inizio e la fine della scuola (quindi noi sapevamo che erano le cinque del pomeriggio).
E niente… piombate del tutto nel mondo di Makoto Shinkai e Hayao Miyazaki!

Dopo esserci riprese dall’intenso momento di commozione della campanella, siamo ritornate alla stazione, dove ci aspettava il treno.

Ve l’ho già detto che amo i Giapponesi vero?

Questa era la stazione e il treno che in tarda serata ci avrebbe portato a Shingu, ma questo è un’altro post.

KYOTO (The last day – Inari e Il gran maestro della scuola demoniaca )


Il quarto giorno a Kyoto sarebbe stato anche l’ultimo. La mattina dopo saremmo partite.
Ci siamo alzate presto, avevamo lasciato come ultimo luogo da vedere l’Inari.

Ci siamo dirette alla metro, qui c’era un bambino di circa otto anni disperato (intendo proprio disperato disperato) che frugava nel suo zainetto con i lucciconi agli occhi, agitatissimo. Mi sono bloccata, so che in Giappone la sicurezza è tale che anche i bambini possono andare in giro da soli, e che nella loro cultura si educano subito all’indipendenza, ma a me i lucciconi (di quel tipo, non quello dei capricci) di un bambino smuovono un istinto che di solito non ho, quello materno.

Ho capito che non trovava l’abbonamento, o i soldi per il biglietto, per andare a scuola. Agitatissimo, con il cellulare, deve aver chiamato a casa, ma la risposta non lo ha calmato, anzi, chiuso il telefono, ha svuotato del tutto lo zainetto per terra. Ha trovato delle monete, ha fatto il biglietto ed è corso via. Sono a quel punto sono riuscita ad andarmene.

Non so il motivo per cui ho ancor in mente quel bambino, il suo affrontare da solo le difficoltà e gli imprevisti della vita, in una metro (metro nella quale io, da adulta, non sono ancora capace di muovermi, per dire), così piccolo, così solo in mezzo a centinaia di persone me l’ha inciso nel cuore.

I treni, nell’orario in cui li abbiamo presi quella mattina, sono pieni di uomini e donne che vanno al lavoro e di ragazzi e ragazze con le loro divise scolastiche (quelle classiche da manga per capirci). Continuo a ripeterlo lo so, ma la sensazione di meraviglia è sempre stata quella, sembrava di essere in un manga o in un dorama.

Infine siamo giunte Santuario di Fushimi Inari-taisha. Per gli amici Inari.

Momento cultura. Inizio.
Il Fushimi Inari-taisha è il santuario principale dedicato al Kami Inari (Kami della fertilità, del riso, dell’agricoltura, delle volpi, dell’industria e del successo terreno). Il percorso inizia alla base di una montagna che porta lo stesso nome Inari (loro la chiamano montagna, ma è alta poco più di 230 metri). Bisogna attraversare 1000 torii per arrivare alla sua sommità.

Nel percorso si trovano molte statue che raffigurano delle volpi; sono considerate le messaggere divine del Kami Inari. Secondo la mitologia, alle volpi piace mangiare il tofu fritto (devo essere un po’ volpe dentro).

I torii sono portali, sono a migliaia in Giappone, sono simboli dello shintoismo, una religione molto legata alla natura. La loro presenza avvisa di un ingresso a un santuario o a un luogo sacro. Evidenzia il luogo che separa il regno degli umani dal regno dei Kami. Attraversandolo fai il primo atto/rito di purificazione per entrare nel luogo sacro.

L’origine dei torii è antica. La leggenda racconta che Amaterasu (Kami del sole) per sfuggire a suo fratello Susanoo (Kami delle tempeste), si rinchiuse all’interno di una caverna. Essendo la dea del sole, il suo nascondersi in una caverna, causò un’eclissi.

Gli altri Kami, preoccupati di non vedere mai più la luce del sole, posero davanti alla caverna in cui si era rinchiusa, dei trespoli giganteschi, in modo che degli uccelli dalla lunga coda cantassero per la dea.

Amaterasu incuriosita dal canto degli uccelli apri un varco per vedere. A quel punto un Kami si lancio all’interno della caverna, e lo aprì del tutto. Da quel momento il sole ritornò a splendere sul mondo.

I torii sono quei giganteschi trespoli. Discendenti dai primi trespoli posto dai Kami, dove si appoggiarono gli uccelli, che cantando attirarono Amaterasu.
Momento cultura. Fine

Potevano mancare i miei animaletti? (intendo quelli a destra, sia ben chiaro)

Nonostante la levataccia mattutina, l’Inari era già affollato, siamo riuscite a fare delle foto senza la folla, grazie alla pazienza di aspettare, nel punto che ci piaceva, che non passasse nessuno. Scese dalla montagna, comunque, la golden week colpiva ancora.
Prego la regia di mandare diapositiva della strada che porta al tempio.

Abbiamo fatto ancora qualche giro per templi e poi ci siamo ritornate a Kyoto città, e li ho conosciuto il male: Yodobashi.

Yodobashi non so descriverlo se non come il male, è nato come grande negozio di elettronica, man mano ha aperto delle filiali, e negli anni si è trasformato praticamente in un centro commerciale su più piani (quello di Kyoto) dove trovi di tutto, elettronica, cancelleria, libri, ristoranti, vestiti e cose assolutamente inutili che devi assolutamente comprare. Quindi un luogo dove compreresti di tutto, specialmente quello che non ti serve.

Anche il male, però, ha il suo lato buono, da Yodobashi all’ultimo piano nel settore libreria e manga, abbiamo trovato due cose interessanti.
La prima: una vera macchina italiana per fare il caffè espresso, dove fanno il caffè espresso vero, ed è pure buono!
La seconda: scaffali di manga bl, dove Paola ha avuto lo stesso momento di commozione che io ho avuto al Ponte Togetsukyo. Chiaramente ha fatto acquisti.

Io invece sono entrata in crisi mistica davanti alla foto qua sotto: Manga scritto in cinese, volume uno e due, doveva uscire ancora il terzo. Quest’ultima cosa mi ha impedito di comprarli perché pensavo: “Ma poi non riesco più a prendere il terzo, perché ritorno in Italia”. Classico esempio di quando ragioni male! Avrei dovuto pensare: “Il terzo? Devo ritornare, assolutamente qui in Giappone, quando esce, per compralo”.

Mo Dao Zu Shi (Il gran maestro della scuola demoniaca)
formato manga (in questo caso in cinese), tratto dal romanzo di Mo Xiang Tong Xiu

Il nostro ultimo giorno a Kyoto terminava così. Il giorno dopo saremmo partite per una nuova destinazione, con fermata programmata a metà di qualche ora, ma questo è un altro post.

KYOTO (the third day – idiosincrasia e gialli ombrelli)


La mattina del terzo giorno, prima di uscire, tramite l’albergo, abbiamo utilizzato anche il servizio di *”spedizione bagagli”. Il seguito della mattina è stato dedicato al girone infernale “trova i biglietti”, compra i biglietti”, “trova l’ufficio giusto dei biglietti”, “rimbalza da un ufficio all’altro”, fallo un’altra volta, fai la giravolta!

Alla fine finalmente siamo riusciti ad avere i biglietti (e prenotare) per le zone (meno turistiche) dei giorni successivi, ringraziando di cuore la signora di un ufficio che al nostro terzo rimbalzo, si è mossa a pietà e ci ha fatto saltare l’ultima fila, per il ritiro biglietti.

Un parto! E’ stato un lungo parto.

Finalmente abbiamo potuto iniziare a mettere in pratica il programma della giornata, il tempio d’argento e il quartiere delle geishe.

Ancora non sapevamo la portata della *Golden Week.

Siamo giunte al Ginkaku-ji Temple, conosciuto anche padiglione d’argento. Anche questo, come il padiglione d’oro, in origine era stato costruito come residenza per uno shogun: Ashikaga Yoshimasa.

Il tempio è meno appariscente e imponente di quello d’oro, ma ha dei giardini molto belli, che la giornata uggiosa, non ha permesso di omaggiare bene attraverso le foto.

Momento cultura. Inizio
Il Ginkaku-ji Temple è uno dei templi Zen più classici del Giappone. Rappresenta un classico esempio dell’estetica wabi sabi. Estetica, che nella quotidianità di una casa, mi piace molto, e se non fossi così disordinata, applicherei nella mia casa.
Vi metto foto (non mia) per farvi un esempio.

Wabi Sabi è una filosofia giapponese applicata a ogni aspetto della vita, sia materiale sia immateriale. E’ basata sul concetto d’imperfezione, transitorietà e semplicità.

Nonostante il suo nome (e a differenza del padiglione d’oro), al padiglione d’argento manca qualcosa, cioè proprio l’argento. In origine lo shogun progettò di ricoprirlo, ma non lo fece mai.
Momento cultura. Fine

Terminata la visita al tempio ci siamo dirette al quartiere delle geishe, “inciampando” anche in un Santuario shintoista. Sopra vi ho scritto “Ancora non sapevano la portata della *Golden Week”, e nel quartiere delle geishe l’abbiamo capito….

Di geishe neppure l’ombra (ma di questo non avevo dubbi) in compenso il quartiere (ovvero la via principale, poiché le vie laterali sono interdette ai non abitanti) era ricolmo, strapieno, ripieno, di giapponesi e di turisti (specialmente di cinesi vestiti di tutto punto con i vestiti tradizionali giapponesi, li affittano in loco).

In quel luogo in quella via, la mia idiosincrasia per la “folla follosa folleggiante” è cominciata a risalire, e le mie espressioni visive a mutare in sguardi omicidi. Infatti, l’unica cosa che ho fotografo di quella via è stato questo, un risciò giapponese, con a lato (non fotografato) in tutina nera il suo proprietario, in attesa di qualcuno che volesse farsi un giro.

Ci siamo allontanate dal quartiere alla ricerca di un bus per ritornare al nostro albergo. I bus, però, erano ricolmi, strapieni, ripieni di persone (golden week docet) e abbiamo deciso di fare ritorno a piedi (non avete l’idea dei chilometri fatti in quei giorni).

Lungo la strada, mentre chiacchieravamo, cercando di capire la strada da fare, infilandoci in vie e viette, mi sono trovata davanti a must di molti dorama: i *Love Hotel.
Si può essere felici per così poco ed essere tremendamente *baka? Sì, si può!

Avrei voluto vedere anche gli interni, che dicono a tema, ma mi mancava la materia prima per farlo, tipo un Takeru Satoh, un Mashiko Atsuki, un Kento Yamazaki, un Dori Sakurada o un Ren Meguro.

Quindi ho dovuto accontentarmi di soffermarmi un attimo davanti con il mio ombrello giallo, e farmi fare la foto ricordo da Paola (comunque se uno dei soggetti sopra citati volesse contattarmi e verificare le stanze a tema… mi scriva pure in privato).

Notare in fondo alla strada un Torii, porta della spiritualità e alla mia sinistra, un Love Hotel, porta della carnalità.

Siamo giunte finalmente vicino all’albergo, dove c’era il “nostro” supermercato di fiducia, quello dove compravamo il makgeolli per intenderci. Siamo entrate per cercare la cena, e mentre con l’app di google traslate cercavo di capire cosa stessi comprando, mi avvicina una signora anziana e mi indica un prodotto. Metto la mano sul cuore e le dico “I’m vegan”. La signora mi indica il prodotto che ho in mano dicendomi: “No vegan” e si allontana.

Dopo meno di due minuti, la vedo ritornare da me, ha una confezione di cibo fresco in mano, me la porge e sorridendo mi dice: “Vegan!” e si allontana.

Ora capite un po’ di più perché li amo?
Mi sono commossa. Da vegana, ma diciamo da italiana, non sono abituata a queste gentilezze da persone perfettamente sconosciute.

Se poi volete sapere cosa mi aveva portato, erano degli involtini di riso, avvolti da del tofu fritto sottile (buonissimi).

Prima di chiudere il post del mio terzo giorno a Kyoto, voglio fare una mia personale, riflessione, quindi potrebbe non corrispondere perfettamente alla realtà delle due città, ribadisco, solo una mia impressione tra Osaka e Kyoto.
Osaka è una città giovane, vivace, piena di giovani, veloce, rumorosa che ti prende proprio per questo. Kyoto è una città più pacata, calma, più “signorile” e l’età media delle persone è più adulta. Hanno un fascino decisamente diverso tra loro.

*Spedizione bagagli = in Giappone c’è la possibilità di spedire i propri bagagli da hotel a hotel. In questo modo viaggi leggero, senza portarti dietro le valigie ingombranti. Il nostro servizio di spedizione aveva come logo mamma gatta che portava il micetto (dove quest’ultimo era la metafora delle nostre valigie “in mani sicure”. Adoro i giapponesi).

*Golden Week = in Giappone è un periodo in cui cadono alcune festività pubbliche tra il 29 aprile e il 5 maggio, e quindi tantissimi giapponesi sono in ferie e in “giro”.

*Love Hotel = sono gli “alberghi dell’amore” o per alcuni solo e semplici “alberghi del sesso”. Posso essere usati per alcune ore o per tutta la notte, la privacy e totale, si possono scegliere i tipi di stanza e il prezzo disposti a pagare.

*baka = stupido, idiota o sciocco.

KYOTO (The second day – trovarsi per un attimo in un BL)


Il secondo giorno a Kyoto piovigginava a intervalli, ma questo non ci ha minimamente fermato. Prima una veloce colazione. Paola con il suo matcha latte e il dolce preferito alla mattina, il *Baumkuchen giapponese. Nel frattempo io m’illudevo, ancora, ordinando l’ennesimo caffè small, ma arrivava sempre una tazza grande di brodaglia bollente (questo fino a quando non ho imparato a far colazione direttamente in stanza, in altro modo).

Il giorno era dedicato alla foresta di bambù di Arashiyama, al sentiero del filosofo e a qualche tempio.

La foresta di bambù era una delle cose che volevo assolutamente vedere nel mio viaggio in Giappone. Sinceramente non è una foresta di bambù, è un corridoio di bambù. Carino per carità, ma le foto che vedete numerose in rete, riguardano quasi esclusivamente quel corridoio.

Mi sono divertita molto di più nel passeggiare nella foresta intorno, e ho scoperto la mia grande passione di questo Japan tour 2024, fotografare statuette di animaletti vari.

Quell’animaletto con il cappellino che vedete, rappresenta Tanuki, un cane procione, porta fortuna. In una mano tiene una bottiglia di sake e una lettera di credito, simboli della buona fortuna nella vita, compresa quella negli affari. Il gufo a lato porta sempre fortuna e in più protegge dalle avversità.

Dopo aver fatto anche una mini passeggiata sul sentiero del filosofo (ahimè la fioritura era ormai un ricordo e quindi in una giornata bigia era meno poetico), ci siamo avviate alla fermata del bus, quando mi si è parato davanti uno scenario che mi ha fatto quasi scendere la lacrimuccia, ho visto il Ponte Togetsukyo.

Lo so a voi non dirà niente, ma a me, consumatrice di lunga data di bl giapponesi, è stato come entrare per un attimo nel dorama. Su quel ponte è stata girata una scena emozionante di Kimi ni wa Todokanai (I can’t reach you).

Preso il bus, ci diamo dirette al tempio Tenryu-ji, considerato dall’unesco patrimonio dell’umanità, con dei bellissimi giardini zen. Tranquille non vi tedio con i momenti culturali, perché ormai ero caduta nella mia nuova passione: fotografare statuette di animali.

In Giappone la parola per dire rana è “kaeru” che significa anche “ritorno”. La rana quindi è diventata il portafortuna di chi viaggia, così si assicura un ritorno sicuro. Il senso “ritorno” va oltre ai viaggiatori, è il ritorno di denaro e di fortuna. Mi dovevo comprare una rana in Giappone e non l’ho fatto.  
Ragazzi, mi tocca tornare là per comprarla!

Il tragitto con il bus verso il santuario di Nyan Nyan-ji (il santuario dove i monaci sono gatti) ci dondolava e ci faceva appisolare, quando all’improvviso Paola mi dice: “Eva! Scendiamo a vederla da fuori!?”. Stavamo passando, per caso, davanti al Toei Kyoto Studio Park, dove da poco avevano messo l’installazione “Evangelion Kyoto Base”.
Ve l’ho detto vero che ho un’amica otaku da almeno 10 vite precedenti?

Siamo scese, ma che fai, se lì, non entri? Quindi siamo entrate al Toei Kyoto Studio Park, ci siamo fatte la foto sull’evangelion e abbiamo girato per tutto il Toei.

Evangelion Kyoto Base

Dopo aver speso, nel parco, soldi in cose assolutamente inutili ma irrinunciabili, abbiamo proseguito verso la nostra destinazione, il santuario dei gatti.

Questo Santuario dedicato ai gatti ha aperto abbastanza recentemente, nel 2016.  Solo nel 2022 ha ordinato monaco un gatto, non loro, che veniva sempre al santuario: Mayo. Dicono che Mayo adempiva i suoi doveri di monaco, accogliendo i visitatori e raccogliendo i loro “desideri” (gli ema giapponesi). Purtroppo Mayo non fa più parte di questo mondo.

Ora, sono sincera, a me è piaciuto (del resto coabito con cinque gatti), ma dal “percepire” veramente questo luogo come santuario a vederlo come posto per acchiappare turisti, è un attimo.

Gli unici gatti che ho visto in giro, sono quelli delle foto, statue. Poi magari siamo state sfortunate e quel giorno tutti i gatti erano a dormire in altri posti, chi può dirlo?

Il lungo viaggio di ritorno ci ha riporto verso Kyoto città. Una volta arrivate abbiamo deciso di cenare fuori, e di farlo a Nishiki, il mercato di Kyoto.

Nishiki, il mercato di Kyoto

Momento cultura. Inizio
Il mercato di Nishiki è stato fondato 400 anni fa, quello di oggi è diverso da quello originario, che era un mercato di pesce all’aperto.
Oggi è una lunga galleria di circa 400 metri di lunghezza e poco meno di 4 di larghezza, dove sono stipati 130 venditori. Vendono quasi di tutto, vestiti, te, bacchette, sakè, utensili, stoviglie, scarpe, pesce fresco, timbri, dolci, e così via, insomma un po’ di tutto.  Ci sono anche tantissimi ristorantini.
Il mercato è molto frequentato (si vede dalla foto, in quel momento non era neppure molto pieno) dai turisti, ma anche dagli abitanti di Kyoto.
Momento cultura. Fine

La fine del secondo, intenso, giorno a Kyoto era giunto alla fine e l’ho terminata davanti alla mia prima tempura di verdure made in Japan. Il fatto che ci siano due birre insieme al cibo è del tutto casuale (credeteci…).

Kyoto – Nishiki – Tempura di verdure

Dopo questo saremmo andate a riposare. Il terzo giorno a Kyoto ci aspetta.

*Baumkuchen giapponese = Il Baumkuchen è un dolce di origini tedesche. I giapponesi lo hanno fatto proprio. Il nome del dolce (in tedesco) significa “torta albero”, deriva dal fatto che ha strati concentrici interni che lo fanno assomigliare alla sezione di un tronco d’albero tagliato.

KYOTO (The first day – Obiettivi e makgeolli )


Il viaggio verso Kyoto è stato lungo, abbiamo preso tre treni, non che la cosa mi abbia disturbato. Nei viaggi lunghi leggevo o mi perdevo nell’osservare la “fauna” umana che li riempiva e svuotava a ogni stazione.

Una volta giunte a destinazione nel nostro bellissimo albergo, posate le valigie, siamo subito partite verso la zona templi. Vi tranquillizzo non parlerò di tutti i templi che abbiamo visitato (sono tanti e il mio goshuin ne è testimone), ma ogni tanto di qualcuno si.
Il primo tempio è stato il kinkaku-ji temple, conosciuto anche tempio del padiglione d’oro, e nonostante la giornata non fosse soleggiatissima, la foto che ho fatto, ne fa capire il motivo.

Il kinkaku-ji è chiamato anche tempio del padiglione d’oro

Momento culturale. Inizio
Il tempio inizialmente fu costruito nel 1397 come abitazione dello shogun Ashikaga Yoshimitsu. Dopo la sua morte, il figlio convertì la villa in un tempio zen.
Come quasi tutti i templi e i castelli in Giappone, essendo costruiti in legno, fu distrutto dagli incendi. Questo è il motivo per cui sono quasi tutti ricostruiti e ristrutturati.
Momento culturale. Fine

Nel parco del tempio, lungo il sentiero, ti trovi a lato queste incisioni su pietra (presumo rappresentino il Buddha). Dovevi lanciare una monetina e centrare le ciotole. Se ci riuscivi, avresti avuto dalla tua la fortuna (e i monaci molte monetine come offerta). Non ci crederete, ma al primo tiro ho centrato la ciotola di pietra. Credetemi non era facile ma questo viaggio, lo dico da quando ho deciso di farlo, era baciato dalla fortuna.

foto non mia, del resto non potevo, insieme, lanciare la moneta e fotografarmi

Altra particolarità che abbiamo trovato all’interno, ma che potete trovare ovunque, sono i secchi d’acqua, per strada, vicino alle case e i sekimori ishi in alcune zone.

I secchi d’acqua servono come prevenzione negli incendi. In Giappone, specialmente nei piccoli centri o nei quartieri più “antichi”, le case sono costruite in legno o parzialmente con esso, e i secchi d’acqua fuori alle case, servono per bloccare immediatamente un inizio incendio nella via.

Mentre i sekimori ishi, delle pietre con annodato un cordino nero, servono ad avvisare che di lì non si può passare, in pratica un divieto d’accesso antico.

Kyoto è l’antica capitale e quindi è piena di templi, zone d’interesse storico, santuari, giardini zen a secco e verdi. Ho fatto moltissime foto; a rappresentanza metto questo collage che “parla” della tomba di una principessa, del verde dei loro parchi e di un Kami*.

Il pomeriggio del primo giorno a Kyoto siamo andate all’Horin-ji temple (daruma-dera), il tempio dei Daruma di Kyoto (ne esiste uno più grande a Osaka).

I Daruma e un Daruma ricoperto di Ema

I Daruma, sono bambole votive giapponesi, rappresentano Bodhidharm, il fondatore e primo patriarca dello Zen. Usando un inchiostro nero, bisogna disegnare un solo occhio (o il cerchio dell’occhio), esprimendo un desiderio/obiettivo che si vuole raggiungere.
Quando l’obiettivo è realizzato, si deve disegnare anche il secondo occhio (o cerchio il dell’occhio) e riportarlo al tempio dove si è preso.  Se però entro un anno l’obiettivo non è raggiunto allora il Daruma deve essere bruciato.

Io ho preso un Daruma, non ho ancora espresso l’obiettivo, devo ponderare bene prima, cosicché si realizzi e sia obbligata a tornare in Giappone al tempio dove l’ho preso!

Il primo giorno a Kyoto volgeva al termine, e quindi vuoi non andare nuovamente in un *izakaya, fronte bancone, a mangiare? Stranamente vedete ancora della buonissima *nippon biru in foto.

Infine nota aggiuntiva dell’ulteriore dipendenza che ho creato a Paola. Anche se eravamo in Giappone, le ho fatto assaggiare il *makgeolli.

Inutile dirvi che è diventato il nostro rito serale la sera prima di dormire, mezzo litro in due, contenendoci, solo per non finire tutte le bottiglie acquistate, in una sera (Se continuate a sospettare che questa sia anche una vacanza alcolica, un pochetto, continuate, ad avere ragione).

*Kami = indica una divinità o uno spirito soprannaturale. È tradotta con la parola  “dio”, ma non esattamente questo, o meglio non solo.  E’ considerato anche come un principio, una forza della natura, uno spirito che alberga nelle e piante o nelle montagne (per esempio) e chiaramente anche come divinità.

*Izakaya = un locale dove sedersi per bere e mangiare qualcosa, usato dai giapponesi come cena post lavoro.

*nippon biru = letteralmente birra giapponese (credo di non aver mai bevuto così tanta birra in vita mia, come in questo viaggio)

*makgeolli = Il makgeolli è un vino di riso coreano, è l’alcolico più antico mai prodotto in Corea (Vi avviso, attenzione nella sua assunzione, crea dipendenza).

PS: La foto finale qua sotto è stata fatta per la sorpresa nel vederli.
Se vi domandate se sono impazzita, no, non lo sono. In Giappone, non esistono cestini in giro per le città, l’immondizia che produci la devi portare a casa e smaltirla lì. Quindi quando ho visto (all’interno di un complesso di templi) questi due cestini, ho pensato “Esistono!”

Esistono!