Dal 13 al 15 maggio è in corso l’incontro tra Xi Jinping e Trump. Fin qui nulla di male, anzi riallacciare rapporti tesi in diplomazia è sempre un bene.
MA E SOTTOLINEO MA, ci percepisco la fregatura, leggendo la delegazione che accompagna Trump in questa visita ufficiale.
Questa visita non è una questione di diplomazia, di pace o di temi a questi legati: è questione di soldi. Soldi americani. Soldi cinesi.
Soldi che non entreranno nelle nostre tasche, ma in quel famoso 1% che detiene una ricchezza superiore a quella dell’intero 95% della popolazione più povera.
Più che un summit è una fiera?
So che leggere elenchi è noioso è per farvi capire gli interessi in ballo, ma potete anche leggere soli i nomi di chi è presente e poi andare in fondo all’elenco. L’elenco però vi fa capire gli interessi in ballo.
- ELON MUSK
Aziende: Tesla e Space X.
Cosa producono: auto elettriche, batterie e sistemi energetici, razzi spaziali e satelliti.
Interessi in Cina: Tesla ha una gigantesca fabbrica a Shanghai. - TIM COOK
Azienda: Apple.
Cosa produce: Iphone, Mac, Ipad, smartwatch, servizi digitali.
Interessi in Cina: Apple dipende dalla produzione dinese e dal suo mercato per vendite e supply chain (catena di approvvigionamento). - JENSEN HUANG
Azienda: Nvidia.
Cosa produce: GPU, chip AI, hardware per data center e intelligenza artificiale.
Interessi in Cina: vuole allentare le restrizioni sull’export dei chip AI.
Il suo nominativo è stato aggiunto all’ultimo minuto, su chiamata diretta di Trump. - DAVID SOLOMON
Azienda: Goldam Sachs.
Cosa fa: investimenti banking, trading, gestione patrimoni.
Interessi in Cina: aumentare l’accesso delle banche USA nel sistema finanziario cinese. - LARRY FINK
Azienda: BlackRock.
Cosa fa: Gestione investimenti, ETF, Fondi pensione, Asset management, investimenti istituzionali. E’ il più grande gestore patrimoniale del mondo.
Interessi in Cina: espansione nei mercati finanziari cinesi e gestione patrimoniale locale. - DINA POWERLL MCCORMICK
Azienda: Meta.
Cosa produce: Facebook, Instagram, Ai, pubblicità digitale.
Interesse in Cina: questioni regolatorie e di accesso legate all’intelligenza artificiale e ai rapporti commerciali. - JANE FRASER
Azienda: Citigroup.
Cosa fa: servizi bancari, credito, finanza internazionale.
Interessi in Cina: aumentare l’accesso dei servizi finanziari e corporate banking nel sistema cinese. - KELLY ORTBERG
Azienda: Boeing.
Cosa Produce: aerei commerciali, sistemi aerospaziali, difesa.
Interessi in Cina: vendita nuovi aerei alle compagnie cinesi. - MICHAEL MIEBACH
Azienda: Mastercard.
Cosa fa: circuiti di pagamento elettronici, tecnofinanza.
Interessi in Cina: entrare in maniera capillare nel mercato dei pagamenti cinesi. - RYAN MCINERNEY
Azienda: Visa.
Cosa produce: Carte e infrastrutture di pagamento digitale.
Interessi in Cina: licenze e accesso al sistema finanziario cinese.
Aggiungo velocemente anche altri nomi, giusto per dare un quadro più completo:
Stephen Schwarzman della Blackstone, Christiano Amon della Qualcomm, Sanjay Mehrotra della Micron Technology, Chuck Robbins della Cisco, Brian Sikes della Cargill, Larry Culp della GE Aerospace, Jacob Thaysen della Illumina e Jim Anderson della Coherent.
In Cina vanno aziende e miliardari americani che trattano di AI, semiconduttori, finanza globale, aerospazio, pagamenti digitali, auto elettriche, biotech.
Trump litiga e mette dazi e poi va a cercare (per sé e i suoi friends con eccesso di denaro) accordi commerciali per far entrare nel mercato cinese le multinazionali americane. Vorrà negoziare su AI, chip e terre rare e riportare grossi ordini industriali negli USA.
Non so come andrà.
Su alcuni comparti trovo difficile che gli USA riescano ad entrare; lo dico questo osservando le politiche cinesi interne degli ultimi anni.
In altri l’accordo potrebbe esserci perché in qualche modo favorisce entrambi.
Sul piatto metteranno anche delle “cose” che serviranno ad ottenere prestigio internazionale. Ma non a favore delle “cose”, ma a favore del loro prestigio.
Trump affermerà di essere il vincitore di questo incontro, anche se non lo sarà, nella speranza di riguadagnare punti in patria in previsione dei Midterm di novembre, e cercherà un modo di uscire dal pantano iraniano in cui si è cacciato.
A questo punto chiamarlo vertice è quasi tenero.
E’ un mercato, e i prodotti sono solo chip o aerei, ma interi equilibri economici. E mentre loro trattano, noi restiamo fuori dalla stanza.
A pagare il conto, come sempre, non sarà chi firma gli accordi.
Nel frattempo, a noi europei rimarranno i dazi, 5 % del pil sull spese militari , le pretese sulla Groenlandia e l’obbligo dell’inchino a novanta, mentre questi big del mondo faranno i loro “affari”.
Grazie Von Der Leyen, grazie Meloni, grazie Kallas, grazie Merz, grazie Macron: senza di voi questo non sarebbe potuto succedere.
Fonti: Reuters, CBS, Business Insider