SCHEGGE DI TEMPO


L’ultimo mio scritto risale al 16 dicembre. Tre giorni dopo un neurochirurgo ha fatto quello che mi aveva promesso ridendo: «Non si preoccupi, l’osso che le rimuoviamo dal cranio poi glielo rimettiamo al suo posto». E’ stato di parola.

Lo scrivo solo per spiegare la lunga assenza e il fatto che improvvisamente ho smesso di scrivere del mio viaggio in Giappone. Ora sono tornata.

Oggi scrivo, ma non proseguo immediatamente il racconto del mio viaggio in Giappone di novembre. Oggi scrivo dopo una passeggiata lungo il lago dove abito. Lo scorcio che ho fotografato mi ha riportato nel tempo di millantanni.

La vedete quella panchina? Quella panchina era il mio luogo di ritrovo con gli amici, d’estate, durante le vacanze scolastiche. Ci si ritrovava lì per stare insieme. Eravamo in sei, tutti tra i 14 e il 16 anni, io ero la più piccola.

Ci davamo appuntamento a voce, perché i telefoni cellulari ancora non esistevano. Ogni giorno per il giorno dopo. Dalle due del pomeriggio alle sei e mezza.

Se mi chiedete cosa facevano o di cosa parlavamo, non saprei dirvelo. Ricordo solo che si rideva, si chiacchierava e si stava insieme. Alcuni seduti sulla panchina, altri appoggiati alla ringhiera. Io ero la più piccola, e non ci crederete, ero timidissima, parlavo pochissimo. Dicevo «Ciao» all’arrivo e alla partenza. Ma stavo bene con loro.

Questi pensieri mi hanno fatto sentire quanto siano cambiati il mondo e me stessa. Il mondo in cui sono cresciuta, quello in cui ho vissuto, man mano si è sgretolato, tracimato come una frana. Sono rimasti solo alcuni frammenti interiori.

Mi ha colto una profonda nostalgia per quel periodo, una saudade. Per ciò che ero e per come vivevo, sapendo che la memoria addolcisce i ricordi. Mi ha riportato nel “mondo” in cui credevo, al tempo in cui speravo e in cui sognavo, alle cotte unilaterali segrete, al cuore che credeva nell’amore romantico. Un tempo in cui pensavo che il bene vincesse sempre sul male e che le brave persone alla fine vengono premiate, il mondo di cui mi fidavo.

Rubando una frase non mia, era il tempo in cui eravamo felici, ma non lo sapevamo.

DALLA E ALLA F


EH

Due piccole lettere messe insieme possono contenere dei mondo. A me quelle due parole a volte creano confusione. Vogliono dire tutto e vogliono dire niente.

Il senso dipende sempre dalla modulazione della voce e dall’intenzione di chi le dice e la comprensione di chi le ascolta.
Queste due cose possono anche non collimare tra loro.

 

Rimproverare (Eh no! Non è così), esprimere stupore (Eh! ma è bellissimo), manifestare rassegnazione (Eh che ci vuoi fare), sollecitare: (Eh, suvvia),” dare speranza (Eh, potrebbe essere), affermativo (Eh già), essere una domanda (Eh?) o diventare una risata ironica (Eh eh)

Ammetto ogni tanto le uso anche io, e mentre le dico, mi fustigo da sola, perché le uso nel modo peggiore. A quelle due lettere aggiungo i puntini, e così diventa un “Eh…….” che forse ancora più ambiguo del semplice “Eh”.
Dal “E’ meglio che non te lo dico cosa penso”, al “Non so che cazzo dirti”, potendo anche attraversare le parole di Fabio Rovazzi, assumendo il significato “La vastità del cazzo che me ne frega.”
Il lato oscuro a volte si impossessa di me. Divento proprio una brutta persona.

 

FIDUCIA

La fiducia, nel mio mondo, è una cosa estremamente delicata. Elastica, ma delicata.

Elastica perché non si spezza facilmente, non basta un nonnulla, un gesto, un accadimento o una frase in un discorso, ma proprio per questo delicata. Poiché quando si lacera, non esiste colla al mondo che possa portarla alla sua forma originaria.

Vi è una sola fiducia, ma due punti di osservazione. Quello dove sei tu a guardare chi spezza la tua fiducia e quello dove sono gli altri a guardare te spezzare la loro.

Gli altri che guardano me.
Probabilmente qualche mio comportamento avrà fatto si che qualcuno abbia perso la fiducia in me (lo dico senza la certezza perché nessuno è venuto mai a dirmelo, ma so che nessuno è indenne a ciò). Se, e quando è accaduto, è stata colpa del difetto che ho avuto per lunghi anni. La mancanza della capacità di dire no. Volendo accontentare tutti alla fine, con qualcuno, avrò ottenuto esattamente l’effetto contrario.
Oggi so dire di no, benissimo, con determinazione e gentilezza.

Io che guardo gli altri.
La fiducia che io ho perso in persone, cose, situazioni. Negli anni si sono accumulate, ma al contempo ho imparato che a volte scambiamo la “fiducia persa” con le nostre “aspettative non corrisposte”.
Fatte le dovute differenza, quando si tratta veramente di fiducia infranta e non di aspettative infrante, di me ho appreso che son capace di perdonare davvero, ma non di ricostruire la fiducia allo stato originario.
Così accade che il mio personalissimo mondo sia abitato da persone cui voglio bene, ma in cui la fiducia originaria sia volata via, in un altro universo.