DIAMANTI CELATI


Con certe persone tiri fuori sempre il meglio di  te e con altre sempre il peggio di te.

A me accade, raramente ma capita. In genere i miei rapporti con le persone sono equilibrati, a volte dò la parte positiva a volte quella negativa. Ma con alcune persone non mi è fattibile, spontaneamente da subito, al primo sguardo, al primo contatto elettrico, dal primo tocco epidermico viene fuori o meglio o il peggio. Senza scampo.

Sono legami karmici antichi. Orbene fintanto che da me fuoriesce il meglio, non sussiste problema, anzi, ma quando viene fuori il peggio per quanto io cerchi di controllarmi, questo peggio tracima. Con il tempo ho appreso che questi legami karmici antichi sono percepiti da entrambe le persone con una sensazione di “sottopelle” indefinita, che non sono tramutabili se non con una forte volontà di entrambi nello stesso momento. Cosa che raramente accade.

Con alcune di queste persone (quelle che tirano fuori il meglio di me) nella memoria dei ricordi di questa vita, perdurano solo gli avvenimenti “belli”.  Come se con loro non ci fossero cose brutte da ricordare, ci sono ma non ne ho memoria nelle emozioni.  Questo a prescindere da quanto siano state effettivamente in percentuale gli avvenimenti positivi e negativi, alla fine la differenza è la percezione che io ho di loro.

Penso alle “mie” persone, quelle che trovano i diamanti celati in me e li portano alla luce. Socchiudo gli occhi, mi gusto la sensazione e la percezione che mi danno; “Vi amo“. Le altre al momento le accantono, arriverà il tempo della risoluzione, ma non oggi.

LUCCIOLE D’ACQUA


Esci tranquilla con gli amici dicendo “dai ci facciamo solo una birra, una cosa tranquilla” e ti ritrovi il sabato sera a vagare vestita da pedina da dama vivente per un borgo antico e a far parte del gioco.

Questo è quello che è accaduto nella prima parte di sabato sera, eccomi a giocare e a domandarmi perchè mai a tutte quante le altre la camicetta si chiude sulla cassa toracica e a me invece una distanza di circa 15 cm impedisce la chiusura della stessa. Per qualche secondo mi è sembrato di esser tornata ai miei quattordici anni, quella sensazione di disagio, quando andavo a scuola con i libri schiacciati sul petto cercando di nascondere la mia italianità, mentre nel mondo ormai il modello “Twiggy” aveva tracciato solchi di inumana stupidità femminile che perdura tutt’oggi.
Pochi secondi e poi un vaffanculo! Alla mente il detto di mia madre “Meglio far invidia che compassione”.

Forte della mia quarta, tendente alla quinta, capacità di far invidia, siamo passati da un borgo antico a monte a un borgo antico a lago. Una festa della birra artigianale dove due amici ci aspettano per proseguire nella serata “dai ci facciamo solo una birra, una cosa tranquilla“. Qui in mio onore mi son scelta la “red milf” una rossa di carattere, peccato che a differenza di molte rosse che son amare ma lasciano un retrogusto dolce in fondo, questa alla fine rimaneva acida. Ho sperato di non far la stessa fine.

Con queste premesse è partita una di quelle sere in cui tiri tardi senza far niente, quelle serate in cui nascono i tormentoni con cui ci si prenderà in giro nei mesi a venire (la parola cult nata sabato notte è brina). Una di quelle sere in cui, in questa estate, ho un rapporto viscerale con l’acqua del lago. Ogni volta l’istinto di buttarsi dentro è forte.
Stavamo per farlo ad un certo punto, ma poi la serata ha virato sul bicchiere della staffa su un’altra lacustre insenatura con il montenegro in mano, l’aria tiepida, la notte scura, lo sciabordio dell’acqua e le chiacchiere demenziali che proseguono.

In queste sere guardo il cielo, ascolto l’acqua e mi rendo conto di quanto io ami questa terra. Le mie radici non sono cresciute qua, ma hanno attecchito in riva a questo lago. Lo hanno fatto a mia insaputa mi dico, osservando con uno struggimento che non so spiegare, le luci riflettersi sull’acqua come fossero lucciole.

Son serate come queste che mi fanno capire, che lo star bene nasce dentro di noi e si espande all’esterno contagiando il fuori e gli altri. Se  in un gruppo di amici, nelle stessa sera, più di uno contagia il fuori così… ecco così nascono quelle notti estive in cui stai così bene senza far niente e vorresti non finissero, perchè temi che il domani porti via il sorriso che hai sulle labbra e questo tiepido e piacevole esser in pace con te e gli altri.

SCHISCIARSI


Mi manca un certo modo di scrivere. Di avere quell’esposizione emotiva che porta a galla ogni cosa bella o brutta che sia, sfacciata, impudica, senza scrupoli e timori. Ecco perchè mi son trovata a scrivere poesie di tre righe abbinate a immagini, quale concentrato delle mie emozioni quale tubetto “of tomato puree”, cosicchè esternassi e sfiatassi senza colpo ferire ad altri.
E il caso di smettere di avere remore e di schisciarmi (*) fuori.
testo

Per me vivere compressa è come vivere nel grigio, ma io il grigio lo posso solo attraversare per andare dal bianco al nero e viceversa, io nel grigio ci muoio.

(*) schisciare: espressione dialettale che significa schiacciare.

MATITE


Come appuntite matite tracci nell’anima solchi profondi
in cui rigagnoli di acqua salata scorrono alla ricerca di un’uscita.

Occhi che fanno da diga ad emozioni che vagano confuse
in un assemblamento di cellule e neuroni ormai pietrificati.

Nera grafite e diamante che riflette ogni più piccola luce
la materia è la stessa, il risultato diverso.

Parole tracciate nell’aria come avvoltoi in attesa del pasto.

Hai scelto il denso nero per scrivermi dentro
contaminazione di un cuore che inizia a rallentare.
Come appuntite matite tracci nell'anima solchi profondi in cui rigagnoli di acqua salata scorrono alla ricerca di un'uscita. Occhi che fanno da diga ad emozioni che vagano confuse in un'assemblamento di cellule e neuroni ormai pietrificati. Nera grafite e diamante che riflette ogni più piccola luce la materia è la stessa, il risultato diverso. Parole tracciate nell'aria come avvoltoi in attesa del pasto. Hai scelto il denso nero per scrivermi dentro contaminazione di un cuore che inizia a rallentare.

POLVERE


Pensieri ed emozioni si adagiano come detriti.
Invidio chi non percepisce la polvere sulla pelle.

Photo by Alessandro Burato

LE MIE PRIME VOLTE


Negli ultimi trenta giorni in ordine cronologico di apparizione e accadimento, nella mia vita ci son state ben tre prime volte:
il mio primo negrosky;
il mio primo McDrive alle quattro e mezza del mattino;
il mio primo bacio a uno “sconosciuto” in discoteca.

La sera del mio primo negrosky ho interrotto la mia castità che durava da qualche anno (non temete, subito ripresa, visto l’epilogo), ma su questo dovrei farci un post a parte.

La sera del mio primo McDrive ho scoperto il piacere del cibo fescio in auto alle quattro e mezza del mattino e ritornare a casa ascoltando e sparando discorsi non sense con gli amici ma con un senso logico, logicissimo.

La sera del primo bacio a uno “sconosciuto” in discoteca, con Gianluca, segno dell’ariete, anno domini 1967, che mi osservava negli occhi dall’alto del suo 1.95/1.96, fisico e muscolatura da rugbista, estimatore della sottoscritta e baciatore da nobel, ho scoperto la capacità di abbandonarmi all’ignoto.

Ora son davvero curiosa, ma la mia quarta prossima prima volta che sarà?

vita

PRETESE


Neve
Nuovi enzimi, vecchie dinamiche
Pensieri che ti inchiodano
Si può annegare in una lacrima.


“Smetti di pensare la vita…. è quello il problema di noi segaioli mentali, pensiamo la vita e smettiamo di viverla. Ci è impossibile non pensare, pensi non lo sappia, ma è la nostra rovina. Non pensare non ci porta al caos, il caos è dentro di noi. Crediamo che pensando rimetteremo ordine, impossibile l’universo naturalmente è portato al caos, ecco la fatica di certe giornate….”

Questo è ciò che ho scritto oggi.
Il primo è ciò che ho detto a me stessa stamattina e il secondo è quello che ho detto a un mio amico “fraido”. Sembrano scollegati ma entrambi conducono alla stessa sorgente. Sarò pronta ad affrontarla?

Non si può pretendere di bere l’acqua limpida di un ruscello e fare il bagno tiepido contemporaneamente.

1

VIENI NUDA TACCHI GIACCA


Buio nella stanza, il flebile suono di un messaggio mi riporta svogliatamente ad uno stato di veglia nel mondo degli umani, lo leggero domani mattina.

Mi giro di lato per mettermi comoda e risprofondare nel sonno. Ma arriva subito, lo sento, come un sasso gettato nell’acqua, cerchi concentrici d’energia, arriva il suo pensiero, comunicazione che non passa nell’etere tra i vari ripetitori e che sembra capti solo io, senza aprire il cellulare lo sento. E’ lui…..

Nel buio le lettere luminose del cellulare… “Tra mezz’ora sono a casa vieni?”

Ogni volta non so cosa rispondere, ma rispondo sempre si.

Il tempo di alzarmi, vestirmi e quando sono davanti alla porta di casa, un altro messaggio si adagia nel cellulare.

“Vieni nuda tacchi giacca”

Senza virgole o punti.

Un’ordine che non è un’ordine, e proprio per questo diventa imperativo.

Mi bloccò, adesso gli dico che non vado, rimango lì tentata tra la voglia di appartenergli e la voglia di fuggirgli, ogni volta che riesce ad afferrare una parte di me scatta l’istinto alla fuga.

Torno indietro, apro l’armadio scelgo la giacca, le scarpe… ma mi metto anche la gonna.

Piccolo gesto di ribellione … ci sono ma non mi dare per scontata.

***

Quando arrivo, è ancora lì nell’auto nel parcheggio vicino a casa, appoggiato al sedile, stravolto di stanchezza, addormentato… scendo mi avvio da lui, si sveglia ma non scende per andare a casa, mi guarda… mi stai scrutando per vedere se mi sono vestita come avevi detto tu… mi apre la portiera, salgo e lui riparte… lo sai vero che non ti chiedo dove mi stai portando perché temo la risposta, quando fai così non so mai cosa hai in mente, o forse so fin dove sei capace di arrivare ed è questo che temo…

Sono le quattro e mezza del mattino.

***

Si ferma, al limitare di un bosco, e ora? Oddio perché mi fa sentire sempre così piccola, come se avessi ancora 16 anni e giocassi a fare la grande.

Piccoli gesti, mi guarda, si accende una sigaretta e mi dice “Non hai ricevuto il mio secondo messaggio?”
Certo che l’ho ricevuto… ma.. ma… la risposta esce sicura “Non potevo andare in giro solo con la giacca, si vedeva che ero nuda”. La sua voce è pacata “la giacca è lunga, non si vedeva nulla”.

Lo guardo, mi rendo conto solo ora che ho scelto una gonna che con un solo gesto si può togliere, e quel gesto lo faccio….

Si allunga dalla mia parte, apre la portiera e mi dice “Scendi”, ed io lo faccio, comincia il gioco…

***

Mi afferra la mano, oltre a condurre il gioco gestisce me nel buio e nel silenzio di quella boscaglia.

Si ferma, lascia la mia mano, rimango dritta in piedi… senza la sua mano mi sento sperduta… si pone davanti, mi bacia il collo, la mani scivolano sui fianchi e lentamente il suo volto comincia a scendere per fermarsi poco più sotto del mio ventre, chiudo gli occhi e lascio che lui faccia…

Risale, le bocche si cercano, avide.

Mette le dita tra i miei capelli, la sua mano diventa forte e comincia ad esortarmi, spingermi perché mi chini sempre di più, finché mi trovo inginocchiata davanti a lui…

Nella quiete protetta degli alberi, in quel minuscolo spazio, in questa bolla temporale, si sentono solo i nostri respiri… il gioco che non è più gioco prosegue… perché mai riconosco in te il mio padrone… forse perché una parte di me ti appartiene veramente… i pensieri si dissolvono, la mente scompare e si fonde nel corpo, non distinguo più uno dall’altro.

***

Seduti in macchina, questa volta la sigaretta l’accendo anche io. La stanchezza ti ha quasi sopraffatto, guardi l’orologio “Quasi le sei, stiamo ancora un quarto d’ora qui, poi andiamo a casa”. Sorrido e annuisco, ti sdrai sulle mie gambe, appoggi la testa sul mio grembo.

Mi riempie un’ondata di tenerezza, mentre ti accarezzo il capo e passo la mano tra i capelli, mentre esausto chiudi gli occhi. La mia mano continua ad accarezzarti… di te amo tutto, il padrone che non ammette il no, il fanciullo che riposa ora sulle mie gambe… di te amo tutto… altri pensieri mi avvolgono ma so che non posso dirli, solo pensarli, perché alcune cose funzionano come gli incantesimi, li fai, li tieni segreti e ti devi dimenticare di averli fatti.

***

Il letto ci accoglie, mi rannicchio accanto a te dandoti le spalle, dopo pochi secondi sento il tuo respiro così pesante, dormi di già.

Sono stanca, non riesco a riposare, sfamata nel corpo, non riesco mai a saziarmi di te nella mente.

Sembra che tu abbia un sentore, mi abbracci, ti appoggi con tutto il corpo sul mio, sento il tuo ventre sulle natiche e non riesco a trattenere un’onda d’emozioni… scivoli in me con determinata dolcezza, lentamente, mi apro a te senza limiti, t’accolgo… il tuo respiro ritorna profondo, ti assopisci colmandomi di te… ed anche io, finalmente mi sento appagata, ti conservo in me, chiudo gli occhi, il mio respiro si fa sempre più simile al tuo… Morfeo ci accoglie così nel suo mondo.

 

Fu pubblicato Spaziodi Magazine.
Non mi ricordavo neppure più di averlo scritto, celato nella mia mente, in un angolo profondo e buio.
Poi ho iniziato a leggere la prima sfumatura. La lettura del libro non ha scatenato in me ormoni come presumibilmente si può pensare o come io stessa pensavo.  Ma è stata una macchina del tempo. Mi sono ricordata che ho scritto  di “sfumature” ben prima di questi libri.

E stato come guardare un film, vedere con lo sguardo di chi vede e non di chi vive, la sensazione cè ma non fa più così male.
Sono ritornata indietro, in un’epoca che ha fatto di me quella che sono… nel bene e nel male.