HIMEJI: Quando una felpa fa più amicizia di me


Del castello di Himeji ne avevo già parlato nel post precedente, ma vederlo di giorno, entrare tra le sue mura, salire al suo interno fino alla cima insieme a decine e decine di persone è una cosa molto turistica.

Confesso che non mi ha dato le emozioni della sera precedente. Però ho ammirato profondamente la straordinaria capacità di costruzione di un castello imponente, sopravvissuto ai secoli.

La differenza sta tutta qui: la sera l’avevo guardato con le emozioni, il giorno con gli occhi.


Lasciato il castello ci siamo spostati poco lontano, ci siamo diretti al vicino Koko-en, un giardino tradizionale giapponese. Al suo interno ci sono nove giardini distinti. E’ stato costruito sul terreno che un tempo era il luogo delle residenze dei samurai e delle vecchie strade.

L’ideale sarebbe visitarlo in primavera, ma io ero in cerca del foliage e sono andata a novembre. Per la famosa Legge di Murphy, il foliage non era ancora arrivato. Quindi niente esplosione di fiori e poco o niente esplosione di colori autunnali. Dovrò ritornarci (ogni scusa è buona).

Nei giardini giapponesi la cosa che amo di più è l’architettura con l’acqua: fiumi, laghetti, cascate. Potrei restare ore ad ascoltare il suono che produce l’acqua che scorre.

MOMENTO CURIOSITA’
I nove giardini richiamano l’architettura del periodo Edo, per questo sono stati utilizzati più volte come location per le riprese di drama storici giapponesi.
FINE MOMENTO CURIOSITA’

Immancabile è stato il giro allo Shōtegai, il mercato coperto che caratterizza tantissime città giapponesi.

Mentre mi guardavo in giro e mi fermavo davanti ai negozi con i prodotti esposti fuori, un ragazzo di un negozio mi guarda, guarda la mia felpa, sorride, io sorrido, e così ci mettiamo a parlare degli One Ok Rock.

Gli dico che quella felpa l’ho comprata a Bruxelles a ottobre, nel loro tour europeo “Detox”.
Basta poco tra fan fare amicizia, seppure per pochi minuti.

Dopo il giro al mercato sono rientrata brevemente all’albergo per poi uscire per la cena.

Mentre ero nella hall e stavo uscendo, una ragazza della reception stava entrando al lavoro: mi guarda, guarda la mia felpa, sorride, io sorrido, e così ci mettiamo a parlare degli One Ok Rock.

Le dico che sono stata, in questi anni, ai loro concerti di Milano, Londra e Bruxelles. Lei mi dice che è stata a Osaka a settembre.

Le domando: “Quando c’erano anche i Tenblank?”, mi risponde di sì e per poco non ci abbracciamo.

Come siamo riuscite a comunicare non so dirvelo di preciso, ma lo abbiamo fatto. Quando ti accomuna una passione, le barriere linguistiche passano in secondo piano.

Entrambe amavamo gli One Ok Rock e i Tenblank (io amo anche gli attori Takeru Sato, Keita Machida e Sakamoto Kazushi, ma questo è un altro discorso).

Questo è stato un viaggio fatto di territori, di storia ma, soprattutto, di persone.

Curiosi della felpa? C’è qualcun altro che ama gli One Ok Rock?

MOMENTO JROCK
Gli One Ok Rock sono un gruppo rock giapponese. Avevo ascoltato una loro canzone in un breve video di tiktok anni fa; da allora ogni loro concerto con tappa in Europa è stata anche una mia tappa.
Io non amo il rock, ma il japan rock ha sonorità diverse.

I Tenblank sono una band rock giapponese nata nel 2025, o meglio, nel 2025 è uscita una serie giapponese dal titolo Glass Heart (che trovate su Netflix) in cui compariva una band. La band di attori di cui fanno parte: Takeru Sato, Akane Saijo, Keita Machida e Kazushi Sakamoto, ha debuttato anche come progetto musicale reale. Adoro il loro album e chiaramente mi sono innamorata di tutti i protagonisti maschili!
FINE MOMENTO JROCK

TAKAMATSU: ops… spunta ancora birra e sakè


Il primo giorno a Takamatsu è stato denso e pieno di cose che ho amato fin dalla mattina. Avevamo appuntamento con Maurizio davanti all’ingresso del Parco Ritsurin.

La scelta di partire per il Giappone nel mese di novembre era stata una scelta per poter vedere il foliage. Chiaramente, per la Legge di Murphy, quest’anno il foliage era in ritardo.

All’interno del parco ci sono 13 colline e 6 stagni che creano un paesaggio molto variegato. Questo parco è stato progettato in modo che, man mano che passeggi al suo interno, la vegetazione e l’ambiente intorno a te cambino.

Abbiamo chiacchierato passeggiando immersi nel verde. All’interno del parco c’erano anche degli anziani giapponesi che facevano le guide gratuite per chi voleva sapere qualcosa di più del parco.

La mattinata è stata dedicata completamente al Ritsurin. Dopo la pausa pranzo con Maurizio, lo abbiamo salutato e ci siamo diretti al Castello di Takamatsu e alla sua area verde adiacente.

Questo castello è a pochi metri dal mare, questo, ai tempi, contribuì a rendere particolari alcuni elementi, tipo che il fossato veniva alimentato direttamente dall’acqua del mare.

Momento cultura
Il castello fu costruito nel 1590. Fu demolito nel periodo Meiji e a oggi della fortezza originale restano le mura e il fossato. Questo castello era di proprietà del Clan Ikoma che lo possedeva e che controllò la regione per oltre 50 anni; poi lo Shogun Tokugawa affidò tutta l’area al Clan Matsudaira. Questi rimasero al governo del posto fino al periodo Edo.
Fine Momento cultura

Nel pomeriggio avevamo in programma vedere uno spettacolo musicale con degli antichi strumenti giapponesi. Elisabetta, la figlia di Brunella e Maurizio, ci ha accompagnato fuori Takamatsu con l’auto e ci ha lasciato nelle mani di Chiaki.

Alla fine dell’esibizione, abbiamo scoperto che da semplici spettatori, siamo diventati spettacolo. Avevano saputo in anticipo che sarebbero arrivati dei gaijin, nello specifico degli itariajin.
Ci hanno fatto suonare uno degli strumenti e i bambini presenti ci avevano preparato dei disegni e delle gru di carta da regalarci con i colori della bandiera italiana. Sono sincera un pochetto quei due bimbi mi hanno commossa.

Momento Cultura
Regalare una gru di carta, Orizuru, significa augurare salute, longevità, fortuna e felicità.
Non le vedete nella foto perché tornata dal Giappone ho pensato: “Le metto qua, così quando mi servono da fotografare, le trovo”. Secondo voi le ho trovate?
Fine momento cultura

Teoricamente la serata era finita, Chiaki avrebbe dovuto accompagnarci nuovamente in città, ma il trovarci così bene ha fatto sì che, alla sua domanda: “Avete tempo? Vi va di bere una birra?”, la nostra risposta sia stata affermativa.

Siamo andati nel locale di un suo amico che produce artigianalmente le birre. Era in chiusura, ma visto che eravamo con la sua amica, ha tenuto ancora un pò aperto per noi.

Aassaggia questa…. oishii, assaggia quella… oishii, assaggia questa nuova… oishii, di questa che ti pare…. oishii1!
Dopo meno di mezz’ora siamo usciti per tornare in albergo ed io ero “lievemente allegra”. A quel punto Chiaki, prima di entrare in auto ci domanda: ” Avete ancora tempo? Vi porto in un posto dove bere ancora qualcosa. Un posto dove io vado spesso a rilassarmi.”. Secondo voi cosa abbiamo risposto?

Ora, se non fossimo stati con Chiaki, noi quel locale non saremmo mai stati in grado di trovarlo. Se non sei del posto, col cavolo che lo trovi.
Era uno Speakeasy moderno.

Gli Speakeasy erano dei locali clandestini dove si vendeva e consumava alcol durante il periodo del proibizionismo negli Stati Uniti. Erano bar basati sulla segretezza, spesso nascosti in vicoli oscuri o comunque celati. Per entrare era necessario conoscere una parola d’ordine.

Gli speakeasy moderni si distinguono per un’atmosfera retrò, luci soffuse, jazz e swing e una “mixology” di alto livello. Non sono più illegali e non richiedono parole d’ordine, ma conservano un alone di segretezza; non sono facilmente visibili.
Vedi qua sotto, questo era l’ingresso. La foto è po’ mossa. Perdonate l’ho scattata all’uscita del locale, quando ormai tra birre precedenti e i sakè del posto, la mia capacità di avere la mano ferma era alquanto compromessa.

Il locale era stupendo. Un lungo bancone classico, alle spalle una parete di bottiglie illuminate. Separatamente, all’interno del locale, c’era anche un piccolo giardino giapponese e alcune stanze private che si affacciavano su esso.

Architettura d’interni curatissima, luci calde, atmosfera accogliente.Anche i bagni erano qualcosa di particolare.
E il sakè? Da lì in poi il cedimento alla tentazione al sakè, che mi sono porto ancora oggi, è stato definitivo.

Vi assicuro che è stato il più bel locale che ho visto in Giappone fino ad oggi.

Takamatsu mi ha ubriacato di gentilezze e sakè di alta qualità.

  1. おいしい = Oishii = delizioso – buono ↩︎