HIROSHIMA: Persone non palazzi


Ultimo post “intenso” su Hiroshima.
Torno ancora a parlare del Museo memoriale della pace di Hiroshima che per me è diventato il museo delle persone. Non avrei mai pensato di dedicare a questa città così tanti post.

Ho dovuto chiedere a Willy se avesse fatto delle foto del museo. Io mi ero immersa nel viaggio e non ne avevo scattate. Anche lui in realtà, ne aveva fatte poche. Un po’ per quella sensazione che ti prende dentro.
Pareti nere.
Folla silenziosa.
Una domanda ti martella in testa: “Perché? Perché? Perché?”.

Io lo chiamo museo delle persone.
Cammini e leggi i nomi e le storie di chi quel giorno era lì.
Vedi le loro foto,
Gli indumenti.
Dove si trovavano.
Chi erano.
Cosa accadde.

Cadi dentro la loro vita. Non rimani asettico, non vedi un palazzo caduto, vedi una vita spezzata.

Queste, qui sotto, sono le foto che ha fatto Willy.

Ne ho cercate altre in rete. Le metto qui per provare a far percepire cosa significa guardare gli oggetti delle persone. Persone che non ci sono più, spazzate via in un istante o consumate dopo, lentamente, da un’umanità che di umano aveva perso tutto.

Ogni indumento, ogni oggetto, ogni piccola cosa, aveva una storia, un nome e quasi sempre un volto. Chi era a scuola, chi ci stava andando, persone al lavoro, persone che vi si recavano, persone innamorate, persone che avevano scoperto di aspettare un figlio, persone che erano guarite da una malattia e speravano per il futuro, persone…
Se esiste un’anima, la mia ha raccolto tutte quelle storie e le ha portate con sé in un abbraccio.

Gli Hibakusha1 sono i sopravvissuti alla bomba. Ci sono loro e le loro testimonianze di quello che accadde quel giorno: prima il Pika, il lampo, un bagliore bianco azzurro intenso. Chi guardò direttamente quella luce ebbe la retina bruciata istantaneamente. Poi il Don, il tuono, che arrivò qualche secondo dopo, una vibrazione che sembrava scuotere la terra.

Successivamente il Silenzio, irreale, interrotto solo dal crepitio degli incendi, mentre le persone che erano fuori dall’ipocentro, camminavano con la pelle che pendeva dalle braccia e dai volti. Il calore intenso aveva sciolto i tessuti. Fu chiamata la “Processione dei fantasmi” perché le persone camminavano con le braccia protese in avanti per evitare che la pelle toccasse altre parti del corpo.

Gli Hibakuska raccontano della disperata sete causata dal calore termico. Dopo circa 20/30 minuti dall’esplosione inizio la “Pioggia Nera“, la caduta di polvere radioattiva e fuliggine sotto forma di pioggia oleosa, che inquinò terreno e acqua. Molti, spinti da questa sete, la bevvero e morirono a causa di essa e delle radiazioni letali che portava con sé.

Cosa accadde a Hiroshima il 6 agosto 1945 e nella successiva mezz’ora?

DA 0 A 500 METRI: IPOCENTRO
Qui la temperatura raggiunse i 3000-4000 gradi di calore. Mortalità del 100%. Tutto ciò che era organico venne istantaneamente vaporizzato o carbonizzato. Le radiazioni in questa zona erano istantanee e letali. È in questa zona che si sono state create “Le ombre“. Se una persona o un oggetto si trovava davanti a una superficie, faceva da scudo. La persona veniva vaporizzata e sulla pietra rimaneva la sua “ombra”, un negativo fotografico impresso dal calore. L’onda d’urto era così forte che tutti gli edifici vennero polverizzati o ridotti a scheletri.

DA 501 A 1000 METRI: DISTRUZIONE TOTALE
Il tasso di mortalità, in questa zona, superava il 90%, chi non moriva per il crollo degli edifici, rasi totalmente al suolo, subiva ustioni di terzo grado su tutto il corpo. I vestiti prendevano spontaneamente fuoco.

DA 1001 A 1500 METRI: L’INFERNO DI FUOCO
L’onda d’urto era ancora forte; qui avvenne quella che fu chiamata la “Tempesta di fuoco“. Migliaia di piccoli fuochi man mano si unirono creando un unico enorme incendio che aspirava ossigeno soffocando le persone nei rifugi. Oltre a questo, in questa zona, le persone subirono danni agli organi interni causati dalla pressione dell’onda d’urto e la cecità (per chi aveva osservato il lampo).

DA 1501 A 2000 METRI: DANNI GRAVI
Le costruzioni subirono pesanti danni strutturali; migliaia di persone vennero ferite dallo scoppio dei vetri delle finestre, schegge di vetro sparate ad alta velocità come proiettili. Altre subirono ustioni di secondo e terzo grado sulla parte di pelle esposta.

OLTRE I 2000 METRI: DANNI MODERATI E RADIAZIONI A LUNGO TERMINE
I danni strutturali degli edifici diminuivano; le persone in questa fascia sembravano illese, ma nelle settimane successive iniziarono a mostrare i segni degli effetti delle radiazioni e della pioggia nera. Questo fu chiamato “Mal di raggio“: portava con sè nausea, emorragie e perdita di capelli.
Oltre a tutto ciò, nei sopravvissuti, l’aumento di leucemie e tumori, sono stati osservati per decenni. Non ho dati aggiornati su come venga monitorata oggi la situazione.

Vorrei dire che cose simili non accadono più, che le persone non vengono più “evaporate”, ma non posso dirlo, succede ancora oggi, qui vicino a noi, con l’utilizzo di bombe termobariche che arrivano a generare un calore fino a 3500 gradi, tutto ciò nell’indifferenza di una parte del mondo e con la complicità di tantissimi governi, tra cui il mio.

La foto di copertina, riguarda le centinaia e centinaia di post-it che invitano e parlano di pace, sono posti vicino all’uscita del Museo. Post-it colorati pieni della speranza di tutti noi comuni umani, grandi e piccoli, che aborriamo quello che è successo e quello che succede ancora oggi, tutti noi che non siamo capaci di accettare che accadano queste cose e continuiamo a “gridare” perché smettano di accadere.
Saremo ascoltati prima o poi?

  1. La parola Hibakusha significa letteralmente “persona colpita dall’esplosione”. Oggi l’età media supera gli 85 anni. La loro storia post conflitto è dolorosa. Una vita piena di discriminazioni, non riconoscimenti.
    Sono stati soggetti a censura durante l’occupazione statunitense tra il 1945 e il 1952. Era vietato parlare degli effetti delle radiazioni o criticare l’uso della bomba. Di conseguenza gli Hibakusha “non esistevano” e, stante le informazioni nascoste, non venivano adeguatamente curati. Oltre a ciò, dovettero affrontare un pesante stigma sociale. Le persone pensavano che le radiazioni fossero contagiose o che avrebbero avuto figli malformati. Nel settore del lavoro non venivano considerati perché ritenuti fragili e destinati a morire presto.
    Viene da dirlo vero? Dal danno alla beffa. ↩︎

HIROSHIMA: Due nomi innocui per un orrore immenso


Andare a Hiroshima e non vedere e parlare della Cupola della bomba atomica, chiamata anche A Bomb Dome, è impossibile. Detto questo, sono consapevole che nessuna parola che io dirò, nessuna foto che posterò, potrà farvi davvero percepire, emotivamente, l’esser lì a pochi metri dalla disumanità umana.
Sganciare delle bombe atomiche su città piene di persone inermi è disumanità. Non esiste giustificazione al mondo per una cosa del genere, eppure, assurdamente, le ho sentite, giustificazioni per aver sganciato delle bombe su quelle due città.

L’edificio era un centro espositivo, dove si tenevano fiere, vendite di prodotti locali e anche mostre d’arte. Si presume che al momento dello scoppio della bomba all’interno vi fossero trenta persone, morte istantaneamente.

La Cupola si è salvata perché era quasi sotto l’ipocentro, questo permise alla struttura di non disintegrarsi. Le due immagini di repertorio, in bianco e nero, qua sotto, danno una vaga idea di quanto sia stata devastante.

L’ipocentro è a circa 160 metri dalla Cupola ed è il punto esatto in cui esplose la bomba. Little boy ci mise 43 secondi a esplodere a circa 600 metri di altezza. Causò una palla di fuoco seguita da un’onda d’urto che rase al suolo la città nel raggio di chilometri. Non è stato facile trovarlo, non è esposto è celato, non ci sono turisti intorno. Quella semplice lapide e quelle poche parole sono il contrasto tra la tragedia di allora e la resilienza della città che è rinata.

La foto di copertina rappresenta la pietra commemorativa della tragedia avvenuta. La pietra è il luogo in cui si prega e si fanno delle offerte di fiori e cibo. I due kanji incisi hanno un significato profondo: 慰 (I) significa consolare, dare conforto o lenire e 霊 (Rei) significa spirito, anima o defunto. Letti insieme si leggono Ireitō: “Consolare le anime dei defunti”.

Avrei anche terminato di parlare della cupola. In effetti, ho finito, ma voglio parlare di come, anche allora, come oggi, PURTROPPO, hanno usato inermi popolazioni per sperimentare sul campo gli effetti delle armi e per mandare messaggi ai “nemici”.

Sperimentazione effetti sul campo: non si limitarono a usare le bombe atomiche, ma per vedere gli effetti decisero due città diverse e due bombe diverse. “Little boy” per Hiroshima e “Fat Man” per Nagasaki.

Hiroshima – LITTLE BOY
06.08.1945
Nagasaki – FAT MAN
09.08.1945
MaterialeUranio 235Plutonio 239
MeccanismoA “cannone”, sparava una massa di uranio una contro l’altraA implosione, più complesso e potente
Potenza15 chilotoni21 chilotoni
ImpattoEsplosa su una città pianeggiante, causando quasi la totale distruzione e stima di vittime IMMEDIATE di circa 70000/80000 personeA causa del terreno collinare e della deviazione del punto di sgancio (la bomba non esplose sopra l’obiettivo ma a circa 3 km di distanza), l’area fu devastata fu più piccola. La stima delle vittime IMMEDIATE è tra 22000/75000 persone

Entrambi i bombardamenti hanno provocato, inclusi gli effetti a lungo termine, oltre 200.000 morti.

Messaggi ai “nemici”: furono scelte le due città di Hiroshima e Nagasaki perché erano città integre, e non erano state pesantemente bombardate in precedenza. Questo le rendeva perfette per dimostrare l’enorme potere distruttivo e mandare un messaggio all’Unione Sovietica (poco contava che in Europa era alleata con loro contro i tedeschi).