Magyar: vino nuovo, bottiglia vecchia


A scanso di equivoci, premetto che personalmente il governo di Orbán a me non piaceva per nulla: troppi diritti civili elusi e libertà negate e calpestate.

Detto questo, a differenza di molti, ho molti dubbi sul neoeletto Peter Magyar. Perché?

La prima pulce nell’orecchio è data dal fatto che lui è una costola di Orbán e del suo partito. Dal 2002 al 2024 non solo ha fatto parte dello stesso partito, ma è stato uno dei suoi più stretti collaboratori. Insomma, i principi di base sono gli stessi. Cambia solo quanto vengono spinti.

Nel 2024 annunciò l’uscita dal partito e ne creò uno suo. Poi però si è presentato alle elezioni con un altro partito ancora. E questo, sinceramente, vorrei capirlo.
 
La seconda pulce nell’orecchio riguarda il suo appoggio a Netanyahu: immediato, senza ambiguità, con tanto di invito ufficiale in Ungheria per le celebrazioni del 1956.

Piccolo dettaglio: su Netanyahu pende un mandato di cattura della Corte Internazionale dell’Aia per crimini di guerra. La domanda è semplice: lo fanno entrare è basta? Nessun arresto? Perché ogni visita ufficiale senza conseguenze manda un messaggio chiarissimo: i crimini di guerra, a certi livelli, di certi schieramenti, non si pagano.
 
La terza e ultima pulce nell’orecchio
è notizia di pochi giorni fa: Magyar ha annunciato che spegnerà le radio e i telegiornali di stato non appena formerà il governo. Lui dice che non si tratta di censura, ma di disintossicazione…

L’ha dichiarato in maniera esplicita, tra il 14 e il 15 aprile, durante le interviste rese proprio negli studi della radio e televisione di stato, affermando che questa misura rimarrà in vigore finché non sarà garantito il ritorno a un vero servizio pubblico imparziale.

Chi stabilirà quando è un “servizio imparziale” non è dato saperlo…

Ora, anche ammettendo che le televisioni di stato abbiano appoggiato Orbán per anni, resta una domanda: è giusto zittire i giornalisti invece di creare regole eque per tutti e un sistema di controllo?

Che le televisioni di stato siano controllate (o ci provino) dai governi che mettono al loro interno i loro “pupilli” è vero, accade anche in Italia (seppur in regimi diversi). Solo per fare degli esempi recenti: guardate Raiuno e Vespa o quello che è accaduto nelle televisioni di stato nell’ultimo referendum italiano, dove il “SI” appoggiato dal governo era come prezzemolo, mentre il “No” aveva spazi “compressi”.

Qualcuno ha impedito a Vespa di parlare? Qualcuno ha chiesto di chiudere le televisioni di stato a causa della disparità di visibilità tra fautori del “Si” e quelli del “No”?

No. Si punta il dito su quello che accade. Se ne parla, si evidenzia la disparità, si discute in altri network, se ne scrive sui giornali e in rete, anche tra le persone comuni. Sarà a cura di chi ascolta farsi un’opinione.

Tutto ciò, dal mio punto di vista, dimostra solo che il nuovo governo ungherese cambia solo il tono, lo stile, la confezione, ma ha solo corretto l’eredità di Orbán, non l’ha abiurata. L’ha resa più presentabile e per questo più efficace.

Non sono un’esperta di politica ungherese e non pretendo di esserlo. La mia non è un’analisi, è una serie di domande che mi sono venute leggendo le notizie di questi giorni. Domande che, a mio avvivo, meritano risposta.

E’ arrivato il nuovo o il nuovo ha solo cambiato vestito?

Fonti: Reuters, The Guardian, SkyTG24, Internazionale, Telex.hu (versione inglese), Wikipedia