SILENZIO


I primi 16 anni della mia vita li ho passati in silenzio. Poca musica e molti scritti, miei e altrui. Libri, tanti libri.

Osservavo il mondo tramite loro e gli occhi.
Photo by Bastien HaJDuk

Poi la spinta della natura mi ha portato in un luogo che non mi apparteneva e lentamente ho aperto al mondo il mio mondo. Chissà forse avrei fatto meglio a far come Emily Dickinson. Ancora oggi son so, se son stata più coraggiosa di lei, o solo più incosciente.

Più crescevo più parlavo, fintanto che il suono delle mie parole ha ricoperto ogni mio incedere nelle vita e mi ha confusa.

Ho appreso nel silenzio. Credo sia per questo che ho ripreso ad usarlo.
Sono stanca di parole vuote, di persone che si (mi) assordano di se stesse, per non pensare a se stesse.

Mi manca il privilegio di osservare il mondo attraverso gli occhi, senza esser strattonato da esso.

ROSSO


Il tempo è un ricordo vestito di rosso
Passo leggero che punge il cuore
Colora ricordi e spegne dolori
Sussurra pensieri, sinapsi come foglie


Rosso non è il mio colore, ma l’anima ne ho intrisa, quando lo indosso si innamora di me.

LETTERE


Lettere usate e consumate.
Lettere dette, scritte e battute.
Lettere ridette e ripetute.

Lettere che formano parole.
Lettere che nascondo paure.
Lettere che celano desiderio.

Lettere trasparenti per me.
Lettere dietro le quali vedo.
Ipocrisia portami via.
Letters   – ©Diamanta

LUOGHI


Ho sedotto uno psicologo, poi ho scoperto che era sposato e gli ho detto non posso farlo con te.

Ridacchio prendendomi da sola per la parte mediana posteriore del corpo. Neppure nei sogni mi concedo. Mi dico “Eppure ieri sera ho mangiato leggero”.

Ma dopo sei arrivato tu, con i capelli arruffati e lunghi, diverso, consumato e stanco, mi cercavi in qualche modo.
Ti ho sfiorato lieve le labbra con le mie: “Ti amo ancora, non ho mai smesso”.
Ti ho abbracciato, per proteggerti da una vita che ti consuma ancora oggi.

Consapevole che in questa vita posso solo questo.
Questo sogno si sciogliera andando verso sera, neve di marzo sotto i raggi di primavera.

Io e te lo sappiamo, più che un sogno è un luogo, in cui cadiamo richiamati. Come Alice nel suo mondo.

photo by anka zhuravleva

BLUE HOPE


deviantart by pascalcampion

Ci son momenti in cui ti siedi, osservi il mondo.
Stai lì in disparte, con i tuoi gatti, sorseggi tazze di kukicha e aspetti.
C’è nell’attesa qualcosa di dolce, la speranza non ancora disillusa che tiene accesso il focolare del fare.

Non hai voglia di palcoscenici eppure non sei capace di non salirci sopra.
Ti ritrai come lumaca sfiorata, ma rispunti fuori alla prima risata.
Un istinto confuso di porta a volere per poi non volere.

I tuoi sogni alle spalle ti mancano.
Scruti l’orizzonte sperando ricompaiano o che ne sorgano di nuovi.
Cerchi ispirazione in ogni lieve movimento intorno a te.
Sospiri lieve nell’attesa.

In fondo, in questo preciso momento, in questo esatto stato d’animo, in questo silenzio colorato di blu, la speranza si tinge dello stesso colore, e l’attesa diventa oasi di pace in cui adagiare l’anima.

PASSAGGI


Depongo colori e parole, appoggio pensieri e ali.
L’attesa può essere riposo, ansia o creazione, la scelta è tua.
Photo by Marina Brydnya

Seguimi, io non mi fermo ad aspettare. Cercami nelle vibrazioni delle note basse, nelle sere estive, nel vento freddo del nord.

Sussurra il mio vero nome al tramonto e nelle prime luci dell’alba, urlalo ai bordi del deserto, riconoscimi nel silenzio della montagna e portami con te ovunque andrai. Perché in ogni momento, in ogni vita, io ti porto con me.

Mi troverai nella percezione del momento, nell’alito del maistro, nel veloce passaggio della breva e nella forza della bora.

Son la foglia che fruscia al tuo passaggio e ti accarezza, il raggio che brucia e ti ricorda il dolore, la pioggia che ti scivola lentamente sul volto e disseta la tua pelle.

Se osservi le nebbie del tempo, mi distinguerai, in questo e in molti altri modi.

Sono l’aquila che volava alto, l’anima che piangeva nel lasciarti dietro se, la donna col capo cinto di fiori che danzava, sono il falò e la paura di quella notte, sono altro ancora che neppure io so.

Sono. Siamo. Questo e molto altro.

La mia vita passa anche attraverso qua, ma non è qua.

EVVABE’


E’ quando il deltoide ben formato si tuffa con una curva stupenda nel bicipite, agganciandosi con fare felino nei pettorali, dal quale intuisci il trapezio dietro. Il tutto avvolto in una pelle color cioccolato il cui unico scopo voluto da dio, sospetto, sia stato quello di far risaltare tutto ciò.

Tyson Beckford

Ecco è in quel momento comprendi il senso del simbolo dell’infinito, quelle linee curve e lo scorrere continuo in quelle forme, e pensi: “Evvabè!”.

Dopo di ché con il viso bianco a tratti paonazzo, con le goccioline di sudore che ti colano dal viso al collo, in questa perfetta forma di donna di classe e fine, ti rendi che:
a) dovevi far una serie da 12 hai superato i 15, non senti fatica e manco te ne sei resa conto;
b) hai sbirciato;
c) lui ha sbirciato te.

A quel punto parte la sega mentale che:

a) non sbircia te, ma i tuoi improponibili pantaloni rossi, maglietta bianca e asciugamano azzurro cielo al collo. L’insieme è, diciamo, alquanto clownesco;
b) ti sbircia perché grondi sudore, lui è un architetto nouvelle post industrial e sta valutando un nuovo designer, una fontana a forma di donna, con gli zampilli che escono dalla fronte;
c) I nuovi capelli rosso rame intenso hanno colpito;
d) Smetti di farti i film.

Certo il fatto che a ogni esercizio e postazione diversa, te lo trovi, quasi in linea diretta, davanti agli occhi non aiuta.
Certo il fatto che ti ritrovi, nel corso della mattinata, per fuggevoli microsecondi sguardo nello sguardo aiuta ancora meno.

Poi il nuovo runner, con televisore incorporato e relativo paesaggio e camminata nel parco Yosemite, ti distrae. Pensi convinta: “Meglio questo film va”.

Peccato che alla fine, quando hai finito il tutto, riconsegni il tablet, stai per andartene. Ti senti osservata, ti volti con noncuranza, sbirci…. “Evvabè” allora ditelo!

PS: l’immagine è a solo scopo illustrativo per far evincere come il deltoide si tuffava nel bicipite.
PPS: si evincono perfettamente anche il pettorale e il trapezio.
PPPS: i miei capelli rosso rame sfumati rosso rame chiaro sono bellissimi.

THE RED


La vedo e mi blocco. Vedo qualcosa di me in lei.

TheRed

Ora prima che vi facciate dei film (porno) che non esistono, specifico subito, mi rivedo in lei solo in senso metaforico (ahimè). Culo ed età sono notevolmente diversi.

Vedo… il colore dei capelli (che avrò), lo sguardo un po’ perso in un sogno (che avevo), la posizione alternativa (che metaforicamente spesso ho).
Vedo… quelle mani a sostegno di una testa che vola via (che avevo) o a sostegno di pensieri che pesano (che a volte ho).
Vedo… quelle calze con la riga a sottolineare un lato femminile perduto ma presente (che avevo, che ho, che avrò), il culo in prima vista che distrae e non fa vedere il fiore (metaforico pensiero).
Vedo… i tatuaggi (che ho, che avrò), il pendaglio in mezzo al cuore a ricordare qualcosa e sotto i gomiti fogli con sopra disegni e ritagli di vita (altro metaforico volo).

Mi risulta difficile dire altro, anche se è tutto ben dispiegato nella mente. Mi fermo e penso. Chi mi “vede” tra le righe di questo blog o nella vita reale, non ha bisogno che gli spieghi come sono, e a chi non mi “vede”, non servirebbero milioni di parole.

IMPERFEZIONI


Ho sempre vissuto negli estremi, o il bianco o il nero.
Pur sapendo che tra i due intercorre un’infinita varietà di grigi, io non li vedo. Ho imparato che ci sono, ma come una cieca, nell’individuarli vado a tentoni, con tutto quello che ne consegue.
La vita per me non può essere grigia. Il grigio è il preludio alla “morte”.
Photo by Renata Ramsini

Credo che da questo sia dipeso e dipenda tutta la mia vita.
Ti amo o non ti amo.
Fai parte di me o non lo fai.
Ti do o non ti do.

Che tu sia un amore, un’amicizia, un’anima antica che torna o nuova che incrocio, se ti vivo, ti vivo così. Se lo faccio in maniera diversa, se con te parlo il linguaggio del grigio (che ho appreso come s’impara una lingua straniera) e perché di te non mi interessa nulla. Che tu ci sia nella mia vita o non ci sia non fa la differenza, anzi spesso proprio non ti vedo, perché nel grigio io non vedo.

Se tu pretendi di viver grigio accanto a me mentre io vivo colorato (a prescindere dal colore che vivo in  quel momento) io smetterò di vederti.
Se credi che questo mio viver intenso si confonda con il possesso, cambia strada perché alla libertà do lo stesso valore della verità, irrinunciabili nella mia vita.
Se presumi che leggerezza e colori non siano sinonimo di serietà, scansati, mi ostruisci la strada.

Non sono una persona semplice a volte, capita che oscilli tra il caldo rosso e il freddo blu. Incapace di chiedere, ma pretendo quello che mi spetta. So perdonare, ma con difficoltà, del resto a me stessa non perdono quasi mai. Però lascio andare e non porto rancore.

No, non sono una persona semplice, anche se io penso di me “di una semplicità assoluta, tanto da apparire complicata ai molti”.
Proprio per questo se faccio parte della tua vita, e tu della mia, vuol dire che tanto a posto non sei neppure tu, ma questo credimi è la bellezza della nostra imperfezione.

NECESSITA’


Scrivo poco.
La vita reale è diventata più esigente.

Questa settimana annovero oltre alle incombenze di vita e sopravvivenza, quali spesa e lavoro, l’aver:

* avuto il mio annuale incontro con “Barbara” e con lei (grazie a lei) riaver aperto uno spiraglio su quello che ha fatto di me quella che sono;

* collegato tre persone di questo tempo a tempi che non sono più. O meglio due averle collegate a tempi diversi e una averla collegata a un emozione ben precisa;

* notato che più perdo peso più ritrovo me stessa. Forse dovrei farci un post a parte su questo. Sul perché leghiamo così tanto cibo e vita. Su come il cibo diventi anestetico di vita.

* ho prenotato il parrucchiere, prossimo colore della mia testa, rosso rame con colpi di sole rosso rame chiaro;

* aver comprato un orologio da 8 euro, che la notizia non è il costo dell’orologio, ma aver rimesso un orologio al mio polso dopo 12 anni.

Questa settimana ho inoltre realizzato che:

* son riuscita a star zitta davanti a persone che sparano minchiate (scritte e/o parlate), ma questo fa parte dei miei dieci buoni propositi del 2015; anche se avrei potuto utilizzare un altro buon proposito di quella decade. Quello del fanculizzare senza che ci fosse domani.

* ho intenzione di far molto per la mia persona, in pensieri, parole, opere e tutto quanto mi verrà in mente;

* nella sfortuna spesso trovo la fortuna, si è solo mascherata;

* quando sorrido sembro più bella;

* tra poco è primavera.

Rileggendomi, ho realizzato che ognuno di questi punti contiene in se un post, ma come detto scrivo poco. Il mio modo di comunicare in questo periodo è bisognoso di tangibile e materiale.
Senza esagerare, ma ho bisogno di occhi, profumi e tatto.
Credo di necessitare di vita.

Photo by Wil Mijer