FRAMMENTI


L’umana natura e il credere che io non osservi i fatti e creda solo alle parole, non sapendo che ho smesso di “farmi” di parole altrui da molto.

Oggi vorrei parlarti di me e dei miei pensieri, ma ho parole silenziose.

Strappami risate da queste labbra serrate da inquietudini, le cui radici affondano in un tempo che non rammento più. Eppure di quel tempo sono costruita, impastata e forgiata.

Quella sensazione sempre di essere lì lì ad afferrare e comprendere, per poi veder volar via la conoscenza. Come una foglia in autunno, spazzata via da una raffica di vento del nord.

illustration-by-qing-han

VAI IN CARCERE TU, CHE A ME MI VIEN DA RIDERE


Nel 1993, in piena “Mani Pulite”, il governo varò un decreto legge che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti.

Il decreto nascondeva al suo interno la retroattività. In pratica avrebbe graziato e ricompreso anche tutti gli inquisiti di Mani pulite. Fu definito per questo il «colpo di spugna».

Il Pool di Mani Pulite denunciò pubblicamente, per fermare questo grave atto, quanto accadeva. Gli Italiani (tutti) sorressero e appoggiarono totalmente i Magistrati perché questo non accadesse.
Il Colpo di spugna fu fermato.

Non son qua a raccontare quel periodo, né la speranza che si creò di pulire la politica dai corrotti, e neppure la disillusione qualche anno dopo in cui scoppio una specie di seconda mani pulite.

Sto scrivendo perché siamo arrivati nel 2016  e questa “gente” ci riprova.
Ci riprova a depenalizzare alcune tipologie di reati, anzi ci aggiunge il carico da novanta: “Ma in carcere che ci vado a fare io? Meglio star fuori a delinquere” e butta là un nuovo DDL.

Quindi… niente custodia cautelare per i colletti bianchi.
L’intero centrodestra, anche quello confluito nella maggioranza che sostiene Matteo Renzi, si ricompatta su un ddl che esclude il carcere per il finanziamento illecito dei partiti e per quei reati, anche gravi, per i quali non si è ricorso all’uso di armi o violenza.

Pensate sia una notizia di Lercio vero? No no, è una fonte Ansa

Ora ditemi voi, questi, di noi cosa pensano?

mi-prendi-per-il-culo

SUICIDI DI STATO


Il 17 giugno si “suicidò” la sua segretaria personale, Graziella Corrocher, “fece un volo” dal quarto piano della sede del banco ambrosiano.
Il 18 giugno lo trovarono impiccato sotto un ponte sul Tamigi, “suicidio” dissero, si chiamava Roberto Calvi.

Ma a onor del vero ci fu una epidemia di suicidi in quel periodo, un uomo dei servizi segreti su trovato impiccato al termosifone di casa, chiaramente un “suicido”. Michele Sindona fu avvelenato in carcere, con un caffè, qui non dissero “suicidio”, ma poco ci mancò.

Sullo sfondo, il crack del banco ambrosiano, a LoggiaP2 (leggasi Massoneria), lo Ior (leggasi Chiesa Vaticana), la mafia, i servizi segreti italiani, la politica e la finanza. Sei (dico sei) poteri messi insieme.

Potevano non esser “suicidi”? Potevano non esserlo, queste morti con questa associazione a… non so, mettete un aggettivo che vi sovviene.
Poteva essere che questi “suicidi”, questi avvelenamenti e queste morti successive accessorie, potessero essere risolti?

Bravi. Proprio così, tutte morti rimaste sospese, come fantasmi che non trovano pace e vagano tra il cielo e la terra.

Poi oggi leggo, che il gip, dopo 34 anni (dico trentaquattro anni) Simonetta D’Alessandro ha deciso l’archiviazione dell’ultima inchiesta sulla morte di Roberto Calvi, sottolineando l’impossibilità di stabilire cosa è veramente accaduto. Tutto ciò, anche grazie al fatto che tutte le rogatorie inoltrate alla Santa Sede sugli affari con lo Ior di Marcinkus “hanno avuto esiti pressoché inutili”. Ma che strano. Eppure era Gesù che diceva “La verità vi renderà liberi”.

Io so, che già allora, giovanissima dopo più che bambina, in cui lo scopo principale della vita era innamorarmi dell’amore, in un’epoca in cui non vi era informazione se non quella dei telegiornali di stato (solo due), senza sapere ne arte ne parte, di pancia io la verità la “percepivo”. Come percepisco oggi la dinamica e i traffici di 34 anni, per cui oggi è arrivata la chiusura dell’inchiesta e il verdetto “non è possibile trovare i colpevoli”.

Noi lo sappiamo, io e le mie mille me, e qualcuno di voi con i suoi mille se lo sa, quando non vi è nessun colpevole vuol dire che i colpevoli sono solo troppo potenti per esser puniti.
the-hanged-man

MI AVETE FRANTUMATO LE OVAIE


Se aveste messo lo stesso impegno, tempo, passione, impeto, acrimonia, disperazione, furia e altri aggettivi a vostro piacere,  a contestare Erdogan e la sua figura in Turchia, come contestate l’elezione DEMOCRATICA di Trump in America, forse vi capirei. Ma no, io non vi capisco, ma proprio per niente.

Erdogan un uomo che ancora ieri per l’ennesima volta la comunità Europea a Bruxelles ha catalogato (lui e) il suo operato come “Repressione incompatibile con i valori europei” (però nel frattempo che dice ciò, intrattiene rapporti con lui).

Ieri sui social mi avete frantumato le ovaie per l’elezione democratica di Trump, elezione democratica avvenuta con i voti dei cittadini americani, in un clima infuocato vero, ma pur sempre democratico.
Forse vi dimenticate che quando loro votavano noi avevamo ancora un re, seguito a ruota da un dittatore? Forse qualcosa di democrazia (con tutte le sue storture) la capiscono e la mettono in pratica?

Ah, se metteste tutto l’ardore e il trasporto che avete messo ieri a criticare questo personaggio e a parlar di politica americana, nella politica italiana, chissà forse avremmo politici migliori.

broken-egg
Chiaro esempio di ovaie frantumate

PS: ho citato Erdogan per nominarne uno tra i tanti personaggi che spesso hanno a che fare con l’Europa, la cui dubbia “positività” per i valori democratici è certa. Possiamo parlare anche dell’Egitto se volete, o di altri ancora.

PPS: No, Trump non mi piaceva.

PPPS: No, manco la Clinton mi piaceva.

PPPPS: Son cittadina italiana, non americana, posso solo osservare cosa fanno gli altri a casa loro.

PPPPPS: Se vi sto sulle ovaie e sul corrispondente maschile per quello che dico e per come le dico, eh capita, mi spiace. Sono bella e intelligente non posso essere anche simpatica.

MA IO DOVE VIVO?


Ieri sera, nello spazio che scorre tra la bottiglia e versare il suo rosso contenuto, tra pomodori secchi sotto olio e le parole, ad un certo punto mi si è spalancata la domanda: “Ma io dove vivo? Vivo la stessa città che vivono gli altri?”. Mi son girata verso un mio amico al tavolo e ho chiesto a lui la stessa cosa: “Ma io dove vivo?”

In una città ci sono mille città, lo so, ma ogni volta che scopro una “strada” che non avevo visto, mi sorprendo della mia cecità.

Realtà parallele. Mondi paralleli.

Flashback di un tempo lontano, in cui ti ho amato più di me stessa, nel momento in cui ti lasciai, ti preoccupavi che non mi facessi male nella vita viaggiando da sola. Io non capivo allora, ti guardavo in silenzio, pensavo “Ma se sei tu che mi hai ferito a sangue”.

La verità è che vivevamo in due mondi diversi, due orbite che si erano richiamate, per leggi antiche, nella loro rotazione e si erano intersecate. Due mondi di consistenza diversa che si erano inglobati uno nell’altro al loro passaggio. E il tuo mondo era costruito con una realtà più tormentata della mia.

Il mio mondo, a quei tempi, era fatto di fate e unicorni. Che non voleva dire sicurezza e felicità. L’unicorno ha la punta e con quella può ferire e uccidere, e le fate hanno la bacchetta magica con la quale modificare la realtà in maniera inaspettata.

Tu avevi paura per me, perché avevi paura per te.

Ma questo era ieri. Oggi mi versano vino rosso e mi parlano di quello che accade intorno a me, mentre io mi domando “Ma io dove vivo?”

Forse dovrei ricominciare da me, da chi sono ora.
Lasciare strade, città e mondi che non sono miei e mi fanno sentire straniera.

Cerco viandanti del mio mondo.
me-2016-11-08

SOPHIE


Sophie
Sophie-2016-11-01
Dopo cinque giorni di antibiotici per bocca.
Dopo cinque giorni di collirio antibiotico.
Dopo cinque giorni d’amore umano e felino.
Sophie-2016-11-07La differenza nella vita la facciamo noi.
Sicuramente nella nostra.
A volte anche in quella altrui.

Lei si chiama Sophie, non arriva a tre mesi di vita. E’ stata fonte di sofferta decisione da parte mia, dopo averla raccolta il primo novembre. Poi pancia e testa, si son sedute tranquille a parlare, infine hanno deciso insieme. Sophie ora è il “mio” settimo gatto.

Io credo di aver fatto differenza nella sua, ma credo che lei, ora, la stia facendo nella mia.

VICTORY


Ci sono vittorie senza vincitori.
victory

Son convinta di vivere in un’epoca così, intrisa di questo modo di percorrere gli anni, dove nessuno vince e tutti perdono.

Personalmente ambisco, spero, tento di camminare verso una conoscenza che mi permetta di capire sempre di più. Questo non vuol dire che non combatta per quello in cui credo, ma solo che non m’interessa impartire lezioni dall’alto della “vittoria”. Amo, di più, camminare a fianco delle persone e chiacchierare.

Viviamo in una società che vuole vincitori, ma è una società che vincitori non ha. Questo fa di noi tutti, senza neppure che ce ne rendiamo conto, degli sconfitti.

FORMA


La città dove vivo ricomincia a starmi stretta.

Mi stanno strette le abitudini, il far e rifare le stesse cose.
L’aver organizzato, minuto per minuto, almeno venti ore delle mie ventiquattro.
La ripetitività, la mancanza di spazi, l’esaurirsi di possibilità e i discorsi sempre uguali.

Questo andare incontro alle giornate come un interminabile giorno della marmotta. Sette giorni su sette so l’orario in cui squilla la sveglia. Quando le persone mi raccontano che gli accade, già davanti agli occhi mi si dipana, come una gif inceppata, la dinamica successiva.

O forse è solo ancora questo perdermi nelle nuvole basse, confondermi con loro e disperdermi nel mio lato malinconico.

Lo sapete che ho un lato malinconico molto forte? Talmente forte che è per quello che rido e scherzo molto, cerco di nutrirlo con le risate, in modo che sazio e satollo, si addormenti e mi lasci vivere senza struggermi nel rimpianto delle grandi possibilità della mia vita osservate morire d’inedia.

E ora osservo ancora questa vita, la mia, che si accartoccia in queste tradizioni del nulla, consumate nel tempo, dispersa nell’inutile.

Ecco, ecco, la vedete la malinconia sveglia?! Come si attorciglia nelle parole che portano a niente? Si nutre delle catene da me stessa create, dalla costruzione delle situazioni rassicuranti che tendo a erigere, per poi ritrovarmi ingabbiata da sola.

La città dove vivo ricomincia a starmi stretta. E come ogni volta cercherò di farmi piccola per indossarla ancora, per “starci dentro”, almeno fino alla prossima volta che i bottoni scoppieranno.

Ogni volta che qualcosa mi va “stretto” è perché io sto cambiando “forma”.

illustration-by-nathan-martinez

CONSAPEVOLEZZE


illustration-by-elina-ellis

Sono un peso per me stessa
sono un vuoto a perdere
Sono diventata grande senza neanche accorgermene
e ora sono qui che guardo
che mi guardo crescere
la mia cellulite le mie nuove
consapevolezze (consapevolezze)

Quanto tempo che è passato
senza che me ne accorgessi
quanti giorni sono stati
sono stati quasi eterni
quanta vita che ho vissuto inconsapevolmente
quanta vita che ho buttato
che ho buttato via per niente
(che ho buttato via per niente)

Sai ti dirò come mai
giro ancora per strada
vado a fare la spesa
ma non mi fermo più
a cercare qualcosa
qualche cosa di più
che alla fine poi ti tocca di pagare

Sono un’altra da me stessa
sono un vuoto a perdere
sono diventata questa
senza neanche accorgermene
ora sono qui che guardo
che mi guardo crescere la mia cellulite le mie nuove consapevolezze (consapevolezze)

Sai ti dirò come mai
giro ancora per strada
vado a fare la spesa
ma non mi fermo più
mentre vado a cercare quello che non c’è più
perchè il tempo ha cambiato le persone
ma non mi fermo più
mentre vado a cercare quello che non c’è più
perchè il tempo ha cambiato le persone

Sono un’altra da me stessa
sono un vuoto a perdere
sono diventata questa
senza neanche accorgermene.

Che poi sono solo queste giornate bigie, in cui il bianco è il grigio si fondono così tanto, che pensi di viver dentro una nuvola. Quei giorni che hai così tanto da dire da aver consumato le parole al solo pensarle, e ti escono così consunte che le vedi solo tu. Ti rimangono allora solo una canzone, le parole di Vasco e la voce di una rossa come te.

Mica lo sai che fine farai, ma sai che a oggi ci sei arrivata.

MONSTER


Tu che ci fai con i tuoi mostri?

Io ci son scesa a patti sai. Eravamo sempre in lite, quando mi distraevo, mi squarciavo la pancia e spesso il cuore mi si fermava dallo spavento.
A volte fiotti di sangue mi uscivano dal naso e dalle labbra, per le botte che mi davano sulla bocca dello stomaco.

Ah, ma io non ero da meno, ero diventata così brava a incatenarli. Trappole messe un pò ovunque e poi li imprigionavo. Non avevo cuore di ucciderli però, ma a renderli inoffensivi sì. Tranne uno.

C’è n’era uno che ogni volta che lo incatenavo, ogni volta che lo rinchiudevo, in qualche modo tornava libero. E mi mordeva il cuore.
Mi avrebbe ucciso prima o poi, o io avrei ucciso lui.

Poi un giorno ci siamo trovati davanti, uno all’altro a scrutarci negli occhi. E’ stato allora che ho compreso. Anch’io ero un mostro. Ero il suo mostro. Quello che lo rinchiudeva, lo incatenava e ora cercava di eliminarlo.

Nelle nostre iridi la stessa domanda: “Se tu mi uccidi, uccidi te stesso. Vuoi morire? Io no e tu?”

E’ da allora che non rinchiudo più i miei mostri, ma ci parlo e scendo a patti, e la sera qualche volta gli racconto le fiabe. Certo loro preferiscono le storie dell’orrore, ma un pò li ho convertiti alle storie a lieto fine, in un mondo, dove l’amore abbraccia il suo lato oscuro.

monster