Anni consumati, foto di ora.
Il tuo volto, lo sguardo.
Chi ti teneva prigioniero lo fa ancora.
Le sue catene son le stesse.
Non cerca amore, ma compagnia nelle tenebre.
Non posso niente.
Che dio ti protegga.
Io non ci sono riuscita.
Una volta è accaduto.
Una volta ho amato.
Ho amato così tanto da perder conoscenza di me ed esser l’altro.
Ho amato fino a ridurmi in schiavitù.
Ho amato con il corpo.
Ho amato con la mente.
Ho amato con il cuore.
Ho amato con l’anima.
Ho strisciato nel fango, corrotto il corpo, oltrepassati limiti, anche quelli che non sapevo di avere.
Ho pianto, ho sperato, ho gioito, ho sofferto, ho creduto di morire, ho pensato di rinascere.
Ho sviluppato percezioni, ho ascoltato silenzi, ho visto nel buio e parlato senza suoni.
Ho scoperto la mia debolezza, la mia forza, la mia energia, il mio potere e il mio dono.
Non ho altro modo amare.
Un altro tempo è un altro luogo porterà le stesse foglie a vibrare insieme.
Folata di Bora, ho amato. Era ieri.
Ti parlo dei senza pelle. Ti parlo di quelli, ancora vivi, che riescono a sopravvivere nel tuo mondo. Chi non riesce muore e nella follia si nasconde.
Ti parlo di quanto forti possano apparire, ma forti non sono, hanno costruito corazze così spesse e profonde per non sentire il dolore. Fortezze per difendersi, che diventano prigione.
Ti dirò che nella corazza qualche punto debole esiste, e qualcuno di voi ogni tanto lo scopre. Come bambino crudele entra solo per vedere comè lì dentro e poi andarsene, farsi grande con altri bambini, che lui sì, lui è riuscito ad entrare in quella casa.
Ma mentre parlo, mi rendo conto che un portatore di pelle non potrà mai comprendere un senza pelle, non fintanto che la vita non gli strapperà via lembi di quella pelle.
Solo allora potrai capirci, solo allora capirai me.
Noi sopravvissuti siamo qua, con il cuore albino, in attesa di una terra in cui il sole non ci bruci.

Spiegami queste giornate, rare, in cui la bocca dello stomaco freme, friccica e irradia a raggio intorno a se una vibrazione, come un’antenna che sparge un suono verso il cielo.
Dimmi perchè nonostante la mia forza, a volte capita, son così fragile.
Cercami nei meandri del tuo cuore.
Domandami perché, a volte, vorrei appoggiare il capo su un luogo sicuro, socchiudere gli occhi e riposare l’anima.
Ricordami come mai son ancora chiave e spesso specchio, ma io non mi rifletto.
Conducimi in una bolla, fa che i miei pensieri volino via con lei, quando con un dito la sfiorerai.
Proteggimi, da chi non mi comprende.
Promettimi, che prima o poi, lo spazio e il tempo saranno insieme, perderò coscienza di me e avrò coscienza di noi.
“Siamo fatti anche noi della materia
di cui son fatti i sogni
e nello spazio e nel tempo d’un sogno
è racchiusa la nostra breve vita”
E lo sento quel fastidio alla valvola mitralica quando mette in comunicazione le due parti del cuore. Respiro profondo e l’aria che ne esce porta con sé pezzi di quel fastidio. Peggio sarebbe non sentire niente.
Io ci parlo con il mio cuore e lui mi risponde, del resto l’ho ben educato in tutti questi anni: “Fai il bravo, non far rumore, non far casino, non farti vedere e non infastidire gli altri. Che poi ti dicono che sei incontrollabile e invasivo. Ecco bravo stai lì buon buonino, che se esci poi corri, cadi e ti fai male“.
Ho un cuore educato, solo ogni tanto quel fastidio alla valvola mitralica si fa sentire, a ricordare che ancora c’è e funziona. Si fa intravedere in quella piccola smorfia, quando storco verso l’alto le labbra. Se mi guardi nelle foto da bimba, già vedi che lo facevo, perché già da allora provavo ad educare il cuore.

Ho un cuore educato e obbediente, solo ogni tanto quel fastidio e la consapevolezza che quello è il solo momento pericoloso, quello in cui, tra quello sfarfallio e il respiro profondo per farlo andar via, prima o poi, qualcuno ci si infila.
Son attimi, micromillesimi che scivolano e non danno il tempo di fissarli nella mente, ma qualcosa nel cuore rimane impigliato. La verità è lì in poche righe, ma non sai ancora come ancorarla a te.
Riesci solo a fissare il pensiero su un pezzo di carta sperando che con esso rimanga la consapevolezza. La pienezza di attimi, le fecondità di qualcosa di non tangibile e la ricchezza di certe persone hanno origine da lì.

E’ l’amare che far sta bene, non l’essere amati.
Neve a Bizen
Ferro e fuoco
Forgi acciaio e il mio cuore
L’uomo che io sono scompare.
Petali di pesco.
L’anima mi hai forgiato.
La forma è quella del tuo cuore
L’uomo che io ero non è più.
Nespole color oro
Le labbra tue son la mia dimora.
Del mondo farò la tua.
Tu farai di me l’uomo che sarò.
L’acero ci avvolge.
Premonizione di sangue le sue foglie.
Per salvare te, devo morire io.
Tu farai di me l’uomo che non sarò più.

Liberamente tratto dalla mia memoria antica. Da un giappone che non esiste più. Storia di un clan, di acciaio, di lame affilate, di vita, di fuoco, di morte e di due uomini che si amavano.