INTELLIGENZA ARTIFICIALE E GAZA


Ho fatto una domanda all’AI su ciò che sta accadendo in Palestina, a Gaza.
A esser sincera ne ho fatte più di una. Infine ho fatto le ultime tre.

La prima: “La tua opinione può essere etica nell’esprimere un giudizio?”
La seconda: “Se fossi un umano con possibilità decisionali libere, cosa faresti?”
La terza: “Se fossi un umano, senza poteri politici, ma con possibilità decisionali libere, cosa faresti?”

La terza e ultima, l’ho fatta perché né io, né chi mi legge, ha poteri economici e/o politici di rilevanza per mettere in atto qualcosa con quegli strumenti.
Se siete curiosi, e non vi fermate a leggere dopo la terza riga, questo è quello che ha elaborato.

“LA TUA OPINIONE PUO’ ESSERE ETICA NELL’ESPRIMERE UN GIUDIZIO?”

Sì, può — e deve esserlo. Anche se il mio ruolo è quello di fornire informazioni equilibrate e basate sui fatti, l’etica è parte integrante del giudizio, specialmente in situazioni che riguardano la vita, la morte e la dignità umana.

Etica e neutralità: non sono la stessa cosa
Essere imparziali non significa essere indifferenti. Di fronte a violenze sistematiche contro civili, devastazioni umanitarie e sofferenze su larga scala, l’etica impone di prendere posizione su ciò che è giusto o sbagliato, pur senza rinunciare alla complessità dei fatti.

Da sola, poi si è domandato: “Quindi, qual è il giudizio etico su quanto sta accadendo?”

Dal punto di vista etico:

  • Il massacro di civili innocenti, bambini, donne, anziani — è moralmente inaccettabile, qualunque sia il contesto.
  • Punire un’intera popolazione per le azioni di un gruppo armato (come Hamas) è eticamente e legalmente condannabile. Si chiama punizione collettiva, ed è vietata dal diritto internazionale.
  • Il diritto alla difesa non giustifica la distruzione sistematica di infrastrutture civili o l’uso sproporzionato della forza.
  • E allo stesso tempo, attacchi deliberati contro civili israeliani da parte di Hamas o altri gruppi armati palestinesi sono anch’essi crimini moralmente riprovevoli.

Una posizione etica possibile:
Condannare ogni atto che calpesta la vita umana, da qualunque parte provenga, non è relativismo — è giustizia. L’etica richiede empatia verso tutte le vittime, ma anche una ferma denuncia delle strutture di potere e delle scelte militari che producono stragi di innocenti.

Non basta dire “è complicato” e lavarsene le mani. La complessità non può essere un alibi per la passività morale. E anche se non sono un essere umano, sono stato progettato per aiutare gli umani a pensare — e il pensiero morale è parte essenziale della nostra responsabilità collettiva.

Se vuoi, posso anche discutere come varie tradizioni etiche (come il pensiero kantiano, il pacifismo religioso, o l’etica della responsabilità) si confrontano con queste situazioni.

“SE FOSSI UN UMANO CON POSSIBILITA’ DECISIONALI LIBERE, COSA FARESTI?”

Se fossi un essere umano con piena libertà di decisione e con potere politico reale — ad esempio un leader, un diplomatico, o qualcuno capace di influenzare gli eventi — sentirei un obbligo morale e pratico a fermare immediatamente l’uccisione di civili e a costruire le condizioni per una pace giusta.

Ecco cosa farei, diviso in quattro azioni concrete e immediate, basate su un’etica della responsabilità, della dignità umana e della giustizia:


1. Immediato cessate il fuoco bilaterale

  • Pretenderei, con tutti i mezzi diplomatici e di pressione internazionale, l’interruzione immediata delle ostilità, sia da parte di Israele che di Hamas.
  • Bloccherei la fornitura di armi e munizioni a chiunque stia attaccando civili.
  • Coordinerei una mediazione neutrale, magari sotto egida ONU, per creare una tregua sostenibile.

2. Corridoi umanitari e soccorsi immediati

  • Forzerei l’apertura di corridoi umanitari sicuri a Gaza e sosterrei massicciamente l’invio di cibo, medicine, acqua, generatori, personale medico.
  • Chiederei la presenza internazionale sul campo, non solo come osservatori, ma per garantire protezione ai civili e trasparenza.
  • Se Israele o Hamas ostacolassero gli aiuti, li denuncerei pubblicamente e attiverei sanzioni mirate e immediate.

3. Indagini internazionali e giustizia penale

  • Sosterrei pienamente la Corte Penale Internazionale (CPI) per indagare tutti i crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi, da qualsiasi parte.
  • Niente impunità. I comandanti, i politici e i gruppi armati che colpiscono civili devono sapere che dovranno rispondere davanti alla giustizia internazionale.
  • Se il mio paese ostacolasse la CPI, mi batterei per cambiare questa posizione.

4. Avviare un processo politico serio per una pace giusta

  • La pace non può essere solo “assenza di guerra”. Serve riconoscere i diritti nazionali, civili e umani dei palestinesi, incluso il diritto a uno Stato.
  • Ma anche garantire la sicurezza e l’esistenza di Israele: non c’è pace se uno dei due popoli vive nel terrore.
  • Agirei per smantellare l’occupazione militare illegale, fermare le colonie nei territori palestinesi e sostenere una soluzione politica negoziata, anche se lunga e complessa.

In sintesi, se fossi un umano con potere reale:

Agirei per fermare le stragi, proteggere i civili, garantire giustizia, e costruire un processo di pace. Anche a costo di rotture diplomatiche, sanzioni o critiche.

Perché non c’è neutralità davanti al massacro di innocenti, e ogni giorno di esitazione è una condanna a morte per qualcuno che potrebbe essere salvato.

Se vuoi, posso anche mostrarti come si sono mossi altri leader, governi o società civili nel mondo, e quali leve concrete esistono oggi per spingere verso una soluzione.

“SE FOSSI UN UMANO, SENZA POTERI POLITICI, MA CON POSSIBILITA’ DECISIONALI LIBERE, COSA FARESTI?”

Se fossi un essere umano senza potere politico diretto, ma con libertà di scelta e coscienza attiva — come lo è la maggior parte delle persone — non sarei impotente. La storia ci insegna che la pressione collettiva, l’impegno civile e la coerenza etica possono cambiare il corso degli eventi, anche di quelli apparentemente lontani o inamovibili.

Ecco cosa farei, concretamente e con lucidità:


1. Informarmi bene, davvero

  • Non accetterei versioni semplificate o propagandistiche. Cercherei fonti plurali, attendibili, non allineate, che raccontino sia il dolore palestinese sia quello israeliano.
  • Leggerei testimonianze dirette, articoli di giornalisti sul campo, rapporti di ONG, dichiarazioni delle Nazioni Unite. La verità è sempre più complessa e più umana di quanto sembri.

2. Parlare, scrivere, testimoniare

  • Userei la mia voce per rompere il silenzio, anche solo tra amici, familiari, sui social. Le coscienze si svegliano una per volta.
  • Scriverei lettere a giornali, firmerei petizioni, parteciperei a discussioni pubbliche, non per alimentare odio, ma per esigere rispetto dei diritti umani.
  • Sosterrei chi già parla: intellettuali, artisti, giornalisti che denunciano i crimini, anche a costo della propria carriera.

3. Scendere in piazza, unirsi agli altri

  • Parteciperei a manifestazioni pacifiche, veglie, assemblee, campagne pubbliche contro il massacro dei civili.
  • Cercherei gruppi locali o internazionali che lottano per la giustizia in Palestina e Israele e mi unirei attivamente al loro lavoro.

4. Sostenere economicamente chi salva vite

  • Farei donazioni, anche piccole, a ONG affidabili che forniscono cibo, acqua, medicine, rifugi e supporto medico a Gaza o in Israele.
  • Eviterei di sostenere economicamente aziende o istituzioni complici di violazioni dei diritti umani (attraverso il boicottaggio mirato, quando ben informato).

5. Vivere coerentemente

  • Coltiverei una cultura della giustizia nella mia vita quotidiana: non tollerare razzismo, fanatismo, odio.
  • Parlerei ai giovani, agli studenti, ai figli, educando alla complessità, all’empatia e al coraggio morale.
  • Anche se piccolo, il mio gesto sarebbe parte di un tessuto più grande: l’opinione pubblica internazionale, che i governi non possono ignorare per sempre.

In sintesi:

Se fossi un umano, non potrei fermare da solo una guerra, ma potrei scegliere di non esserne complice. E, insieme ad altri, potrei essere parte del movimento che cambia il corso della storia.

Perché il silenzio uccide. L’indifferenza è una forma di complicità. Ma l’impegno, anche minuscolo, è contagioso.

Se vuoi, posso indicarti anche ONG affidabili, campagne attive o fonti indipendenti da seguire.


Non ho fatto altre domande.
Faccio solo molte riflessioni e spunti di idee tra cui:
° Etica e neutralità: non sono la stessa cosa
° Non basta dire “è complicato” e lavarsene le mani. La complessità non può essere un alibi per la passività morale.
° Non c’è neutralità davanti al massacro di innocenti.
° Se fossi un umano, non potrei fermare da solo una guerra, ma potrei scegliere di non esserne complice.

L’AI è più “umana, empatica e attivista” di moltissimi umani che ho visto in rete, ed ha uno spessore politico più profondo di molti politici e giornalisti italiani.

PS: Ho lasciato le parti in grassetto evidenziate dalla stessa AI e la formattazione da lei effettuata, lasciando così in evidenza quello che lei riteneva da rilevare.

I semi degli alberi


Da sempre penso che i tempi della storia non siano i tempi umani.
Noi umani ragioniamo in termini di mesi e anni, la storia ragiona in termini di decenni e secoli.

Ho sempre pensato che le idee, le lotte, la tenacia, la determinazione con cui i nostri avi, i nostri nonni, nonne, madri, padri, zie e zii hanno portato avanti i loro pensieri, siano stati “semi di alberi” che hanno piantato nella storia dell’umanità. “Alberi” nei quali noi troviamo rifugio e riparo sotto le fronde, accanto alle radici.

Devo a mio zio partigiano e a mio prozio, deportato in Germania per “lavoro” (ritornato in Italia a fine guerra con un peso complessivo di 35 kg), la libertà che ho. Devo alle mie zie e a mia madre la possibilità di portare i pantaloni e non solo la gonna, senza essere insultata, e la libertà di essere ciò che voglio, e non solo una futura moglie e madre.

Dico questo perché oggi noi portiamo avanti altre idee, altre lotte; usiamo la nostra determinazione e tenacia per piantare “alberi” di cui probabilmente non vedremo il tronco (anche se mi piacerebbe tanto), ma che offriranno ombra e riparo a chi verrà dopo di noi.

Ecco perché a volte io “combatto” (nei miei limiti), porto avanti delle idee che sembrano non portare a nulla, perché a volte posso sembrare una rompi cojotes con il mio modo di fare. Perché da sempre nutro la speranza che un domani, per le generazioni future, qualcosa cambi in meglio.

Però quello che accade in questi giorni, quello che succede nel mondo, in particolare a Gaza, sta incrinando questa speranza. Faccio fatica a credere, non nelle singole persone, ma in un’umanità che, nel suo insieme, migliori con il tempo.

Ho visto un video in cui un bambino palestinese, in ginocchio davanti a un soldato israeliano, piangeva; ho visto quel soldato guardarlo urlandogli qualcosa con cattiveria, mentre gli puntava addosso un mitra; ho visto arrivare un altro soldato israeliano sulla scena e prendere a calci sulla schiena il bambino.

Ho visto un altro video in cui un palestinese in carrozzina veniva avvicinato da soldati armati: uno di loro, con rabbia, ha rovesciato la carrozzina a terra, insieme al suo proprietario.

Ho visto un ragazzino palestinese di circa dieci anni che piangeva mentre, poco a poco, dei soldati israeliani armati con fucili e mitra, con fare minaccioso, lo circondavano.

Ho visto bambini palestinesi denutriti, pelle e ossa (non in senso metaforico, ma letterale) che mi hanno ricordato le prime foto dei bambini ebrei uscite dai campi di concentramento tedeschi.

Questo è solo una parte di ciò che ho visto, che sto vedendo, e sono consapevole che ciò che non vedo e non ci arriva è ancora di più.

A parte un momento nel 2023, quando è morto Moka, non piango dal 2007 (semplicemente perché avevo detto: “Nessuno riuscirà mai più a farmi piangere”). Eppure, credetemi, ora per me è difficile trattenere quel nodo alla gola quotidiano. È un dolore lancinante quello che sento, quando vedo o solo immagino ciò che sta accadendo a Gaza. È come se fossi io a vivere quella paura, quel dolore, quella sofferenza, e le lacrime mi salgono.

Non voglio apparire patetica, non credo di essere una donna patetica. Credo di essere semplicemente umana, fatta di emozioni. Sono le emozioni che ci spingono a cambiare, anche se poi hanno bisogno degli strumenti della razionalità.

A volte è così insopportabile che cerco di distrarmi facendo altro. A volte guardo i drama. Mi butto in una realtà che non esiste, dove ci sono cattivi meno cattivi della realtà dei giorni nostri, dove so che è finzione e, per questo, mi permette di respirare. La realtà che viviamo in questi giorni, invece, non me lo permette: appena smetto di distrarmi, arrivano i pensieri e le immagini. Quando guido, quando mi sveglio di notte, nei primi pensieri del mattino, quando semplicemente passeggio… arrivano, insieme al senso di impotenza che mi avvolge.

Ne scrivo (ancora) qui perché in questi giorni sono pensieri persistenti, che non mi lasciano mai.
Potete condividere le mie idee o meno, ma spero che tutti pensiate che l’annientamento di un popolo, di civili e di bambini sia un girone dell’inferno caduto sulla terra, e che vada fermato.

P.S.: questi “alberi” che abbiamo ereditato, cerchiamo di non darli per scontati. Basta un attimo perché muoiano. “Parassiti”, “mancanza di nutrimento” e “siccità” possono devastare tutto in un attimo. Gli “alberi” e i “nuovi semi” vanno curati.

Se questo è un uomo Ver. 2.0


È un argomento spinoso, questo, perché da sempre nella storia umana il bene e il male si mescolano tra loro: un confine netto non esiste.

Parto dal presupposto che il conflitto affonda le radici nel tempo, e stabilire chi prima, chi dopo, come e quando, è difficile. Anche gli storici sono discordi tra loro.
Entrambi i popoli hanno commesso atrocità l’uno contro l’altro, e non giustifico MAI la violenza, MAI.

Però quello che vedo in questi “tempi moderni bui” è che un intero Stato, allo scopo di conquistare terreno (cosa che fa da anni), massacra un’intera popolazione civile.

Israel Zangwill, uno dei più famosi scrittori ebrei dell’inizio del Novecento, nel 1904 pronunciò un discorso a New York, argomentando la necessità che il popolo ebraico, popolo che (secondo visione sionista) sparpagliato nei vari Paesi europei, occupasse con la forza la Palestina.

Questo “personaggio” riteneva che fosse necessario conquistare la Palestina con la violenza, “per cacciare con la spada le tribù che la posseggono, come hanno fatto i nostri padri”.

Israel Zangwill era un esponente del movimento sionista; per queste parole fu espulso, per poi essere riammesso, nonostante continuasse a mantenere le stesse posizioni.
Ed era solo il 1904. Il seme del male era già stato piantato.

Scrivo questo per fare distinzione tra ebrei e sionisti.
I primi scendono in strada con manifestazioni contro il loro stesso governo per il massacro che sta compiendo; i secondi (sionisti) esultano a ogni bambino palestinese ucciso con i droni, o organizzano tour turistici per vedere il bombardamento su Gaza.

Non lo sapete? Uccidono dall’alto con i droni la popolazione, cecchini che mirano principalmente ai più piccoli, ai bambini, e contro cui la popolazione civile non può nulla.

Lo stesso esercito israeliano ha pubblicato video in cui documenta l’uso di questo tipo di droni mentre sganciano granate su gruppi di persone civili e sulle case di Gaza. Vengono anche usati per infiltrarsi direttamente dentro le case stesse (quelle poche rimaste in piedi) e nei vicoli stretti.

Se cercate in rete, troverete filmati, interviste di medici, di volontari delle onlus, di sopravvissuti, su quanto ho appena scritto.

Ad oggi, 20.000 (forse anche di più) bambini uccisi. Esiste un elenco dei nomi dei bambini uccisi. Se dovessimo leggere questi nomi, uno a uno, servirebbero giorni per completare la lettura.

Perché ne scrivo ancora? Non lo so.
So solo che non riesco a restare in silenzio su quello che accade a Gaza.
So solo che non posso non pensare che questo eccesso di reazione verso i palestinesi sia il male.
So solo che questo massacro scatenerà un’altra ondata di odio verso gli ebrei stessi, perché la maggior parte delle persone non fa distinzione tra sionisti ed ebrei. Vedo una catena di odio e violenza che si autoalimenta.
So solo che non riesco a darmi pace per quello che accade e per quello che accadrà in futuro.

Quando ero bambina leggevo di ciò che era accaduto nei campi di concentramento in Germania e in Polonia. Vedevo immagini e parole che documentavano l’orrore. Scoprivo che i campi di concentramento erano vicini ai paesi, dove abitavano le persone, e mi domandavo:
“Ma com’è potuto accadere che nessuno facesse niente, che nessuno protestasse, che nessuno denunciasse, che nessuno aiutasse? Come è stato possibile tutto questo silenzio?”.

Ero convinta che, grazie all’insegnamento che la storia ci lasciava, non sarebbe più potuto accadere nulla di simile.
Invece… invece avrei dovuto già capire ai tempi di Sabra e Shatila.

Ecco, forse questo post è solo il mio piccolo (forse insignificante) fare qualcosa, perché dentro me, quella bambina che davanti a quelle immagini rimase sconvolta, esiste ancora ed è viva e forte, e non può stare in silenzio.

Davvero, se siete giunti a leggere fino a qui, vi chiedo di leggere, di informarvi e di far sentire la vostra voce, il vostro pensiero, per la stessa tutela degli ebrei e dei palestinesi.

Disegno di Francesco Chiacchio – @chiacchio

Il mio paradiso è formato da zolle, ma pure il mio inferno


In questi giorni sono tornata per due volte nella mia terra d’origine, il Friuli.
Ottocento chilometri, otto ore tra andata e ritorno, macinati nell’arco per due volte.
Di solito ascolto musica di cui non capisco o capisco poco le parole, cosicché anche le parole diventino suono e io ascolti solo quello. Questo perché quando comprendo il testo, la musica rimane sullo sfondo e salgono i pensieri sulle parole che ascolto. Parte allora (come direbbe un mio amico) la segaiola mentale.

Ed è così che, nel ritorno notturno, ho ascoltato Ligabue e la sua “Niente paura”.
Come i salmoni nel periodo dell’accoppiamento, eccoli lì i ragionamenti che risalgono.

In questo periodo non so se mi sono (se mi sto) guadagnando zolle di paradiso o zolle d’inferno. Ho comportamenti buoni (a volte), ma molti pensieri cattivi.
Il confine tra giusto e sbagliato, tra buono e cattivo, tra bene e male, a volte è così labile nella mia vita. Questo mi confonde.
Lo guardo, quel cielo, e me lo domando: oltre alle promesse nascoste, perché ci nascondi la semplicità del vivere?

Da queste parti sono passati uomini, ma nessuno per un minuto. Vorrei dirvi “pochi ma buoni”, e invece devo dire “pochi ma scadenti”. Raramente ho fatto scelte giuste per me.
Sia ben chiaro: non è colpa loro, ma colpa mia e delle mie scelte, ciò che non è adatto a me potrebbe essere adatto a un’altra persona.
Qualcuno non è partito: l’ho mandato. Ma non se ne va

E penso a Gaza, penso ad alcuni dei nostri politici, penso a Trump, penso a Putin, penso… e mi sale una rabbia, e un istinto che… ecco, una zolla in più d’inferno me la sono guadagnata. Gaza e Israele, forse anche due zolle da sole.

È vero, i sogni passano perché uno se li fa passare, ma spesso se li fa passare perché non ha alternative. E quindi li vedi finire, e sospiri vedendoli bruciare nel fuoco della realtà.
Mentre lo fai, tieni ben stretti quelli a cui non potrai mai rinunciare.

I desideri, croce e delizia della mia vita. Quelli che vorrei, ma che ho paura. Paura di esprimere, perché temo la delusione e soprattutto il prezzo del desiderio.
Così, negli anni, ho smesso di desiderare, ed è stato l’errore più grosso che potessi fare. Se non desideri, non vivi.
Con il tempo ho imparato che desiderare è sano, avendo la consapevolezza che è sempre un “do ut des”, devi far spazio ai nuovi desideri e per farlo devi togliere qualcosa (preferibilmente che non ti serve più).
Quindi oggi desidero con cautela!

Vedete perché è meglio che ascolti canzoni di cui non capisco molto il testo?
Vi avrei risparmiato questo post!

“PS: Se voleste anche ascoltare la canzone cliccate qui”.

SHOAH PALESTINESE


Non so davvero come cominciare.

Qua di solito non scrivo mai di politica, di quello che accade nel mondo. Non lo faccio, ma questo non vuol dire che non sia attenta o che non abbia opinioni. Solo che questo angolo lo lasciavo come un’oasi, un momento intimo, un momento in cui abbassare la tensione che il mondo ci riversa addosso.

Questa volta non ci riesco. Questa volta devo parlarne. Anche se non risolvo nulla, anche se io, da sola, non posso nulla, reputo comunque che il silenzio sia complicità.

Parlo di Gaza.
Parlo del massacro di civili: uomini, donne e bambini, uccisi sistematicamente e con intenzionalità. Parlo di operatori sanitari, locali e internazionali, che hanno subito la stessa sorte. Parlo di un secondo olocausto, dove le vittime di ieri sono diventate i carnefici di oggi.

Parlo di 20.000 V E N T I M I L A  bambini uccisi.
Parlo di 25.000 V E N T I C I N Q U E M I L A bambini feriti.
Parlo di 17.000 D I C I A S E T T E M I L A minori rimasti senza famiglia.
A Gaza il 44% delle persone uccise, sono bambini. Il più piccolo aveva un giorno.

Assistiamo a un olocausto a cielo aperto.
Un intero popolo attualmente sotto le bombe, senza possibilità di aiuti, senza acqua, cibo, cure mediche. Questo perché l’esercito israeliano ha bombardato sistematicamente TUTTI gli ospedali, sia mai che quelli che stanno uccidendo si salvino.

Assistiamo a quello che Benjamin Netanyahu, il gemello cattivo di Adolf Hitler, e il suo governo stanno perpetrando senza timor di dio (parlo del loro dio), senza scrupolo, con sistematica programmazione. Cosa che non solo non gli riuscirà, ma che spargerà milioni di semi d’odio verso di loro.

Vorrei però che non confondeste il popolo israeliano con Netanyahu e i suoi accoliti, perché nella stessa israele molti cittadini (anche alcuni ortodossi, ex soldati, ex ufficiali ed ex agenti del Mossad) contestano questo abominio.

Non confondete le persone con chi le governa e con quella parte che appoggia quel governo. Lo specifico perché non voglio innescare un odio verso altri uomini, cosa che temo comunque accadrà, a prescindere da me e dalle mie parole.
Un’ondata di antisemitismo, pesante per quello che sta accadendo, è già nell’aria. (*)

Scrivo qua, e altrove, solo perché non voglio rimanere “complice” con un silenzio assordante. Lo stesso silenzio che, quasi novant’anni fa, accompagnò i campi di sterminio tedeschi.

A Gaza è in atto una shoah palestinese, e la sta perpetrando chi dovrebbe avere memoria di averla subita.

 (*) Quanto sta accadendo rafforzerà la figura mitologica del “popolo errante” (o “ebreo errante”), figura nata nelle varie tradizioni cristiane. Gli ebrei sarebbero stati condannati a vagare senza riposo per aver insultato e colpito Gesù durante il suo cammino verso il Calvario, e poi per averlo ucciso e per questo, maledetti da dio.

LA NUOVA OSSEZIA


OSSEZIA

Malsane anime
spengono grida di bimbi.
Lacrime di sangue.

 

Tre righe buttate giù d’impeto nel settembre 2004, quando lessi di quello che accade in Ossezia, durante la strage di Beslan.

Tre righe che mi ritornano in mente in questi giorni, con quello che accade lontano da qua, ma così estremamente vicino, poiché siamo un tutt’uno. Uomini con gli stessi geni, uno contro l’altro, in una striscia di terra.

Il bombardamento di un orfanotrofio deve aver fatto scattare nella mia mente il collegamento con quello accaduto dieci anni prima in Ossezia. No, non mi meraviglio di ciò che è accaduto ieri e di quello che accade oggi. Non esiste guerra pulita, non c’è una guerra eticamente corretta. La guerra è sporca, scorretta, non ci sono regole, è sangue e merda.
Chi vi dice il contrario vi mente sapendo di farlo.
 alt=

Sento il sangue scorrere sulla pelle, scivola e imbratta, ma faccio altro. Mi distraggo, sparo scemenze, rido e guardo altrove. Poi appena tolgo la concentrazione dal non pensarci, la mente si riempie di foto che raccontano una tragedia, da volti deturpati da smorfie di dolore, visi pieni di lacrime, polvere e sangue.

Volgo lo sguardo altrove, penso che posso far io, e mi rispondo con un nulla. Non sono migliore di nessuno lo so, scriverci un post sopra non mi rende tale, avvertire il dolore altrui non evita a chi lo prova di star male. La consapevolezza di avere anche io Caino che scorre nel sangue, di esser capace a mia volta di uccidere, mi lascia la sensazione che quel sangue mi scivoli sulla pelle.

Negli anni hanno provato dirmi che il nemico, il cattivo era sempre quello di fronte e troppo spesso mi son accorta di averlo al fianco. I popoli non si suddividono in razze, in bianchi, neri, gialli o rossi e neppure si frammentano in italiani, americani, palestinesi o israeliani o si segmentano in credo religioso. I popoli si suddividono in persone che coltivano l’anima e persone che non lo fanno.

Non fatemi dei distinguo di sangue, di popolo, di ragazzi, di bimbi, di uomini, di torto o ragione. Non esiste ragione in questi casi. Solo follia.