SCHEGGE DI TEMPO


L’ultimo mio scritto risale al 16 dicembre. Tre giorni dopo un neurochirurgo ha fatto quello che mi aveva promesso ridendo: «Non si preoccupi, l’osso che le rimuoviamo dal cranio poi glielo rimettiamo al suo posto». E’ stato di parola.

Lo scrivo solo per spiegare la lunga assenza e il fatto che improvvisamente ho smesso di scrivere del mio viaggio in Giappone. Ora sono tornata.

Oggi scrivo, ma non proseguo immediatamente il racconto del mio viaggio in Giappone di novembre. Oggi scrivo dopo una passeggiata lungo il lago dove abito. Lo scorcio che ho fotografato mi ha riportato nel tempo di millantanni.

La vedete quella panchina? Quella panchina era il mio luogo di ritrovo con gli amici, d’estate, durante le vacanze scolastiche. Ci si ritrovava lì per stare insieme. Eravamo in sei, tutti tra i 14 e il 16 anni, io ero la più piccola.

Ci davamo appuntamento a voce, perché i telefoni cellulari ancora non esistevano. Ogni giorno per il giorno dopo. Dalle due del pomeriggio alle sei e mezza.

Se mi chiedete cosa facevano o di cosa parlavamo, non saprei dirvelo. Ricordo solo che si rideva, si chiacchierava e si stava insieme. Alcuni seduti sulla panchina, altri appoggiati alla ringhiera. Io ero la più piccola, e non ci crederete, ero timidissima, parlavo pochissimo. Dicevo «Ciao» all’arrivo e alla partenza. Ma stavo bene con loro.

Questi pensieri mi hanno fatto sentire quanto siano cambiati il mondo e me stessa. Il mondo in cui sono cresciuta, quello in cui ho vissuto, man mano si è sgretolato, tracimato come una frana. Sono rimasti solo alcuni frammenti interiori.

Mi ha colto una profonda nostalgia per quel periodo, una saudade. Per ciò che ero e per come vivevo, sapendo che la memoria addolcisce i ricordi. Mi ha riportato nel “mondo” in cui credevo, al tempo in cui speravo e in cui sognavo, alle cotte unilaterali segrete, al cuore che credeva nell’amore romantico. Un tempo in cui pensavo che il bene vincesse sempre sul male e che le brave persone alla fine vengono premiate, il mondo di cui mi fidavo.

Rubando una frase non mia, era il tempo in cui eravamo felici, ma non lo sapevamo.

C’era una volta


C’era una volta un gruppo di amiche.
Queste amiche erano legatissime tra loro, si vedevano sempre. Tutte diverse tra di loro per aspetto e carattere. Erano così unite che spesso si sentivano dire da altre donne:
“Un po’ vi invidio per come siete,”
e da alcuni uomini:
“Sembrate una compagnia di maschi,”
tanto erano coese.

Viaggiavano nella vita insieme.
Tra loro qualcuna aveva legato di più con un’altra e si vedevano più spesso durante la settimana, ma il fine settimana lo passavano sempre tutte insieme.
A volte andavano a ballare, a volte passavano la sera a chiacchierare, altre volte si ubriacavano insieme. Parlavano di vita, d’amore, di uomini, di paure – le loro –, di sogni, di progetti e di futuro.
C’era una volta un gruppo di amiche. Ora non c’è più.

Un tempo lontano ma non troppo, quando quelle amiche esistevano, io ero una di loro. Mi mancano quei momenti.
Mi manca quello che eravamo e non siamo più.

La vita e il dio che ride hanno giocato di ruolo con noi.
Hanno rimescolato le situazioni, hanno implementato le nostre vite, come nel monopoli, con imprevisti e opportunità.

Così, qualcuna si è trasferita e ha avuto meno tempo (opportunità), qualcuna ha avuto figli (opportunità), qualcuna ha rinnegato un valore dell’amicizia – la sincerità – (imprevisto), qualcuna ha iniziato ad avere opinioni contrastanti su un’altra del gruppo (imprevisto), e qualcuna è stata trascinata parzialmente via da altri aspetti della vita (opportunità e imprevisti).

La vita è così, lo so.
Ciò che nasce, prima o poi finisce.
Altrimenti sarebbe immutabile, e la vita non lo è.

Nonostante ciò, quello che io chiamavo “Riunite sulla terra” mi manca.
Ci siamo conosciute da adulte, siamo cresciute insieme per alcuni anni, intrecciando i nostri pensieri, le nostre anime e le nostre vite.

Con una di loro i rapporti sono ancora vivi. Certo, non ci vediamo più tutti i giorni come una volta, ma spesso un caffè  e a volte uno spritz ci scappa sempre; a volte due, come questo sabato a mezzogiorno, in cui poi sono tornata a casa molto “allegra”.
Però il gruppo “Riunite sulla terra” non esiste più.

Dopo quel periodo è svanita anche la mia capacità di credere totalmente. Essere miə amicə, ora, è davvero difficile.
Non per colpa altrui, ma per colpa mia, di tutte le barriere di vetro temprato che, negli anni, ho messo tra me e il mondo.

Perdonate il momento saudade.
È colpa di una foto capitatami tra le mani.
Una foto che ho rielaborato grazie all’AI in un disegno, e che voi vedete come copertina di questo post. Perché, insomma, diciamolo: la nostra vita, in quel periodo, un po’ lo era un manga.

Il mio paradiso è formato da zolle, ma pure il mio inferno


In questi giorni sono tornata per due volte nella mia terra d’origine, il Friuli.
Ottocento chilometri, otto ore tra andata e ritorno, macinati nell’arco per due volte.
Di solito ascolto musica di cui non capisco o capisco poco le parole, cosicché anche le parole diventino suono e io ascolti solo quello. Questo perché quando comprendo il testo, la musica rimane sullo sfondo e salgono i pensieri sulle parole che ascolto. Parte allora (come direbbe un mio amico) la segaiola mentale.

Ed è così che, nel ritorno notturno, ho ascoltato Ligabue e la sua “Niente paura”.
Come i salmoni nel periodo dell’accoppiamento, eccoli lì i ragionamenti che risalgono.

In questo periodo non so se mi sono (se mi sto) guadagnando zolle di paradiso o zolle d’inferno. Ho comportamenti buoni (a volte), ma molti pensieri cattivi.
Il confine tra giusto e sbagliato, tra buono e cattivo, tra bene e male, a volte è così labile nella mia vita. Questo mi confonde.
Lo guardo, quel cielo, e me lo domando: oltre alle promesse nascoste, perché ci nascondi la semplicità del vivere?

Da queste parti sono passati uomini, ma nessuno per un minuto. Vorrei dirvi “pochi ma buoni”, e invece devo dire “pochi ma scadenti”. Raramente ho fatto scelte giuste per me.
Sia ben chiaro: non è colpa loro, ma colpa mia e delle mie scelte, ciò che non è adatto a me potrebbe essere adatto a un’altra persona.
Qualcuno non è partito: l’ho mandato. Ma non se ne va

E penso a Gaza, penso ad alcuni dei nostri politici, penso a Trump, penso a Putin, penso… e mi sale una rabbia, e un istinto che… ecco, una zolla in più d’inferno me la sono guadagnata. Gaza e Israele, forse anche due zolle da sole.

È vero, i sogni passano perché uno se li fa passare, ma spesso se li fa passare perché non ha alternative. E quindi li vedi finire, e sospiri vedendoli bruciare nel fuoco della realtà.
Mentre lo fai, tieni ben stretti quelli a cui non potrai mai rinunciare.

I desideri, croce e delizia della mia vita. Quelli che vorrei, ma che ho paura. Paura di esprimere, perché temo la delusione e soprattutto il prezzo del desiderio.
Così, negli anni, ho smesso di desiderare, ed è stato l’errore più grosso che potessi fare. Se non desideri, non vivi.
Con il tempo ho imparato che desiderare è sano, avendo la consapevolezza che è sempre un “do ut des”, devi far spazio ai nuovi desideri e per farlo devi togliere qualcosa (preferibilmente che non ti serve più).
Quindi oggi desidero con cautela!

Vedete perché è meglio che ascolti canzoni di cui non capisco molto il testo?
Vi avrei risparmiato questo post!

“PS: Se voleste anche ascoltare la canzone cliccate qui”.

Di progetti, di sogni, di cassetti e di soffioni


Il mio corpo sta invecchiando, e anche la mia mente. È una cosa normalissima che, seppur inconsapevolmente nei primi anni di vita, sappiamo già. Cominciamo a invecchiare nel momento stesso in cui siamo concepiti. Non è questo il problema.

Il problema è che il mio corpo invecchia molto più velocemente della mia mente.

Mi ritrovo quindi a guardare i progetti che il mio cervellino sforna, ad aprire cassetti in cui sogni ancora dormienti aspettano il loro turno, e a domandarmi se quei cassetti riuscirò mai a svuotarli. Domanda un po’ inutile, perché, per esperienza, quando creo spazio vuoto, è solo l’anticamera per riempirlo nuovamente. Come l’universo, tendo al caos.

Non so voi, ma io di progetti ne faccio a millanta. Solo che la maggior parte non prende il volo, altri li lascio volare lontano da me, solo pochi continuano a rimanermi fedeli.

Per i sogni è un’altra questione: devono trovare il modo di uscire dai cassetti e, una volta fatto, devono trovare il modo di realizzarsi. Una volta trovato il modo, devo sperare che non sia passato troppo tempo, tanto da non renderli più sogni.

In tutto questo turbinio di progetti e sogni trasportati dal vento, come soffioni con i loro acheni, cercando una stella su cui mettere radici, ci sono io, con i piedi ancorati a terra. Valuto se, a questo punto della mia vita, ho la forza necessaria per seguirli e curarli.
Tutto ciò senza avere la certezza di una “scala abbastanza lunga” per riuscire a raggiungerli e vederli nascere.

Io, da “giovane”, ho sprecato un sacco di tempo nel “non fare”, e ora un po’ me lo dico che potevo impiegarlo meglio. Ma mi perdono: a imparare che cosa volevo veramente, ci ho messo una vita quasi intera.

Di tutti questi piccoli cuccioli di dente di leone che sono i miei progetti e i miei sogni, qualcuno riuscirò a prenderlo, forse non a completarlo, o forse sì, o  forse l’adolescente mai sopita che è in me continuerà a dirmi: “Sti cazzi, fai e vai” (ho un’adolescente sboccata).

Quindi allunghiamo la mano e via, a prenderli, per portarli a terra quei cuccioli di dente di leone.

PUBLIC AFFAIRS OFFICE IN THE SKY


PUBLIC AFFAIRS OFFICE IN THE SKY
(Sora Tobu Kouhoushitsu)
2013 – Giappone – 11 episodi ~ 45m
Militare, Romantico, Drama
Su: Netflix

Attori:
Ayano Go è Sorai Daisuke
Aragaki Yui è Inaba Rika
Shibata Kyohei è Sagisaka Masashi
Mizuno Miki è Yuzuki Noriko 

Netflix ha fatto uscire da pochi giorni questo dorama, però è un lavoro della TBS datato 2013. Sono passati 9 anni. Nonostante questo rimane piacevole da vedere, grazie anche a un giovane Ayano Go che rallegra la vista.

Nella visione, sorge più volte il dubbio che sia stato commissionato dalla stessa JASDF (l’aeronautica militare di difesa Giapponese). Insomma che un po’ di propaganda ci sia sotto, accompagnata dalla visione molto giapponese, del bene superiore della collettività da parte del singolo individuo.

Rimane in ogni caso un dorama carino, e nello stesso tempo affronta temi seri quali: la parità dei diritti di genere, la perniciosità dei pregiudizi, oltre al potere dei media, non sempre controllabile. Inoltre, spinge alla metaforica osservazione che dai cocci di un sogno infranto, si possa trasformarlo in uno splendido Kintsugi*.

E’ un dorama della TBS, e sapete già la mia opinione sui dorama fatti da loro, vanno in prima visione nella loro tv, e quindi devono andare bene anche per i bambini di pochi anni, questo limita.

Se avete voglia di un drama non eccessivamente lungo, con bravi attori, e con degli input metaforici di vita, è un drama che va bene.

Una piccola curiosità, negli episodi 1 e 10 c’è un cameo di Kiritani Kenta.

*Kintsugi vuol dire “riparare con l’oro”. E’ un’antica tecnica giapponese di restauro della ceramica. I cocci della tazza rotta vengono riparati con una lacca particolare e lasciati visibili. Così facendo ogni tazza, o vaso, diventa un’unica e piccola opera d’arte. 
La pratica sfrutta un concetto di vita molto giapponese: una ferita e l’imperfezione che porta, può far nascere una cosa unica, assolutamente irripetibile e per questo preziosa.

TRAMA

Il sogno di Sorai Daisuke, fin da piccolo, era quello di pilotare un aereo, riesce nel suo intento entrando a far parte della scuola di aeronautica e prende il brevetto di pilota. Sta per entrare a far parte della squadra aeronautica Blue Impulse, quando un incidente lo porta a essere assegnato all’ufficio delle pubbliche relazione alla JASDF, la forza aerea di autodifesa giapponese.

Il sogno di Inaba Rika, fin da piccola, era di diventare una reporter e di portare la verità e le notizie alle persone ma a un certo punto la sua carriera è interrotta a causa della sua immaturità e dalle sue stesse ambizioni, si ritrova, quindi, a far la regista per un programma televisivo.

I due s’incontrano in occasione di una programmazione televisiva, che la società in cui lavora Inaba, vorrebbe fare sulla JASDF. Cosa gradita anche a quest’ultima che vuole farsi conoscere in maniera positiva dalle persone della nazione.

Sorai e Inaba devono affrontare i cocci dei loro sogni per andare avanti, riusciranno a farlo?

MINO AYATO


Mi sono innamorata in meno di un secondo di lui, anni fa, con una frase: “Arredare con il vuoto”.

Il mio amore per il Giappone è nato lì, sfogliando una rivista di architettura, in una frase letta per caso.

Sono consapevole che posso sembrare un po’ folle, non so neppure se riesco a comunicare con voi quello che voglio dire, se riesco a farvi capire, come una piccola frase letta per caso, abbia potuto farmi amare e innamorare di un paese di cui (allora) non conoscevo niente; eppure è successo.

Quella frase mi fece sentire a casa, avvolta in qualcosa di familiare. Percepii un modo di vivere e affrontare la vita, che in qualche modo era insita in me (non che io ne sia capace, la mia casa e la mia vita, è tutto tranne che contenuta nella frase “arredare con il vuoto”, direi di più che il mio arredatore è il Dr. Caos).

Lungi da me, ai tempi, la possibilità di approfondire e conoscere, ma rimase lì, come un piccolo seme nel cuore, in condizioni di non sviluppo. Negli ultimi anni quell’amore si è nutrito di arte visiva, di film, di libri e della loro dicotomia che ogni volta mi colpisce e affonda.

Un amore, a senso unico, durato anni. Neppure nei miei pensieri più lontani pensavo che sarei potuto andarci un giorno. Un sogno troppo grande, ed io ai sogni non credevo più.
E invece.

Invece scriverò qui del mio viaggio in Giappone di questi giorni, dell’aver scoperto che il Giappone mi ha amato, non so se quanto lo amo io, ma ogni giorno in cui sono stata, mi ha avvolto del suo amore e della sua gente.

Sono ritornata in Italia da pochi giorni e già manca, soffro di “mal di Giappone”. Scrivere dei giorni passati lì e mostrarvi le foto amatoriali (quindi perdonate se non sono perfette) che ho fatto, è il mio modo di lenire la sua mancanza.

Il Giappone dopo avermi conquistata con la frase “Arredare con il vuoto” mi ha fatto innamorare perdutamente di se con la sua “La presenza dell’assenza“.

Ps: se vi chiedete il perché del titolo… non lo so!
Me lo sono sognata questa notte. Non conosco nessuno che risponda a questo nome, non so neppure se sia un nome maschile o femminile, o se Mino sia un loro cognome, ma mi sembrava giusto dare questo titolo al mio primo post avendo Morfeo inviatomi questo misterioso input!

(C’è qualche Mino Ayato per caso nei dintorni?)

C’è chi in viaggio fotografa solo architettura e paesaggi e poi ci sono io.
Ecco a voi un buonissimo panino made in Japan imbottito di noodles!
(come fai a non amarli!?)

DISSOLVIMENTO


Il mondo era giunto al termine.
Ogni singolo abitante di quel mondo lo percepì nello stesso identico istante, in fondo in questa realtà, ogni cosa che ha un inizio, ha anche una fine.

La fine era arrivata, tutti lo sapevano, non percepivano paura, ma erano intrisi da un senso di scoraggiamento. Percepivano che non sarebbe stato nulla eclatante, niente dolore, non guerre, non fuoco a distruggere o maremoti a ricoprire, semplicemente ogni essere umano si sarebbe dissolto.

Lei sospirò, non le piaceva questa cosa, ma voltandosi verso lui sorrise e penso: “Almeno andremo via insieme, ci vedremo e ci stringeremo in un ultimo abbraccio”. Fu in quel momento che si dissolsero gli occhi di tutti.

Allora lei capì che non era un’opzione concessa, l’addio a questa terra sarebbe stato in solitudine, ognuno con i suoi ultimi pensieri, ognuno un mondo a se stante, piccole isole separate che erano erose lentamente dalle onde del tempo.

Rimase immobile spaventata da quel pensiero, mentre una parte di lei pensava, non c’è corpo da sentire, e attese, attese che il resto del corpo cominciasse a dissolversi.

Me e i miei strani modi di elaborare con Morfeo le lacrime asciutte

IL PUNTO DI CAMBIAMENTO


Sei ancora lì, tra i meandri oscuri di quella che è la mia mente, esci random in alcuni notti, quando chiacchiero con Morfeo e sono distratta.

Sei un’illusione cui, come fossi un novello dio, ho dato un corpo, sangue e sudore. Solo che alla fine il dio sei diventato tu. Chissà se hai mai saputo quanto potere avevi su di me.

Hai diviso il mio tempo su questa terra.
Il punto di cambiamento.
Prima di te. Dopo di te.

A volte penso a tutti questi anni passati come lo spreco di una vita perché nel “dopo di te” non ho più amato nessun uomo. Sono consapevole e nel farlo mi do della stupida, m’incolpo di aver creato un mostro invisibile che mi ha tenuto, mi tiene, ancorata a una prigione fatta di finestre aperte.

Capita, però, che a volte penso che questo “dopo di te” mi ha liberato dal dover amare convenzionale, mi ha cresciuto e ha portato la mia visione d’amore su altri piani.
Questa visione è un cellophane intorno al cuore che mi permette di amare senza paura del dolore. Mi ha permesso di amare, tra le altre cose, me stessa.

Poi però ho il dubbio, penso che questo cellophane sul cuore non mi abbia liberato, ha solo spostato la direzione dell’amore che ognuno di noi possiede e ritorno al punto di partenza, avrei potuto vivere meglio, amando di più, vivendo di più, e non l’ho fatto.
Lo spreco di una vita.

Non ho risposte certe. Non la mattina dopo, quando sei penetrato, attraverso il mondo di mezzo, da me. Come sempre aspetterò la sera, quando tutti questi pensieri saranno sciolti o forse si saranno solo ricongelati nei meandri oscuri della mia mente.

Tornerò ai miei drama, ai miei attori e idol, alle mie letture, alle chat con le amiche, alla pizza con gli amici, ai miei progetti, alla leggerezza di vita che ormai cerco.
Riderò e sorriderò, provando a vivere al massimo delle mie capacità, questa vita che mi rimane.

BLU


Il mantello è simile a quello dei film di fantasy, il cappuccio ampio gli copre parzialmente il viso, s’intravedono solo gli occhi e il mento. Si avvicina piano, senza esitazione.
Lo osservo da lontano, rimango impietrita sul posto e penso: “No! Per favore, fermati, fermati! Se ti avvicini troppo, se mi guardi negli occhi, capirai ancora tutto il potere che hai su di me”.
Ora capisco la paralisi delle prede.

Non si ferma, continua fino a trovarsi a pochi centimetri da me, alza lo sguardo e incrocia il mio. Lo sapevo, mi scoppia il cuore, trabocca d’amore e di paura.

E’ la paura a portarmi parzialmente in un risveglio, rimango lì, immobile nel letto, né in questo mondo, né in quello di Morfeo. Rimango lì al confine dei due mondi, mentre mi duole il cuore.

Non so perché, ma in quella terra di mezzo, la prima cosa che mi viene in mente è una tecnica che usano i fiorai. Colorano le rose bianche di blu, mettono l’inchiostro blu nell’acqua. Le rose assorbono l’acqua e nel farlo, cambiano il loro colore e la loro natura. Diventano bellissime e uniche.
Il problema è che per le rose, l’inchiostro è veleno.

Rimango così, ancora ferma nel letto, nel mondo di mezzo, lo sento, il mio sangue si colora di blu, lentamente e inesorabilmente. Arriva uno dei miei gatti, Loki, ci prova con la zampetta, picchiettandomi il volto, a riportarmi in questo mondo, ma il blu non lo permette, non fintanto che non avrà colorato tutto il mio sangue da rosso a blu. Quando accade, mi risveglio e sento il cuore gonfio.

Lo so già, questa giornata sarà così, avrò una percezione di te tutto il giorno, e mentre le ore scorreranno, verso sera, il blu si trasformerà in azzurro, e poi domani, il mio sangue tornerà rosso.

Quando, anni fa, me ne sono andata, ero convinta che ti avrei lasciato alle mie spalle e invece ti ho portato con me. Era molto che non venivi nei sogni. La sensazione è che in questa vita sarà sempre così, e questo da una parte mi spaventa e dall’altra mi consola, perché questo è “uno di quei sogni”.

E’ stato ieri che ho letto una frase di Barbara Alberti, «L’amore è per i coraggiosi, tutto il resto è coppia». Ed io, dopo te, son diventata codarda.

Mi alzo, vado in bagno e mi osservo davanti al grande specchio, penso che la vita ci prosciughi e ci fa sembrare come delle albicocche che si avvizziscono al sole. Dovrei sorridere di più. Il sorriso nasconde le rughe.

E’ un vero peccato che mentre la vita ci/si prosciuga, il nostro nocciolo interiore cresca e risplenda come un adolescente al suo primo amore. Forse è questo lo scopo, che perversamente il dio che ride ha creato. Quando il nocciolo interiore è pronto a sbocciare, l’involucro, il nostro corpo, avvizzisce e muore, permettendo a un nuovo noi di nascere. Un nuovo noi che porterà con sé l’insegnamento, ma non il dolore. Forse è questo il concetto della reincarnazione.

Credo che il dio che ride, giochi spesso con me, credo di essere uno dei suoi personaggi in questo suo gioco di ruolo.

Smetto di osservarmi allo specchio, chiudo gli occhi, si inizia la giornata. Spero arrivi presto questa sera, dove il blu si sarà stemperato in un pallido azzurro.

Domani sarà diverso, domani ricomincerò a postare i miei amati “principi asiatici”, perché favola per favola, loro non potranno mai farmi del male trasformandosi in lupi.

NASCONDINO


«Mi piacerebbe tanto un bel giorno riuscire a vivere facendo cose giuste invece di limitarmi a non fare quelle sbagliate»

Ho fatto un sogno l’altra notte, di cui ricordo poco, solo delle strade a me familiari, deserte, e il mio percorrerle. Ritrovarmi in una stanza mentre lentamente preparano del cibo color arancione, anche per me, su una piastra. Così lentamente che devo andar via prima che sia pronto, consapevolmente alterata che non mangerò per tutto il giorno.

E’ tutto quello che ricordo. So che c’è dell’altro, che il mio inconscio, subconscio e conscio hanno censurato. Lo so perché tutto il giorno sono stata pervasa da un’emozione non ben definibile, una specie di saudade, intensa, profonda, dolorosa. Così intensa, profonda e dolorosa da sentire ogni tanto il cuore e il respiro contrarsi con una fitta.
Me lo sono domandata tutto il giorno. Cosa mi nascondo?

Poi la frase di Chuck Palahniuk mi ha folgorato. Ecco vorrei quello, o meglio la mia versione di quella frase “Mi piacerebbe tanto un bel giorno riuscire a vivere invece di limitarmi a sopravvivere”.  Ho staccato dal giusto e non giusto, perché ormai i confini spesso non li vedo più.

Me lo domando anche oggi. Cosa mi nascondo?
Sono brava a farlo. Da bambina mi portarono a veder Bambi. Iniziai a piangere dalla morte della madre e alla vista di Bambi disperato, terminai circa un’ora dopo esser uscita dal cinema. O così mi raccontarono oltre trent’anni dopo, quando non capivo perché, guardano la cassetta appena comprata con mia figlia, sapevo cosa sarebbe accaduto subito dopo (per la cronaca ho rimosso ancora la trama del film, nonostante l’abbia rivisto, e ricordo solo ancora la scena in cui cominciai a piangere).

Ci sono dolori così intensi che sono insopportabili per l’esistenza. Non possiamo tenerli con noi. O loro o noi.
Se scegliamo di sopravvivere, teniamo noi e abbandoniamo i ricordi, o almeno crediamo. Loro ci seguono, finché non li affrontiamo e passiamo oltre.

Me lo domando anche in questo momento. Cosa mi nascondo?
Con cosa di me, delle mie emozioni, dei miei ricordi, sto giocando a nascondino?