SHIKOKU: l’ultimo giorno tra sacro e profano


Questo sarebbe stato l’ultimo giorno sull’isola e un po’ di dispiacere c’era: c’eravamo abituati ai giri ai mercati coperti, ai templi e ai santuari, al sakè e alle persone del luogo.

Il Yashima Temple e il Yashima Shrine ci aspettavano. In Giappone i Templi Buddhisti e i Santuari Shintoisti molto spesso sono uno accanto all’altro. Questo dipende dal fatto che le due religioni convivono pacificamente in una forma di sincretismo chiamata Shinbutsu Shugou.
Praticamente da sempre i kami, le divinità shintoiste, vengono interpretati come manifestazioni del Buddha.
I giapponesi spesso praticano entrambi i riti: matrimoni e nascite con gli Shintoisti, funerali con i Buddhisti.

Il tempio fa parte del pellegrinaggio degli 88 templi dello Shikoku. Le foto di procioni che vedete riguardano Tasaburo Tanuki, il protettore della zona.

Il santuario, chiamato anche Sanuki Toshogu, è dedicato agli ex signori feudali di Takamatsu, gli Matsudaira. Portali torii accompagnano una passeggiata nel bosco.

Ah… i gatti sono kami per natura, quindi il micione che gironzolava tra santuario e tempio per diritto divino è nella foto. Poi il fatto che io sia una gattara devota è puramente causale.

Dall’alto c’è un panorama solenne, da una parte le isole e il mare interno di Seto e dall’altra si vede la città di Takamatsu.

Ritornati in città nel pomeriggio, ci siamo diretti all’asilo gestito da Brunella e Maurizio. Non metto foto dei bimbi, ma sappiate che ci hanno accolto tutti con curiosità. Ci avevano preparato letterine e gru di carta. Cose finite nel mio solito: “Le metto qua, così quando mi servono da fotografare, le trovo”. Come da tradizione, non mi ricordo minimamente dove le ho messe.
Appena le ritrovo, aggiornerò il post.

Ognuno di loro si è presentato dicendo chi era, poi ho dovuto presentarmi io, in giapponese, impapinandomi sulla frase più semplice che esista da dire, il proprio nome. Ma ero davvero emozionata. Io non ho molto “spirito materno”, ma con loro mi è “fuoriuscito” un pochetto. Un bimbo di nome Haruto, poi, ha voluto la foto con noi, e alla fine abbiamo fatto la foto con tutti quanti.


L’ultimo giorno stava finendo. La mattina seguente saremmo ripartiti dall’isola per una nuova città.
Prima di rientrare in albergo ho scoperto che nella galleria c’era un negozio Animate. A Tokyo avevo girato parecchio, ma niente, esaurito ovunque. Avevo promesso alla mia amica di portarglielo.
La fortuna aiuta i tenaci. Given sarebbe tornato con me in Italia.

SHIKOKU: Takamatsu e il mio hanko dal destino discutibile


Vi avevo abbandonato NEL POST PRECEDENTE per una tazza di tè, ma la giornata non era finita: ci aspettava la torre di Takamatsu e la cena con Brunella e Maurizio.

Destino vuole che mentre passeggiamo io veda un negozio che fa gli hanko.
Gli hanko sono dei sigilli personali con incisi il cognome, a volte il nome, a volte entrambi, della persona. Sono usati con inchiostro rosso su tutti i documenti ufficiali. Si utilizzano i kanji ma solo per i giapponesi, per gli stranieri viene usato il katakana.

Da uno a dieci, secondo voi io son tornata in Italia con l’hanko?

Lo dico per i puristi: lo so, essendo straniera avrebbe dovuto usare il katakana, ma io lo volevo con i kanji.
Del resto lo dice anche il Dalai Lama: “Le regole sono fatte per essere infrante”. Ok ok, lui non dice proprio così, dice: “Impara le regole, affinché tu possa infrangerle in maniera appropriata”, ma insomma alla fine sempre lì arriviamo.

Premessa: i kanji hanno un significato e un suono, ci sono kanji con significati diversi ma suoni uguali.

Volevo il suono del mio nome in kanji. Ma volevo anche un significato che mi piacesse. Tipo “luce splendente”, “profumo colorato”, “luce che vola”, “fiore di loto”. Avete presente: lato romantico attivo, io già mi immaginavo con dei kanji teneri e delicati sul mio hanko.

Tra la lingua diversa e il fatto che in giapponese non esistano le lettere L e V, siamo arrivati a una combinazione di kanji che, come suono, erano la pronuncia del mio nome.
A quel punto, da persona saggia e tecnologica, tiro fuori google translate per capire cosa significassero insieme quei due kanji.

Ora io non sono una persona troppo esigente, posso rinunciare a un po’ di romanticismo, se il suono del mio nome è rispettato. Peccato che il significato fosse: “Perdite vaginali“.
Ora… ecco… io… anche no!

Alla fine ho scelto di non seguire la pronuncia del mio nome, ma il suo significato, che è di origine ebraica.

Scampato il pericolo di un hanko per cui mi avrebbero preso in giro per prossimi 25 anni, ci siamo diretti alla Takamatsu Symbol Tower, al cui interno, al 29° piano c’era un bar con vista sulla città.

Come notate i bar a Takamatsu sono stati una costante nel mio viaggio. Strano vero?
Comunque, dal 29° piano abbiamo visto calare la notte sulla città, mentre centinaia di luci si accendevano. Mi sembrava di stare in un drama, uno di quelli dove il protagonista osserva dall’alto la città e tiene in mano un bicchiere immerso nei suoi pensieri.

Per non sconvolgere la scenografia, anch’io avevo un bicchiere in mano.
Vediamo se indovinate di cosa?

Bravi avete indovinato: sakè time.

Una curiosità che ho trovato in parecchi locali. Accanto ai tavoli ci sono delle scatole, mi ero domandata a che servivano. Sono scatole in cui inserire le borse e gli zaini. Una gentilezza per i clienti, in modo che non sporchino i loro accessori.

La serata non era conclusa, ai piedi della Takamatsu Symbol Tower ci aspettava Maurizio.
Saremmo andati a cena con lui e Brunella.

Serata più che piacevole, tra chiacchiere in italiano contornati da quelle in giapponese. Ci siamo raccontati pezzi di vita vicendevolmente, iniziando così a far mettere radici in un’amicizia.

Loro abitano nello Shikoku da moltissimi anni. Sono stati i soci fondatori del Centro culturale Italia Giappone “Sicomoro”. Insieme ai figli Matteo ed Elisabetta portano avanti questo progetto di scambio culturale e di lingua.

Matteo l’ho conosciuto un paio di anni fa on line, quando ero alla ricerca di un corso di giapponese, con lui da subito è stato naturale e spontaneo rapportarsi.

In questo viaggio ho conosciuto Elisabetta, ma ho conosciuto ancora di più i suoi genitori: Maurizio e Brunella.

Per chi è curioso, per chi vuole approfondire la cultura e la lingua giapponese, per l’umanità, per la disponibilità e la gentilezza, io davvero consiglio di buttare un occhio al loro sito.

Giurin giuretta, il mio scrivere è il mio pensiero, non ho avuto nessun tipo di benefit da quello che scrivo.

A conclusione di questo post, posso affermarlo con senno del poi e dei giorni nello Shikoku, a Tokyo e nelle altre città visitate (di cui parlerò più avanti), questo è stato un viaggio particolare: questo è un viaggio del Giappone attraverso le persone.

SHIKOKU: e la mia conversione al tè serio


Qualcuno di voi forse lo sa già, qualcuno no, sono vegana da molti anni. Quando viaggio devo sempre cercare cibo adatto a me. Non è sempre facile. Figuratevi la mia gioia quando, a mezzogiorno, Chaki ci ha portato a mangiare in questo posto, vegan biologico, dal nome così italiano “Verita”. Ottimo cibo, ottima qualità confermata anche da chi vegan non è.

La proprietaria, giapponese, anni prima era venuta in Italia e aveva studiato da per diventare cuoca. Al suo ritorno in patria, aveva deciso di rischiare l’apertura di un locale così specifico. Per questo, per il suo spirito e il suo coraggio, scrivo di lei, che in una nazione post guerra ha aumentato vertiginosamente il consumo di carne, è andata controcorrente. S

Momento cultura
Dovete sapere che il Giappone divenne quasi interamente vegano/vegetariano per oltre 1200 anni. Tutto partì da un editto imperiale dell’imperatore Tenmu nel 675d.c. che proibiva l’uccisione di animali e il consumo di carne. I motivi sono furono tre, l’influenza del Buddhismo che queste pratiche (e l’imperatore era buddhista), il fatto che nello Shintoismo mangiare carne era un atto impuro che offendeva le divinità, e la conservazione delle risorse dell’isola.
Solo con la fine dello shogunato e l’apertura all’occidente, nel 1868, il consumo di carne fu reintrodotto.
Fine momento cultura.

Dopo il pranzo gustato con piacere, ci siamo diretti a un museo particolare di Takamatsu, il museo dei giochi.
Questo museo è vivo, vissuto dai bambini e dai loro genitori. Lo ammetto ho giocato anche io.
Anche qui, unici occidentali in un museo che i turisti non hanno di certo nel loro programma, siamo diventati un po’ l’attrazione del momento. Ma è stato un momento carino e piacevole.

Usciti dal museo, ci siamo allontanati dalla città per assistere a una cerimonia del tè. Non pensate quelle cose fatte ad hoc tutte laccate a favore dei turisti. Eravamo proprio in una casa, niente finti kimono, ma una donna normale: Minako. Per come sono fatta, la cerimonia e l’accoglienza genuina, hanno molto valore.

Minako inoltre ci ha fatto un regalo: oltre alla vera e propria cerimonie del tè, una piccola lezione, con relativi assaggi, di come si prepara il tè sencha. Ho assaporato diversi tipi di sencha a seconda del luogo di coltivazione in Giappone, riuscendo a percepire le sfumature di gusto.
Il tè che ho bevuto da lei non ha niente a che vedere con quello che ci propinano qua. Una qualità notevolmente superiore. Ho compreso il piacere di berlo e il fatto che loro ne bevano molto, è un piacere per il palato.

Prima di andarcene da casa sua, Minako ha voluto farci conoscere il marito, il genero e il nipotino di pochi mesi, e ha chiesto se poteva fare una foto ricordo di noi con tutti loro.

Salutata tutta la famiglia sul portone siamo ripartiti alla volta di Takamatsu, ci aspettava la Takamatsu Symbol Tower.

Ma questo farà parte del post successivo, ora vado a farmi un tè!

SHIKOKU: Kotohira dove le divinità fanno fare cardio


Dovevamo andare nell’isola di Naoshima. L’isola è praticamente un centro d’arte a cielo aperto con installazioni integrate nel paesaggio. La pioggia e il brutto tempo ci hanno fatto desistere dal prendere il traghetto. Abbiamo dirottato per la cittadina di Kotohira.

A Kotohira c’è uno dei santuari shintoisti più famosi del Giappone, il Kotohira-gu Shrine .

Il tempio è dedicato a Omononushi no Kami, una divinità legata alla sicurezza, alla navigazione e alla prosperità. Quindi se cercate protezione nei viaggi e sul mare, oltre a volere prosperità nella vita, qua dovete venire e farvi la scalinata. Pensavate che le divinità elargissero protezioni free!?

La prima parte della scalinata di 785 scalini porta al Santuario principale, l’honden, aerea più sacra dei santuari Shintoisti. Se avete ancora gambe, fiato e polmoni, ne fate altri 583 e arrivate al Santuario superiore, l’okusha.

Lo confesso, mi sono fermata a 785 gradini, la mia devozione si è frantumata davanti alla mia lingua penzoloni e ai muscoli delle cosce che gridavano pietà.

Spero che Omononushi no Kami abbia compreso lo stesso il mio sforzo e, comunque, butti un occhio di riguardo su tutti i miei prossimi viaggi.

La seconda giornata nello Shikoku è stata praticamente dedicata ai 785 gradini, al rientro in città, a un giro nello shotengai1, alla cena fuori, a un salto al kombini e poi ritorno al nostro albergo. Il giorno dopo la giornata sarebbe stata più densa.

  1. Sono strade commerciali/gallerie coperte, a volte da semplici tettoie o, come a Takamatsu, con le volte. All’interno si trovano negozi di vario tipo, ristoranti, negozi di cibo, botteghe tradizionali ecc ↩︎

TAKAMATSU: ops… spunta ancora birra e sakè


Il primo giorno a Takamatsu è stato denso e pieno di cose che ho amato fin dalla mattina. Avevamo appuntamento con Maurizio davanti all’ingresso del Parco Ritsurin.

La scelta di partire per il Giappone nel mese di novembre era stata una scelta per poter vedere il foliage. Chiaramente, per la Legge di Murphy, quest’anno il foliage era in ritardo.

All’interno del parco ci sono 13 colline e 6 stagni che creano un paesaggio molto variegato. Questo parco è stato progettato in modo che, man mano che passeggi al suo interno, la vegetazione e l’ambiente intorno a te cambino.

Abbiamo chiacchierato passeggiando immersi nel verde. All’interno del parco c’erano anche degli anziani giapponesi che facevano le guide gratuite per chi voleva sapere qualcosa di più del parco.

La mattinata è stata dedicata completamente al Ritsurin. Dopo la pausa pranzo con Maurizio, lo abbiamo salutato e ci siamo diretti al Castello di Takamatsu e alla sua area verde adiacente.

Questo castello è a pochi metri dal mare, questo, ai tempi, contribuì a rendere particolari alcuni elementi, tipo che il fossato veniva alimentato direttamente dall’acqua del mare.

Momento cultura
Il castello fu costruito nel 1590. Fu demolito nel periodo Meiji e a oggi della fortezza originale restano le mura e il fossato. Questo castello era di proprietà del Clan Ikoma che lo possedeva e che controllò la regione per oltre 50 anni; poi lo Shogun Tokugawa affidò tutta l’area al Clan Matsudaira. Questi rimasero al governo del posto fino al periodo Edo.
Fine Momento cultura

Nel pomeriggio avevamo in programma vedere uno spettacolo musicale con degli antichi strumenti giapponesi. Elisabetta, la figlia di Brunella e Maurizio, ci ha accompagnato fuori Takamatsu con l’auto e ci ha lasciato nelle mani di Chiaki.

Alla fine dell’esibizione, abbiamo scoperto che da semplici spettatori, siamo diventati spettacolo. Avevano saputo in anticipo che sarebbero arrivati dei gaijin, nello specifico degli itariajin.
Ci hanno fatto suonare uno degli strumenti e i bambini presenti ci avevano preparato dei disegni e delle gru di carta da regalarci con i colori della bandiera italiana. Sono sincera un pochetto quei due bimbi mi hanno commossa.

Momento Cultura
Regalare una gru di carta, Orizuru, significa augurare salute, longevità, fortuna e felicità.
Non le vedete nella foto perché tornata dal Giappone ho pensato: “Le metto qua, così quando mi servono da fotografare, le trovo”. Secondo voi le ho trovate?
Fine momento cultura

Teoricamente la serata era finita, Chiaki avrebbe dovuto accompagnarci nuovamente in città, ma il trovarci così bene ha fatto sì che, alla sua domanda: “Avete tempo? Vi va di bere una birra?”, la nostra risposta sia stata affermativa.

Siamo andati nel locale di un suo amico che produce artigianalmente le birre. Era in chiusura, ma visto che eravamo con la sua amica, ha tenuto ancora un pò aperto per noi.

Aassaggia questa…. oishii, assaggia quella… oishii, assaggia questa nuova… oishii, di questa che ti pare…. oishii1!
Dopo meno di mezz’ora siamo usciti per tornare in albergo ed io ero “lievemente allegra”. A quel punto Chiaki, prima di entrare in auto ci domanda: ” Avete ancora tempo? Vi porto in un posto dove bere ancora qualcosa. Un posto dove io vado spesso a rilassarmi.”. Secondo voi cosa abbiamo risposto?

Ora, se non fossimo stati con Chiaki, noi quel locale non saremmo mai stati in grado di trovarlo. Se non sei del posto, col cavolo che lo trovi.
Era uno Speakeasy moderno.

Gli Speakeasy erano dei locali clandestini dove si vendeva e consumava alcol durante il periodo del proibizionismo negli Stati Uniti. Erano bar basati sulla segretezza, spesso nascosti in vicoli oscuri o comunque celati. Per entrare era necessario conoscere una parola d’ordine.

Gli speakeasy moderni si distinguono per un’atmosfera retrò, luci soffuse, jazz e swing e una “mixology” di alto livello. Non sono più illegali e non richiedono parole d’ordine, ma conservano un alone di segretezza; non sono facilmente visibili.
Vedi qua sotto, questo era l’ingresso. La foto è po’ mossa. Perdonate l’ho scattata all’uscita del locale, quando ormai tra birre precedenti e i sakè del posto, la mia capacità di avere la mano ferma era alquanto compromessa.

Il locale era stupendo. Un lungo bancone classico, alle spalle una parete di bottiglie illuminate. Separatamente, all’interno del locale, c’era anche un piccolo giardino giapponese e alcune stanze private che si affacciavano su esso.

Architettura d’interni curatissima, luci calde, atmosfera accogliente.Anche i bagni erano qualcosa di particolare.
E il sakè? Da lì in poi il cedimento alla tentazione al sakè, che mi sono porto ancora oggi, è stato definitivo.

Vi assicuro che è stato il più bel locale che ho visto in Giappone fino ad oggi.

Takamatsu mi ha ubriacato di gentilezze e sakè di alta qualità.

  1. おいしい = Oishii = delizioso – buono ↩︎

SHIKOKU: treni, sorrisi, scorci rubati.


La mattina siamo andati in stazione. La mia prima volta con un treno ad alta velocità, destinazione Shikoku. A Takamatsu ci aspettava Maurizio del Centro Culturale Italia Giappone Sicomoro. L’associazione con cui, incautamente o fortunatamente per le mie sinapsi, ho iniziato a studiare giapponese l’anno scorso.

Non avendo prenotato nessun Shinkansen, di volta in volta prenotavamo il biglietto e il posto, abbiamo dovuto aspettare il primo con i posti prenotabili. Poco male: avevamo così parte della mattina libera davanti a noi, da spendere in un altro quartiere di Tokyo. Cosa che abbiamo fatto visitando Shinagawa.

Non sono riuscita a visitarla, o a vistare quello che la contraddistingue da altri quartieri quali l’acquario e l’ippodromo. In compenso, sono “inciampata” in qualche tempio e santuario.

Quindi ho anche il goshuin dello Shinagawa Shrine. Un Santuario che tu passi dalla strada e non vedi niente, sali qualche scala et voilà, Torii e luoghi immersi nel verde.

Siamo riusciti a fare anche una piccola capatina allo Sengaku-ji Temple, un tempio davvero incastonato tra i palazzi della città.

Infine siamo tornati alla stazione per salire sul nostro Nozomi che in tre ore ci avrebbe portato a Okayama, dove da lì avremmo preso il Marina Line che, a sua volta, in un’ora ci avrebbe portato a Takamatsu.

Il viaggio sullo shinkansen, non so spiegarvelo. La velocità del Nozomi arriva a 300km/h, quella media di 285km/h. Il treno è silenzioso, nessuna vibrazione e se non fosse per lo scorrimento velocissimo delle immagini ai finestrini, non ci si renderenne conto di nulla.
Ancora una volta ho apprezzato l’educazione giapponese: treni silenziosi, nessuno che mi facesse sentire i cavoletti di Bruxelles suoi ad alta voce. E nessun bambino urlante, che non guasta mai.
Io mi sono rilassata guardando un film sul tablet e, alla fine del viaggio ho “legato” con un bambino che, forse curioso dei capelli rossi abbinati a una lingua diversa, voleva sapere da dove venivo.

Siamo arrivati a Takamatsu che il sole era già tramontato.

Permettetemi di usare questo post anche per ringraziare di cuore Matteo in Europa, Maurizio e Brunella in Giappone. Tutti del Centro Culturale Italia Giappone Sicomoro.
Grazie a Matteo ho avuto un grande aiuto e supporto per la costruzione del mio viaggio 2025 in Giappone. Grazie a Maurizio e a Brunella, ho avuto la possibilità di conoscere luoghi, vivere dei momenti con loro, conoscere persone che altrimenti da “semplice turista” non avrei mai conosciuto. Ho avuto gentilezza, disponibilità e accoglienza. che non do mai per scontata. Con loro tre la conoscenza è andata oltre; è una linea di amicizia che è nata e spero perduri nel tempo.

Per questo mi permetto, e vi assicuro che non ho nessun tipo di ritorno nello scriverlo, di dire che se volete apprendere la lingua giapponese, sia in gruppo sia da soli, se volete conoscere qualcosa di più del Giappone, se volete farvi aiutare in un viaggio, fate un salto nella loro pagina. Se v’interessa associatevi e parlate con Matteo.
Se cliccate sull’immagine dell’associazione qua sotto arrivate direttamente al loro link:

"Clicca

Takamatsu ci ha accolto con il buio, ma con un tripudio di luci, oserei dire quasi natalizie, e con la calorosa accoglienza di Maurizio, che è venuto fino alla stazione per poi accompagnarci all’albergo.

Noi poi siamo usciti per andare alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti e per farlo abbiamo percorso le Shōtengai1 che a Takamatsu sono moderne e luminose. La serata è proseguita con la nostra cena a base di Udon, un piccolo giro al kombini e ritorno alla nostra camera, dove… ahi ahi… mi è scoppiato il raffreddore, giusto per non farmi mancare niente!

Il nostro arrivo nello Shikoku si concludeva così, in questa isola che ho amato molto, e nella quale ci siamo fermati qualche giorno. Ma questa è un’altra storia.

Ho poche immagini di quel giorno perché praticamente siamo stati sempre nei mezzi di trasporto. Però anche anche all’interno del Marina Line qualcosa d’interessante da fotografare l’ho trovato.

  1. Gli Shōtengai sono le vie commerciali coperte, tipiche di ogni città o quartiere giapponese. Si trovano negozi di ogni genere: vestiti, alimentari, farmacie, supermercati, ristoranti e servizi di altri generi. Tutto ciò che può servire per la vita quotidiana, negli Shōtengai lo puoi trovare. ↩︎

Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.

JAPAN 2.0


Sono tornata dal mio viaggio in Giappone, il secondo.

Questo ritorno mi ha trovato ancora innamorata, ma più consapevole. Questo è stato un viaggio tra terre e persone. Personalmente amo i viaggi delle terre attraverso le loro persone, e questo è accaduto anche questa volta.

E’ stato un ritorno con meno occhi a cuoricino ma con più presenza, complice anche una Tokyo che ancora oggi non so dirvi se mi piace o no. Un po’ come la persona che ami, ma di cui a volte non comprendi alcuni suoi aspetti. Sono sincera, in questo viaggio ho amato molto di più altre città.

Detto questo, ho lasciato quella terra con ancora voglia di tornarci.

A Tokyo, complessivamente, sono stata sette giorni, tre all’arrivo e quattro alla partenza. Con questa megalopoli ho un aspetto emotivamente ambivalente. Aspetto che ben è rappresentato dalle foto della vista della finestra dei miei due alberghi. Quello dell’arrivo e quello del ritorno. Entrambi erano ai piani alti, ma con viste differenti…

Mi ha incantato la prima, mi ha perplesso la seconda. Ecco con questa città ho questo strano rapporto. Incantesimo e perplessità che coabitano insieme.
Certo, non posso conoscere una città come Tokyo in solo sette giorni; il fatto di averla girata molto meno attraverso le persone (rispetto ad altri posti) e più come “turista” non me l’ha fatta davvero conoscere. Mi riservo di “visitarla” ancora e di farlo con le “sue persone”. L’etichetta su questa città di “Incantesimo e perplessità” la lascio al momento, pronta a cambiarla in un attimo.

Questo post è solo il prologo di quelli che seguiranno. Post che davvero parleranno del mio viaggio. Questa è solo un’introduzione a un viaggio organizzato da sola per quanto riguarda il percorso e con l’aiuto del Centro Culturale Italia Giappone “Sicomoro” 1 (Se cliccate sul nome andate direttamente al loro link) per quanto riguarda l’isola dello Shikoku.

Ringrazio di cuore Matteo, Maurizio e Brunella. Grazie a loro il mio viaggio di questa terra, attraverso le persone, si è rivelato ricco, profondo e intenso. Del loro centro parlerò anche in altri post successivi.

Insomma, questo è un post per dire: “A raga’, so’ tornata!”.

  1. Il Centro Culturale Italia Giappone “Sicomoro”, è l’associazione con cui ho iniziato a studiare giapponese l’anno scorso. L’associazione nasce nel 2006 a Takamatsu, una città di circa 420.000 abitanti, situata nell’isola di Shikoku, opera sia in Italia che in Giappone. ↩︎

Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.