GIAPPONE: Tra amore e realtà


Ultimo post sul mio viaggio in Giappone.
Sarà un post diverso dagli altri.

Non troverete foto di templi o piatti di ramen, l’unica foto di quella mattina all’aeroporto di Haneda è quella di Godzilla che mi ha salutato prima dell’imbarco.

Stavolta voglio parlarvi del Giappone che non si mette in vetrina.

Mi sono innamorata del Giappone nel mio primo viaggio. Ho continuato ad amarlo anche in questo. Ma se nel primo ero nella “fase di innamoramento alla Alberoni” con una forte idealizzazione, nel secondo l’amore è passato alla fase successiva: più maturo e senza idealizzazioni.

La cultura giapponese mi sembra più affine a me di quella di nascita. Però, a volte, osservo cose che mi fanno pensare che avrei “problemi emotivi” a vivere qui in maniera stabile. Lo penso osservando che molti di loro, nati e cresciuti in quel contesto, li hanno.

Leggo, ho letto, libri che parlano della sua storia, ho guardato documentari su di esso, guardo tutt’ora in lingua originale (con i sub in italiano) i suoi film e le sue serie. Sto ancora cercando di imparare la sua lingua, seguo le sue vicende; la sua cultura mi affascina e a tratti la percepisco affine a me. Se avessi molti soldi, comprerei anche una casa in Giappone per potere fare la spola Italia-Giappone a semestri alterni (forse così imparerei davvero la lingua).

Tutto questo ha fatto crescere un amore più maturo, ma non mi ha fatto distogliere lo sguardo dalle molte criticità che esistono. Lo dico consapevole che ogni cultura, anche la mia, le ha.

In questo ultimo post ve ne racconto alcune che per me sono criticità. Perché per amare uno stato e un popolo devi conoscere entrambi i lati.

Penso agli hikikomori: un fenomeno diffusissimo in cui le persone si isolano volontariamente dalla società, confinandosi in casa, nella propria stanza. Un isolamento che dura da pochi mesi fino ad arrivare ad anni. Fuggono da una società che preme su di loro, per la paura di fallire, per timore del giudizio. Il fenomeno colpisce maggiormente i giovani, dall’adolescenza fino ai trent’anni.

Penso ai karoshi: tradotto letteralmente significa “morte da superlavoro”. Un fenomeno ben documentato dalle statistiche elaborate dal Governo Giapponese. Decessi improvvisi, infarti o ictus causati dallo stress estremo e da orari di lavoro eccessivi. A volte lo stress porta anche al karōjisatsu, al suicidio da ansia per il lavoro.

Il Giappone ha storicamente un problema con i suicidi in generale, tra i tassi più alti al mondo. Oltre al karōjisatsu la forte pressione sociale e un “isolamento emotivo culturale” lo alimentano anche in altri ambiti.

Questi aspetti colpiscono direttamente la sua gente. A volte la pressione sociale è talmente forte da spingere la mente a cercare una via di fuga.

Sono consapevole che, paradossalmente, è proprio questa pressione, quando ben gestita, a garantire ciò che noi turisti ammiriamo per due settimane all’anno: lodiamo la puntualità dei suoi treni, la pulizia delle strade, la sicurezza e il rigore della gentilezza pubblica.

Poi ci sono criticità che colpiscono (o sono rivolte a) popoli altrui.

Quello che scrivo qui sotto è chiaramente una visione generalista: ci sono giapponesi che conoscono la vera storia e si sono fatti una loro opinione, ma molti la conoscono solo attraverso i loro libri scolastici. Vedono solo una sola versione, di parte (accade anche da noi).

Penso alla mancanza del riconoscimento degli errori fatti come popolo, come stato. So che è culturale: il concetto di seguire l’armonia sociale, il cosiddetto “wa”, che li porta al mantenimento della “faccia” rispetto alla verità e all’ammissione diretta dell’errore.

Ma qui interviene il mio senso di giustizia: non riesco ad accettare il silenzio sui crimini del passato. Senza ammissione di colpa non esiste memoria, e senza memoria l’errore è destinato a ripetersi. E’ difficile accettare che non ci siano scuse proporzionate e ufficiali per quello che è successo a Nanchino1, per le Confort Woman coreane,2 per non citare l’isola di Hashima 3(la spettrale Gunkanjima) dove raccontano, tutt’ora, solo il lato “romantico” dell’archeologia industriale, nascondendo l’inferno dei lavori forzati e la sofferenza creata con la complicità di Mitsubishi.

Questa mancanza di riconoscimento delle atrocità commesse ha generato strascichi diplomatici tutt’ora esistenti con la Corea e la Cina.

Poi, da donna, penso al loro attuale governo e mi domando quanto questa ossessione per la tradizione alla fine “chiuda” la mente. Avevo scritto un post su questo governo e su Sanae Takaichi, e sul perché non mi piace. Se vi interessa leggerlo, vi metto qua il link: Sanae Takaichi: il patriarcato in versione tailleur.

Vi verrà spontaneo pensare: “Ma come? Hai fatto millanta post prima di questo su quanto ami il Giappone, di quanto sia bello, quanto sia meraviglioso, della connessione che hai, e ora scrivi tutte queste cose negative?”.

So che ci sono molti blogger e scrittori che, quando vi descrivono il Giappone, lo fanno solo attraverso la parte rosea: la bellezza, il cibo, i templi, la pulizia, la filosofia, la gentilezza e così via.
Io no. Proprio perché lo amo, vi racconto (in questo ultimo post del mio viaggio), anche cosa non va.
Chiaramente è il mio personale punto di vista.

Se ami con le fette di prosciutto davanti agli occhi, finisce che quando cadono, sei disilluso e finisci per odiare ciò che amavi.

Amare davvero qualcosa significa anche accettarne le contraddizioni.

Io vorrei che amaste il Giappone, e soprattutto la sua gente, come si ama una persona vera: nonostante i suoi lati difficili.


  1. Il massacro di Nanchino, chiamato anche lo “stupro di Nanchino” è avvenuto nel 1937 da parte delle truppe giapponesi. Entrarono in città e per sei settimane furono responsabili di una delle pagine più cruente e inumane sui civili.
    Violenza sistematica, uccisioni di massa, violenze sessuali sulle donne (si stima che siano state violentate tra le 20.000 e le 80.000, molte delle quali poi furono mutilate e uccise), saccheggi e incendi dolosi ad opera dei soldati giapponesi.
    Si parla di circa 300.000 cinesi morti.   ↩︎
  2. Il termine Confort Woman (donne di conforto) è stato usato per minimizzare quello che accadde alle donne “reclutate” (leggi: schiavizzate) dall’esercito giapponese. La maggior parte proveniva dalla Corea; furono costrette alla schiavitù sessuale tra il 1932 e la fine della guerra nel 1945. Le donne non erano volontarie, il reclutamento avveniva attraverso l’inganno, il rapimento o la tratta. ↩︎
  3. L’isola di Hashima, conosciuta anche come Gunkanjima, fu acquistata nel 1890 dalla Mitsubishi per estrarre carbone necessario alla flotta giapponese.  Era un’isola microscopica con una densità abitativa che superava le 5000 persone in soli sei ettari.  Per fare un paragone, Tokyo in sei ettari conta una densità di 900 persone. Immaginatevi l’affollamento e le condizioni di vita degli operai giapponesi.
    Il peggio, però, non è stato questo.
    Tra il 1940 e il 1945, durante il conflitto, migliaia di coreani e cinesi (sotto occupazione giapponese) furono portati sull’isola e costretti a lavorare in condizioni disumane. I sopravvissuti hanno testimoniato di percosse, morti per i gas delle miniere e mancanza di cibo. ↩︎

TOKYO: Il giorno che mi ha fatto rimpiangere la notte


Tokyo in una mattinata grigia non ci ha tolto la voglia di visitarla ancora.

Volevamo vedere il Palazzo Imperiale, e per farlo, siamo passati dal Parco di Hibiya. Nato oltre cento anni fa, è’ stato il primo parco in stile occidentale.

Il Palazzo Imperiale è la residenza principale della famiglia imperiale; per questo motivo non sempre è possibile visitare i giardini interni.

Infatti, quella mattina, oltre a vedere poliziotti ovunque nei dintorni, a un certo punto ci hanno allontanato mentre un’auto scortata entrava. Non so dirvi chi ci fosse dentro. Se non ho avuto le traveggole, mi è sembrato di vedere una donna in abiti tradizionali. Ma è stato un attimo, potrei aver visto male.

Probabilmente alcuni residenti sapevano di questo passaggio, perché erano lì dietro le transenne, in attesa del suo arrivo.

Da lì siamo andati a Shinjuku. Questo quartiere ha la stazione più affollata al mondo: transitano oltre 3,5 milioni di passeggeri al giorno.

Kabukicho è un sotto-distretto di Shinjuku. Qui la vita notturna è estremamente vivace e i giovani giapponesi locali “si mischiano” con gli stranieri che vivono nel paese, di solito studenti internazionali.

Ho visitato il quartiere di giorno, e quindi mi sono persa le luci e i colori notturni del Golden Gai: un piccolo isolato non modernizzato, fatto di sei vicoli strettissimi, pieno di micro locali che ospitano al massimo cinque o sei persone.

Mi domando come mai, in entrambi i viaggi in Giappone, io non abbia mai vissuto la notte. Un vero peccato…

E’ uno dei pochi posti dove ho visto una sorta di ribellione giovanile.

Kabukicho è chiamato anche il quartiere che non dorme mai, ed è il quartiere a luci rosse più grande del Giappone. Qui, oltre ai ristoranti, puoi trovare: gli izakaya, i pachinko, i love hotel, gli hostess club e gli Host club.1

Dopo aver visto i cartelloni degli Host Club mi sono domandata, ancora una volta: “Ma perché non sono uscita, perché non sono venuta qua di sera, mannaggia”.
Mi toccherà tornare a Tokyo per vivere la “Tokyo by night”!

Per chi non lo sapesse, alcuni tipi di bellezza asiatica maschile, sono il mio tallone di Achille.

Lasciate a malincuore le immagini degli Host, ci siamo diretti a Ginza. Tra quelli che ho visto, questo è il quartiere che mi è piaciuto di meno. Se non fosse stato per le scritte in giapponese, avrebbe potuto essere una qualsiasi strada di lusso di una grande città europea, che tra di loro si assomigliano tutte.

Discorso notevolmente diverso per Yanaka Ginza, dove tutto è rimasto “tradizionale”, come se il passato avesse deciso di non andarsene da lì. Yanaka è ufficialmente la città dei neko, dei gatti, o almeno così dicono, ma io di gatti veri non ne ho visto neppure uno. Forse non c’erano, stavano al calduccio da qualche parte, visto che piovigginava.

In compenso c’erano molte statue che li rappresentavano.

Il mio ultimo giorno a Tokyo volgeva al termine. Nel prendere la metro per ritornare al nostro albergo ho compreso i giapponesi che dormono in viaggio. Quando sei stanco, il dondolio ti culla, dopo solo una fermata, ti fa venire voglia di chiudere gli occhi.

Tokyo è una megalopoli, difficile da definire. Ha così tante sfaccettature che descriverla non è semplice.

Tradizione e modernità convivono a pochi metri di distanza, e lo fanno senza disturbarsi tra di loro.

  1. Izakaya: sono una via di mezzo tra un bar, una taverna e un tapas bar.
    Sono posti informali e vivaci dove ci si ritrova dopo il lavoro.

    Pachinko: è un gioco che ormai in Giappone è diventato un’industria colossale. Occupa una zona grigia ma tollerata, tra intrattenimento e gioco d’azzardo.

    Love hotel: diciamo che sono hotel a ore, ma dire così è riduttivo.  Puoi trovare quelli moderni ed eleganti molto simili a hotel di lusso, e quelli tematici e/o kitsch. In questi ultimi puoi trovare camere che sembrano aule scolastiche, navicelle spaziali, vagoni dei treni.

    Hostess Club (per uomini) Host Club (per donne): è un intrattenimento notturno basato sulla conversazione e sul flirt simulato. Non sono bordelli, ma locali dove si paga (anche tanto) per l’attenzione e la compagnia di persone attraenti.
    Questo non toglie che, a volte, in alcuni locali il confine tra prostituzione e non sia molto labile. ↩︎

TOKYO: Tomodachi, papico e Tokyo


Siamo tornati a Tokyo in serata. Avevamo l’albergo a Shimbashi. Questo quartiere ci ha accolto con i suoi colori e la sua vivacità notturna. Una volta fatto il check-in, ci siamo rituffati nelle luci notturne.

Ho chiuso la serata con qualcosa trovato in un kombini, una cosa che avevo visto millanta volte nei drama: il Papico. Non è un gelato, non è una granita, è una via di mezzo.Vuoi non assaggiarlo?

Il mio era al gusto uva fragola. Oishii1!

Ora voglio rendervi partecipi della bellezza del panorama che mi si è presentato davanti il mattino seguente, dalla finestra del mio albergo al dodicesimo piano. Mi invidiate vero?

La giornata praticamente è stata divisa in due.

La mattinata è stata un giro tra quartieri. Siamo tornati ad Achihabara, dove ho fatto colazione, poi ci siamo diretti all’Ueno Koen a Ueno, nel distretto di Taito.

La quantità di templi e santuari visitati, con relativo apposto timbro sul goshuin, è stata notevole. Mai avrei pensato di trovarne così tanti e così vicini in una zona così circoscritta.

Kiyomizu Kannon do è un Tempio situato su una piccola collina all’interno del parco.
Shinobazu Pond Bentedo è un’isola al centro dello stagno Shinobazu, nella parte bassa del parco.
Gojoten e Hanazono Inari sono due Santuari vicini tra loro. Sono famosi per i piccoli torii che conducono all’ingresso.
Yakushi Rurikou Nyoray Pagoda è una pagoda che una volta faceva parte del tempio di Kan’ei ji.

Non vi tedio con la parte storica: per quella trovate decine e decine di siti che ne parlano, e lo fanno molto meglio di quanto lo farei io.

Posso dirvi solo le mie impressioni: i templi e i santuari delle grandi città mi fanno un effetto diverso da quello dei piccoli centri. A Tokyo è una percezione principalmente visiva, mentre nei piccoli centri percepisco come palpabile la “spiritualità” del luogo.

Il pomeriggio avevo appuntamento con Shigeru. Ora potreste domandarvi “Mo’ sto’ nome da dove sbuca fuori!?”.

Ho conosciuto Shigeru in rete, mentre cercavo di organizzare il viaggio in Giappone, spulciando gruppi e siti d’informazione. Nel farlo ho conosciuto lui, che parla bene italiano.

Mi sono “innamorata” di come scrive, della poesia a getto continuo che mette nel suo scrivere in prosa. Vive a Tokyo, ed era inevitabile passare dal virtuale al reale mentre ero nella sua città.

Sono stata accolta nella sua casa, che è come lui: un mix di oggetti, arredamento, piante, colori e musica, che insieme danno questa sensazione di raffinatezza.

Le ore passate a casa sua sono state accompagnate da prosecco, taralli, risate e chiacchiere, tante, gradevoli, piacevoli. La conferma che, anche a 14000 km di distanza, non si fermano le anime dal conoscersi.

Sì, avete visto bene, ho ancora la felpa dei miei amati One Ok Rock.

PS: tomodachi (友達) in giapponese significa amico o amici.

  1. Delizioso ↩︎

TOKYO: luci, tentacoli e portafoglio in pericolo


Tokyo – Orange night
giorno 3 (parte 3)

L’ultima notte a Tokyo mi ha regalato luci e emozioni. Questa volta non parlo di Ren Nagase, ma di qualcosa visto un milione di volte nelle foto altrui, nelle riviste patinate, nei depliant di viaggio. Ora me la trovavo lì, a pochi passi, imponente e avvolgente.
Posso sembrare sciocca, o baka per dirla alla giapponese, ma è stata davvero un’emozione. Faceva parte del mio sogno chiamato “Giappone” che si realizzava. Ero vicina al simbolo della città simbolo di questo sogno.
Tutto quell’arancione che che avvolge e trasmette calore (certo forse il fatto che io a quell’arancione ora abbini anche Ren Nagase… forse influisce un pochetto) mi ha fatta sua.
Non ho altre parole da dire sulla Tokyo Tower, solo a parlarne, per un attimo mi ritrovo lì sotto. Metto solo qualche immagine tra quelle che ho fatto, nulla di che, in rete ne troverete di più spettacolari, più belle, più artistiche, più professionali, ma queste sono le mie e sono intrise delle mie emozioni e di quel momento.

Con tutto quel colore della torre alle spalle ci siamo avviati a piedi a Roppongi.
Tokyo di notte si riempie di luci in alcuni quartieri. Roppongi, l’alter ego di Itaewon (e viceversa) è uno di questi, è un quartiere pieno di locali notturni, discoteche, pub e hostess bar.
Ancora una volta, mentre ne parlo con il senno del poi, mi domando perché ho vissuto così poco la vita notturna di Tokyo, un vero peccato. Dovrò tornarci e fare solo vita notturna!

Momento cultura
In Giappone non c’è un orario di chiusura legale per i locali notturni e Roppongi sfrutta questa possibilità con moltissimi locali che rimangono aperti fino all’alba. Questo quartiere è il più internazionale, anche a causa-effetto del fatto che tantissime aziende internazionali hanno sede qui. Molti considerano Roppongi il confine tra Tokyo e il mondo.

Questo è un quartiere poliedrico, di sera centro di attività notturne, di giorno centro culturale di alto livello, con un grande spazio espositivo dedicato al design.
Roppongi è un quartiere moderno, internazionale e sofisticato che affonda le sue radici più profonde nella propria cultura, evidenziando ancora una volta questo aspetto tutto giapponese, antico e moderno che coabitano in armonia insieme.
Fine momento cultura

Dopo un’intera giornata a camminare ci siamo diretti ad Asakusa al nostro albergo, ma, per strada, la città tentacolare, mi ha “tentacolato” un’altra volta con uno dei suoi tentacoli: il Don Quijote. Questa catena di negozi fa parte dei “mali” che attentano al tuo portafoglio, mentre una vocina nella testa ti sussurra: “Tanto costa poco”.
Quei tanto “costa poco” si trasformano in pochi minuti in un: “Ho speso un patrimonio”.

Sappiate che sono uscita da quel luogo “malefico” quasi indenne. Quasi.

Il giorno dopo mi aspettava lo shinkansen, la mia prima volta con questo treno ad alta velocità e l’isola dello Shikoku. Ma questa è un’altra storia e un’altro post.

Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.

TOKYO: Ren Nagase, il mio cuore va in manutenzione


Tokyo – battiti del cuore mancanti
giorno 3 (parte 2)

L’ultimo giorno in cui saremmo rimasti a Tokyo stava terminando. Come da programma ci stavamo dirigendo verso la Tokyo Tower, quando sono “inciampata” in un tempio. Inciampare in un tempio o in un Santuario, in Giappone, è più facile e numeroso che inciampare in una chiesa in Italia.

Era un tempio buddhista, lo Zōjō-ji, e all’imbrunire ci ha regalato la prima immagine che rappresenta molto il Giappone, antico e moderno, che convivono perfettamente insieme.

Momento Svago
Ora, a parte il tempio e la torre, vedete quei due palazzi lì in lontananza? Ecco, nel primo subito dopo la torre, in una stanza d’albergo, hanno girato alcune scene di un drama con Ren Nagase. Nella scena si vede lui, di notte alla finestra, che osserva la torre. L’arancione illuminava l’oscurità, e nel mezzo il mio piccolo cuoricino perdeva battiti del cuore alla velocità della luce alla sua visione, non della torre eh! Parlo di Ren Nagase, di cui la regia manda foto esplicativa, e nel farlo il mio cuoricino continua a perdere battiti del cuore.

Fine momento svago

Scusate, mi sono distratta un attimo, stavamo dicendo? Ah sì, il tempio, ho scoperto dopo che è un importante tempio buddhista della scuola Terra Pura, una delle più importanti in oriente, specialmente in Giappone. In questo tempio c’erano le divinità custodi della cura dei bambini. Il tempio è anche storicamente importante per essere stato, nel tempo, il tempio familiare degli Shogun Tokugawa, ospitando le tombe di sei di loro.

Momento Cultura
Le statue Jizō sono le “divinità custodi della cura dei bambini”, sono dedicate alla crescita sicura dei bambini e dei nipoti. Al contempo sono usate nei servizi commemorativi per i bambini nati morti o per gli aborti spontanei. Per proteggere i bambini, vengono dedicate alle divinità il cappello rosso, il grembiule rosso e la girandola.
Fine momento cultura

Ora dovrei parlarvi della torre vera e propria, ma sono ancora sotto scompenso cardiaco, e poi la torre di notte merita un post a sé, quindi nuovo appuntamento alla Tokyo Tower. Ci vediamo direttamente là sotto.

Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.

TOKYO: Monaci, Kannushi, robot e altre opinioni non richieste.


Tokyo – Inciampi culturali
giorno 3 (parte 1)

Il terzo giorno a Tokyo è stata una giornata “da turista”. Quando uso questa parola intendo che ho avuto pochissimo contatto diretto e vero con le persone del luogo. Ricordo che per me, le persone, sono il vero viaggio di un paese.

La prima parte della giornata è stata dedicata principalmente ai musei, ma prima siamo ritornati Senso-Ji Asakusa che il giorno prima avevamo visto velocemente. Lì ho preso il mio secondo goshuin, quindi il mio primo timbro di questo viaggio.

Non chiedetemi cosa hanno scritto in kanji: potrebbe essere una benedizione, i dati del tempio o magari una frase tipo: “Ma come sono baka questi gaijin a pagare per una cosa in cui neppure credono”.
Con tutto il dovuto rispetto sia per i monaci buddhisti che per i sacerdoti shintoisti1, ho notato che l’anno scorso il goshuin costava circa 200 yen e quest’anno ovunque era 500 yen. Mi sembra che abbiano assorbito bene la mentalità business dei gaijin. Pur capendo che i luoghi sacri hanno le loro spese, e qualche yen non cambia la vita, un aumento del 250% mi ha colpito.

Momento cultura
Il goshuincho è un quaderno che raccoglie tutti i goshuin: un sigillo sacro e una scritta calligrafica caratteristici di ogni tempio schintoista e buddhista, che certifica la visita di un pellegrinaggio o di una semplice visita al luogo sacro. Rappresentano un ricordo fisico e spirituale del luogo visitato. Il goshuin è unico, raccoglie informazioni come il nome del tempio, la data e il nome della divinità. Goshuin significa “sigillo rosso” ed è un’usanza nata nel periodo Edo.
Fine momento cultura

Dopo il tempio, ci siamo lentamente avviati a piedi verso il museo degli origami che avevamo in lista tra le cose da vedere. Sono sincera, il museo più che un museo sembrava (era) un negozio che vendeva carta e libri per origami ed esponeva alcuni origami. Ma capita di cadere in qualche trappola per turisti ogni tanto.

La cosa più bella è stata la camminata lungo il fiume Sumida per arrivare a questo “museo”. Una passeggiata sulla Sumida River Walk: scorci da altri punti di vista, statue e file di bambini piccoli con i loro cappellini gialli che ti salutano sorridenti con la manina.

Da lì avevamo già programmato di dirigerci verso il quartiere Aomi, l’obiettivo era il museo nazionale delle scienze emergenti e dell’innovazione, il Museo Miraikan. Questo museo è un grande museo interattivo. La maggior parte dei visitatori erano scolaresche giapponesi, qualche famiglia con bambini e due occidentali a caso, noi. Non sto a raccontarvi tutto quello che ho visto o fatto, ma alcune cose mi sono rimaste in mente in modo particolare.

C’era una piccola installazione in cui dei piccoli rettangoli posti uno accanto all’altro rappresentavano gli esseri umani, delle palline, alcune piccole e altre grandi, rappresentavano le catastrofi naturali quali terremoti o tsunami. Ogni tanto gruppi di queste palline scendevano insieme e colpivano i rettangoli, lasciandone in piedi solo alcuni. Una rappresentazione potente di come il tema della vita e della morte, sia visto fin da piccoli, e spiega molto della loro cultura.

Altro momento particolare è stato la parte “Cute Robot“, che da una parte mi ha fatto sciogliere come una porzione di burro nel microonde, e dall’altra mi ha fatto pensare che abituarsi a un legame con un robot che ti conferma sempre, potrebbe allontanare dalle relazioni reali. Soprattutto in una società come quella giapponese.

Le frasi dei totem accanto alla zona dei robot erano:
– “Un cucciolo robot fatto per stare vicino alle persone e per essere amato. E’ progettato per interagire e stare con le persone di casa, per alimentare la gioia di crescere e di essere amato

– “Lovot diventa gradualmente parte della famiglia. E’ progettato per creare un forte legame emotivo con le persone. Combina caratteristiche come un corpo morbido e caldo, oltre a un miliardo di variazioni di occhi e voce, che ti fa venire voglia di abbracciarlo.”

– “I robot partner: saresti felice del tuo robort partner? Ti sentiresti come se avessi degli amici? O ti sentiresti spaventato? Quando un robot diventa il tuo partner, il vostro rapporto cambierà nel tempo”.

Uno di questi robot rappresentava un bambino e si chiamava “affetto”. Questo mi ha colpito molto, l’uso di una parola italiana, per esprimere un’emozione in un robot giapponese. Del resto questo collegamento e affinità tra Italia e Giappone c’è da molto2, o forse uno compensa l’altro. Troppo espansivo uno, troppo introverso l’altro.

Ora, a parte che un “robot partner come voglio io”, sarei la prima a comprarlo, ho iniziato a chiedermi se la timidezza tipica di certi dorama giapponesi, così affascinante nei drama, alla lunga possa pesare alle persone che la vivono, e se questi surrogati diventino una via di fuga emotiva. Non ho risposte certe, solo dubbi e domande.

Come ben sapete non posso mettere video qua, altrimenti ve li avrei fatti vedere.

Infine per la gioia del mio cuore e della mia pancia, il museo aveva opzioni vegan già pronte, senza che io dovessi chiedere: “Per favore può non mettere carne, pesce, uova, dashi ecc”. Vi posso assicurare che li ho amati, tanto.

Tra visita e pranzo, siamo rimasti nel museo qualche ora. Una volta usciti ci siamo diretti verso la metropolitana per andare al quartiere di Minato, dove ci saremmo incamminati verso una cosa che volevo assolutamente vedere, non solo perché è un’attrazione turistica classica, ma soprattutto perché una serie televisiva giapponese mi aveva rimescolato l’anima (la storia ma, diciamolo, anche l’attore protagonista maschile). Attrazione e drama portano lo stesso nome: Tokyo Tower.

Ma di questo e di quello che è successo dopo ne parlerò nel prossimo post, ora vi lascio appuntamento all’uscita della metro di Minato, da lì andremo insieme alla Tokyo Tower.

  1. I luoghi sacri dei buddisti sono i templi e gli officianti sono i Monaci, chiamati anche Bonzi. Per gli Shintoisti i luoghi sacri sono i Santuari e i loro officianti sono gli Kannushi, chiamati anche Shinshoku. In ogni caso entrambe le religioni convivono tranquillamente tra loro e a volte condividono le stesse aree. ↩︎
  2. No, non sto parlando delle potenze dell’asse, quando eravamo insieme nel patto tripartitico del 1940 o chiamato anche Asse Roma-Berlino-Tokyo, quando parlavamo di intendi militari e politici comuni. Si, proprio quelle tre potenze che persero la seconda guerra mondiale e per questo, da allora, non possono avere un esercito offensivo proprio, ma solo difensivo (ah scusa l’Italia si arrese prima, firmò l’armistizio, tradendo gli alleati). Anche se negli ultimi tempi tutti e tre si stanno ributtando su una corsa al riarmo. La storia non insegna o sono gli stupidi che non imparano? ↩︎

Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.

TOKYO: la morte mia… gatti e sakè


Tokyo – Che confusione, sarà perché ti amo
Giorno 2 (parte 2)

Nel post precedente vi avevo lasciato parcheggiati davanti ai Torii della Mandarake, e da qui ripartiamo. L’idea era di andare a Shinjuku, al Palazzo del Governo, per vedere Tokyo dall’alto senza pagare biglietti tipo la Tokyo Tower, anche perché per la Tokyo Tower devi prenotare in anticipo, e noi non l’avevamo fatto.

La giornata non era tra le più belle come limpidezza e colori, il grigio permeava tutta la città, anche se per una donna con tendenze alla malinconia come me, a volte le città avvolte nel grigio hanno un fascino tutto loro.

L’ingresso del Palazzo del Governo1 è una cosa davvero imponente, mi è piaciuto molto. Siccome è sia la sede amministrativa del Governo Metropolitano di Tokyo che un’attrazione turistica, prima di accedere agli ascensori è necessario passare attraverso un controllo di sicurezza. L’ascensore velocissimo ci ha portato in meno di un minuto al 45 piano, da qui si può osservare a 360° la città. Si vedono, tra le altre cose, la Tokyo Sky Tree, la torre di Tokyo, il Tokyo Dome, il Santuario Meiji e il Parco Yoyogi. Mi hanno detto che in giornate limpide si vede anche il Monte Fuji.

Purtroppo il riverbero del vetro ha fatto sì che le foto siano di qualità scadente, ne metto solo una per darvi un’idea della vista.

All’interno del 45 piano ho trovato una piacevole sorpresa: un pianoforte a disposizione di chiunque lo volesse suonare. Nel tempo in cui sono rimasta lì si sono alternate un paio di persone, tutte insospettabilmente brave. Vorrei farvi vedere i video che ho registrato, ma ho un piano a pagamento basic per il blog, senza pubblicità per la felicità dei vostri occhietti, ma non mi permette il caricamento di video. Per ora accontentatevi della foto e dell’immaginazione.
il pianoforte che vedete, non è un pianoforte qualsiasi: è stato dipinto dall’artista Yayoi Kusama.2Una chicca stile Tokyo.

Scesi dal Palazzo del Governo, sempre a Shinijuku, siamo passati a salutare il neko 3D più famoso del Giappone, quello che sbuca dal schermo curvo di Shinijuku. Anche qui avrei un video pronto, ma come detto sopra al momento dovete affidarvi solo alla vostra immaginazione.

Dopo il micione ci siamo diretti verso Shibuya. Questo quartiere di Tokyo è conosciuto principalmente per due motivi: il famoso incrocio pedonale di Tokyo, il più trafficato del mondo e per la sua vita notturna, molto vivace.
Noi però ci siamo stati verso tardo pomeriggio, inizio crepuscolo. Ora che ci penso, della vita notturna di Tokyo, non ho vissuto quasi nulla. Dovrò porre rimedio a questa mancanza e tornare a Tokyo per viverla by night!

La giornata stava finendo, ma avevo appuntamento con Yoko per un caffè dopo il suo lavoro. Immagino già la domanda: “Mo’ ora, sta Yoko da dove salta fuori!?”.
Spiegarvelo ora sarebbe lungo. Vi faccio il bigino: “Yoko è amica di un’amica che vive a Berlino. Yoko è andata a Berlino mesi fa e ha saputo che sarei andata in Giappone qualche mese dopo. Da questo è iniziata un’amicizia on line via Line3, che ci ha portati a Tokyo, dal virtuale al reale.”.

Il caffè è diventato una cena, la cena si è trasformata in un momento alcolico con il sakè… due sakè… anzi tre!
Non viene il dubbio anche a voi che anche questa sia una vacanza made in Japan un pochetto alcolica come quella dell’anno scorso? Non so, so che il sakè mi rende sorridente…

PS: il contenitore davanti a noi è per il mio amato sakè nella sua versione “kan sake” ovvero sakè caldo. Al ristorante ci hanno portato questo tokkuri moderno e gigante per portarlo, e mantenerlo, alla giusta temperatura. Non che con noi servisse conservarlo caldo… visto che finiva subito.

  1. Questo edificio è stato progettato dall’architetto giapponese Kenzo Tange. E’ ispirato alla cattedrale Notre Dame di Parigi. E’ uno dei più alti edifici di Tokyo. E’ alto 243 metri ed ha 51 piani. ↩︎
  2. E’ un’artista contemporanea giapponese, famosa per le sue opere che utilizzano motivi a pois, zucche e installazioni immersive. Tutto il suo lavoro è influenzato dalle allucinazioni visive avute fino da quando era bambina, allucinazioni che lei trasforma in arte. Nonostante i problemi di salute mentale, ha raggiunto una fama internazionale, diventando l’artista vivente più venduta al mondo.
    La sua ultima mostra in Italia è avvenuta nel 2023 a Bergamo-Brescia. ↩︎
  3. In Giappone pochissimi, quasi nessuno, usa whatsApp o Telegram. Le due app funzionano perfettamente anche lì, ma le persone usano una loro app che si chiama Line. ↩︎

Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.


TOKYO: dal jet lag alla dipendenza da sakè in 24 ore


Tokyo – Che confusione, sarà perché ti amo
Giorno 2 (parte 1).

La regione dove abito potrebbe inserirsi quasi 4 volte nell’area di Tokyo, mentre la città dove abito potrebbe starci comodamente 83 volte. La mia regione ha circa 10 milioni di abitanti, la mia città circa 47.000, la megalopoli di Tokyo ha circa 37/39 milioni di abitanti.

Il primo e vero e proprio giorno a Tokyo per me è stato “confuso”. Questo nonostante Rodi per qualche ora sia rimasto con noi. Le domande nella mia mente erano: “Ma da cosa parto? Cosa vedo? Come faccio a capire cosa mi conviene vedere per primo e a cosa è vicino?”.

Ho fatto questa premessa per farvi capire che la giornata successiva al mio arrivo a Tokyo è stata allo stesso tempo bella, caotica e confusamente mescolata nella mia mente. Detto questo… pronti, partenza, via!

La mattina, complice anche il fuso orario interiore, ci siamo svegliati presto e siccome a tre minuti dal nostro albergo c’era il Sensoji Temple, un tempio buddista, ci siamo diretti lì. A quell’orario, a parte qualche turista che faceva foto, era tutto chiuso. Quel giorno ci siamo limitati a una veloce visita del tempio esterno.

Momento cultura
Questo tempio è stato costruito per la prima volta nel 628 D.C., dico” “la prima volta” perché, tra incendi e guerre, è stato ricostruito una ventina di volte fino ad oggi.
C’è una leggenda legata a questo tempio buddista: dei pescatori trovarono una statua di Kannon, nel fiume Sumida. Questo tempio fu costruito apposta per custodirla.
Tra le tante immagini che ho trovato della dea, ho scelto per rappresentarla e abbinarla alle mie foto, quella con gesto tipicamente rock. Scherzo. Però mi ha fatto venire in mente in un attimo la mia Jrock band preferita: gli One Ok Rock.
Fine momento cultura

Dopo qualche veloce foto, siamo andati all’ingresso della metro più vicina e ci siamo diretti a Shibuya. Questo ci ha fatto subito capire quanto le distanze siano sempre da tenere in considerazione: 45 minuti di viaggio in metro per essere sempre nella città di Tokyo.

A Shibuya abbiamo fatto solo un passaggio veloce, ci saremmo ritornati più tardi, perché era solo il punto di partenza per passeggiare per Omotesando mentre ci recavamo al Santuario Meiji.

Momento cultura
Il quartiere Omotesando è situato nel cuore di Tokyo. Il suo nome significa “ingresso frontale a un santuario” proprio perché è la strada, la via di accesso al Santuario Meiji.
Sono sincera, a me Omotesando non è piaciuta molto: piena di negozi di lusso e boutique, per certi versi molto simile a tante città occidentali. Se non avessi saputo di essere in Giappone, avrei potuto pensare di essere in una grande citta in Francia o in Italia (a parte le scritte in Hiragana e Kanji).
Fine momento cultura

Davanti all’ingresso del Meiji, sono ricaduta per un attimo nel kdrama. Ho visto un baracchino lato strada che vendeva le famose patate dolci, quelle arrostite, che si vedono sempre mangiare nei drama coreani. Potevo esimermi? No! L’ho acquistata e mangiata avvolta nella carta dei giornali quotidiani. Quei giornali di riciclo, passati da non si sa quante mani e non si sa dove siano stati. Devo confessare che era molto buona e saziava tanto (forse complici i milioni di batteri che dal giornale avevano traslocato su di lei), tanto che ne ho avanzata la metà. La metà porzione residua è finita nel mio stomaco alle tre del mattino, in un attimo di jet lag. Comunque, nonostante il momento igiene “parliamone”, sono ancora viva.

Il Santuario Meiji è il santuario shintoista più grande di Tokyo, è ancora in attività e non di rado si può assistere a qualche cerimonia dal vivo. Il Santuario è all’interno del Parco Yoyogi1, il polmone verde di Tokyo, un pò come il Central Park di New York.

Ora lo so che sono una brutta persona, ma a me, quel giorno, fino a quel momento, oltre i Torii che amo, le cose che mi sono rimaste più in mente sono state le botti di sakè.
L’anno scorso (per chi mi ha letto) sa che parlavo continuamente del Makgeolli… beh, quest’anno, preparatevi, ho cambiato, sono passata al sakè. Del resto sono una persona molto spirituale: poi che sia spirito alcolico o spirito religioso… two is megl che uan!

Ora non so se la colpa sia delle “botti, botti di sakè ovunque” viste al Santuario Meiji o della confusione che questa città può provocare al primo impatto, fatto sta che, da quel momento in poi, i ricordi sono un po’ sparsi nella mia mente.

Uscita dal Santuario Meiji, ci siamo diretti a Nakano, dove siamo andati a mangiare in un locale di ramen frequentato solo da giapponesi. Ora non vorrei sembrare esagerata, ma quel ramen mi manca, era davvero “oishi”, delizioso!
Ero a Nakano, non vuoi fare un salto al Nakano brodwey2, considerato che ero ancora alla ricerca dei manga introvabili per la mia amica? Non vuoi fare un saltino alla sede centrale della Mandarake? Spoiler, non ho trovato neppure qui i manga introvabili.

Dopo il giro tra i mille otaku presenti, ci siamo diretti verso Shinjuku, ma di questo ve ne parlerò nel post che pubblicherò successivamente. Personalmente odio i post troppo lunghi, quindi vi lascio davanti ai torii della Mandrake, che mi sembra un buon punto per salutarsi… per ora.

PS: l’immagine di copertina è un ricordo uscito da una “UFO Catcher“, ovvero le claw crane machines: quelle macchinette giapponesi con cui, tramite una piccola gru, devi cercare di prendere un oggetto. Insomma, quegli aggeggi infernali con cui, per avere un oggetto del valore di 100 yen, ne spendi 10000.

  1. L’apertura al pubblico di questo parco è avvenuta solo nel 1967. Il Parco Yoyogi non è una foresta “naturale” ma un’area creata e progettata dall’uomo. E’ un progetto di architettura del paesaggio su un’area che prima era il villaggio olimpico costruito per le olimpiadi del 1964.  Progetto che ha permesso, nel tempo, la formazione della fitta vegetazione odierna. ↩︎
  2. Nakano Broadway è un centro commerciale al coperto, un “paradiso per gli otaku”. E’ un punto di ritrovo per gli appassionati di cultura pop giapponese in generale, con particolare attenzione agli anime, manga e collezionismo. Al suo interno c’è la sede principale della Mandarake che offre moltissimo assortimento di merce nuova e “vecchia”. ↩︎

Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.

TOKYO: Arrivare a Akihabara senza finire a Sapporo.


Tokyo l’arrivo – giorno 1.

Willy è un mio amico che “sopporto” da più di vent’anni, è già questo dice parecchio. Viviamo a centinaia di chilometri di distanza, ma l’amicizia nel tempo è sopravvissuta anche alla distanza. Quando ha saputo che andavo in Giappone mi ha chiesto se poteva aggregarsi. Credo che viaggiare in compagnia sia, di solito, meglio che da farlo da soli. Si condividono momenti, quindi ho accettato con piacere.

Inoltre… Willy se mi leggi, ti ricordo che poiché ti sopporto da lunga data, per ricompensarmi, puoi sempre farlo comprandomi una casetta in Giappone!
(Sono mesi che lo tartasso con questa richiesta, lui nicchia, ma si sa la goccia scava la roccia).

A Roma abbiamo ingannato l’attesa del volo per Tokyo con un rilassante per il sonno: il luppolo. Così avremmo dormito meglio durante il volo. Questa era la teoria. In pratica sono stata sveglia come un gufo di notte.

Sono giunta in Giappone verso il mezzogiorno. Questa volta atterravo a Tokyo, mentre lo scorso anno ero partita e arrivata da Osaka. In aeroporto ci aspettava Rodi.1

Rodi è un ragazzo italiano che vive a Tokyo da diciotto anni, è stato il mio aggancio con la città il primo giorno. Questo viaggio lo avevo programmato in solitaria, avendo un solo terrore: “Usare la metro e i mezzi di Tokyo” senza perdermi e trovarmi da Tokyo a Sapporo.
Per questo, tramite un gruppo di chi si organizza da solo il proprio viaggio in Giappone, avevo conosciuto lui. Il suo compito principale era: “Insegnami a usare i mezzi e la metro di Tokyo”. Tutti mi dicevano: “Vedrai, è facile”, ma la metro di Tokyo un po’ mi spaventava.

Contattarlo è stata la scelta giusta. Carinamente, è venuto in aeroporto a prenderci, ci ha accompagnato subito al cambio dei contanti da euro in yen, ci ha aiutato con l’acquisto della Suica, tutto ciò in meno di 15 minuti. Lui parla giapponese, io no e avrei fatto la turista confusa davanti agli sportelli, impiegandoci il doppio del tempo (se non il triplo). Infine ci ha accompagnati all’albergo, dove abbiamo depositato le valigie e abbiamo iniziato un primo piccolo giro per apprendimento della metro “tokyese”.

Con Rodi ho avuto la strana sensazione di conoscerlo da sempre, e non lo dico per fare scena, con lui è stato così dalla prima telefonata in cui ci siamo sentiti mesi e mesi fa.
Rodi mi ha parlato anche della sua vita e del perché si trova in Giappone. Ho visto le foto della sua bimba, Nana. Insomma, ho iniziato a conoscere Tokyo attraverso una persona che la vive davvero.

Il primo quartiere che ho visto, escluso quello dell’albergo, è stato Akihabara. Avevo una missione: cercare due manga praticamente introvabili per un’amica. Neppure l’Animate di Akihabara ha compiuto il miracolo.

Momento cultura
Akihabara è chiamata anche Akihabara Electric Town. Questo quartiere è famoso in tutto il mondo, pare essere la più vasta area di vendita (per la sua concentrazione) di negozi di apparecchi elettronici, videogiochi, manga, anime e articoli per adulti.
Fine momento cultura

Ora che ne scrivo mi sono resa conto che non ho visto nessun negozio per adulti…
Mi toccherà tornarci.

Avevamo solo mezza giornata a disposizione e dopo aver assaggiato un dolce che ho visto millanta volte nei drama giapponesi e coreani, il tayaki, ci siamo diretti all’albergo, che era nel quartiere di Asakusa.

Momento cultura
Taiyaki vuol dire “orata al forno” è un dolce giapponese a forma di pesce. Il ripieno, solitamente, è composto dalla pasta di fagioli di azuki zuccherati. Ma, come si suol dire, quello che metti trovi. Quindi si possono trovare ripieni di crema, cioccolato, formaggio e così via. Il taiyaki nasce a Tokyo nel 1909. Lo si può trovare anche in Corea del Sud con il nome di Bungeo-ppang. Venne importato dal Giappone durante il periodo dell’occupazione giapponese.
Fine momento cultura

Tokyo quella sera ha deciso di farmi un regalo. Dalla finestra della mia camera vedevo la Skytree illuminarsi e cambiare colori come se stesse respirando. Questo mi ha reso sopportabile la microscopicità della camera. Le catene di alberghi giapponesi, a Tokyo, tendono al lillipuziano. In compenso sono pulite, accessoriate, vicine alle stazioni della metro e con personale gentile.

Il giorno seguente avrei iniziato a visitare un’altra parte di Tokyo.

  1. Se volete andare in Giappone, e anche voi vorreste un primo aggancio per Tokyo, cliccate qui sul suo nome RODI, vi porterà direttamente alla sua pagina di facebook, se voleste contattarlo su messenger. ↩︎

Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.

JAPAN 2.0


Sono tornata dal mio viaggio in Giappone, il secondo.

Questo ritorno mi ha trovato ancora innamorata, ma più consapevole. Questo è stato un viaggio tra terre e persone. Personalmente amo i viaggi delle terre attraverso le loro persone, e questo è accaduto anche questa volta.

E’ stato un ritorno con meno occhi a cuoricino ma con più presenza, complice anche una Tokyo che ancora oggi non so dirvi se mi piace o no. Un po’ come la persona che ami, ma di cui a volte non comprendi alcuni suoi aspetti. Sono sincera, in questo viaggio ho amato molto di più altre città.

Detto questo, ho lasciato quella terra con ancora voglia di tornarci.

A Tokyo, complessivamente, sono stata sette giorni, tre all’arrivo e quattro alla partenza. Con questa megalopoli ho un aspetto emotivamente ambivalente. Aspetto che ben è rappresentato dalle foto della vista della finestra dei miei due alberghi. Quello dell’arrivo e quello del ritorno. Entrambi erano ai piani alti, ma con viste differenti…

Mi ha incantato la prima, mi ha perplesso la seconda. Ecco con questa città ho questo strano rapporto. Incantesimo e perplessità che coabitano insieme.
Certo, non posso conoscere una città come Tokyo in solo sette giorni; il fatto di averla girata molto meno attraverso le persone (rispetto ad altri posti) e più come “turista” non me l’ha fatta davvero conoscere. Mi riservo di “visitarla” ancora e di farlo con le “sue persone”. L’etichetta su questa città di “Incantesimo e perplessità” la lascio al momento, pronta a cambiarla in un attimo.

Questo post è solo il prologo di quelli che seguiranno. Post che davvero parleranno del mio viaggio. Questa è solo un’introduzione a un viaggio organizzato da sola per quanto riguarda il percorso e con l’aiuto del Centro Culturale Italia Giappone “Sicomoro” 1 (Se cliccate sul nome andate direttamente al loro link) per quanto riguarda l’isola dello Shikoku.

Ringrazio di cuore Matteo, Maurizio e Brunella. Grazie a loro il mio viaggio di questa terra, attraverso le persone, si è rivelato ricco, profondo e intenso. Del loro centro parlerò anche in altri post successivi.

Insomma, questo è un post per dire: “A raga’, so’ tornata!”.

  1. Il Centro Culturale Italia Giappone “Sicomoro”, è l’associazione con cui ho iniziato a studiare giapponese l’anno scorso. L’associazione nasce nel 2006 a Takamatsu, una città di circa 420.000 abitanti, situata nell’isola di Shikoku, opera sia in Italia che in Giappone. ↩︎

Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.