BIZEN: il posto che sapevo di dover trovare


Bizen è entrata nel mio viaggio senza bussare, si è fatta notare come se dicesse: “Hey, tu qui ci devi passare”.
Non so dire se fosse memoria antica, sogno, corto circuito neuronale, vite precedenti. Forse un pò tutte insieme. So solo che, quando ho scoperto che questa città esisteva ed era incastrata tra due mie tappe, andarci era inevitabile.

Bizen è una località non turistica, poco citata, quasi invisibile sulle mappe dei viaggiatori. Oggi Bizen è una piccola città rurale con una densità abitativa bassa, mentre in epoca storica era una delle province più importanti e popolose della regione di Sanyo, con un’estensione sul territorio molto più ampia.

Il mio corto circuito neuronale si ricordava di un luogo di katana, di uomini e di segreti, ma la Bizen di oggi è solo un frammento di quella provincia chiamata Bizen. La città moderna è rinomata per le ceramiche di origine antica, particolari, rustiche, chiamate Bizen-yazi. Io invece cercavo la Bizen in cui si forgiavano le katana.

Abbiamo girato a piedi la Bizen odierna. Passeggiare in una cittadina giapponese fuori dai circuiti turistici è un’esperienza strana: per strada incontri pochissime persone, ma senti la loro presenza ovunque.
Bizen è fatta di case, strade, negozi. Poi giri in una traversa e ti ritrovi nel verde.

Così abbiamo trovato il Santuario di Amatsu, piccolo, lontano dai fasti degli altri santuari shintoisti e dei templi buddhisti che ho trovato sulle rotte turistiche. Questa semplicità ha reso il viaggio più vero.

Il santuario che mi è penetrato sotto pelle in tutto questo viaggio l’ho trovato a Bizen. Non è quello di Amatsu che ho appena citato, ma uno abbandonato, di cui non so neppure il nome, incontrato salendo nel bosco. Nel silenzio appena mosso dal vento tra le foglie, me lo sono trovato davanti, e senza una spiegazione logica, mi sono sentita a casa.


Dopo aver visitato la Bizen “moderna”, Willy e io cercavamo la Bizen del corto circuito neuronale. Ci siamo spostati con i treni locali e, alla fine, alla parte di Bizen “antica” dove forgiavano le katana per i samurai, ci siamo arrivati.

A fine giornata, per me, la bellezza di Bizen è stata proprio la sua “non bellezza” da cartolina patinata.
Le due mamme che portavano i bambini a giocare al Santuario di Amatsu.
Il signore, che mentre camminavamo sul ciglio della strada, dal cortile di casa ci ha salutato.
La gentilezza delle poche persone incontrate.
Le stazioni ferroviarie perse nel nulla.
I viaggi sui treni locali, in zone rurali, con le poche persone sedute.

La foto di copertina, che riporto anche qua sotto insieme a quella fatta nel 2024 a Tanabe, è stata fatta a Bizen nei campi intorno alla città. Nel 2024, a fine aprile, avevo visto i campi di riso con le piantine appena trapiantate nelle risaie piene d’acqua; nel 2025 ho visto cosa accade dopo e la loro crescita.

SALISBURGO


Haffner mi consiglia Salisburgo e i suoi concerti a giugno. Leggere Salisburgo e far un salto nel tempo sono la stessa cosa.

Eccolo lì lo squarcio temporale e Salisburgo, era giugno anche allora, e lì in mezzo allo squarcio appari anche tu. Spunti tra il treno che mi ha condotto a Trento e l’aspettarti fuori dalla stazione su una panchina chiacchierando per due ore con un predicatore, perché la tua barchetta aveva dato forfait. Il lento muoversi attraverso l’austria e l’arrivo in germania ai confini con Salisburgo.

L’alberghetto tedesco con le tende giallo chiaro, i copriletti giallo chiaro, gli arredamenti giallo chiaro. Il balconcino della camera con il posacenere dove andavo a fumare quando facevi la doccia. Sentivo come sottofondo lo scrosciare dell’acqua mentre creavo giochi con la bocca e il fumo. Si lo so che della mia bocca ti ricordi.

Salisburgo, la roccaforte e la visita alla chiesa, per poi trovarci al suo interno, per caso, ad ascoltar musica attraverso i didgeridoo fatti di legno, di vetro o di bamboo.

La cena greca, la scoperta della salsa tzatziki, la karamalz, il ritorno nell’alberghetto giallo bimbo, le saune, il nuotar nella piscina, il leggere i libri uno accanto all’altro, il parlar di me, di te e i risvegli.

Il giro insieme allo sexy shop, il tuo volermi regalar qualcosa e il mio rifiuto, perché solo il mio uomo poteva farmi regali di quel genere. La fortezza vista da fuori e il ristorante nella piazza a Salisburgo. Le doppie colazioni, dolce e salata, perché che fai? Rinunci a una delle due?!

Il mio non parlare tedesco e neppure inglese, che mi regalò il piacere di viver isolata per tre giorni. Tu che parlavi inglese e tedesco eri il mio ponte con il mondo, ponte che non volevo attraversare e lasciavo che tu mi proteggessi da esso.

I sorrisi anche quando non sorridevo ma che nascondevano i pensieri. Le battute che mi facevi, le domande che mi_ti ponevo, le mie bugie e le tue bugie, dette un pò a tutela e un pò scudo. Quel tuo guardarmi e quel tuo rispondermi quasi a farmi sentire nuda. Le cose che dicevi e quelle che celavi, ma che comunque vedevo come fossero sotto un riflettore. Chissà se ti ho fatto sentire nudo anche io.

Riesci a tenermi testa (al momento, non ti allargare, potresti non riuscirci più, sai comè invecchi) rispettandomi e amandomi per quello che ero, che sono. Altri no, altri si arrabbiavano, cercavano di dominarmi, e se non ci riuscivano, in qualche modo, dovevano farmela pagare o perdevano interesse se non ottenevano quello che volevano.

Uno dei pochi uomini che mi abbia insegnato due cose importanti della vita senza farmi soffrire. Non che tu non mi abbia ferito, anzi lo hai fatto è più di una volta, ma sei stato capace di ammettere che tanto bene (forse) non ti eri comportato a volte e hai cercato di non ferirmi più (non che ti riesca sempre bene eh! Diciamolo che poi fai il figo con me dicendo che sei bravo)

I miei no e i tuoi si, i miei si e i tuoi i no. Il mio farti incazzare e il tuo farmi incazzare. I tuoi amori e i miei amori. I nostri “Ci sei ancora?” e i “Si ci sono ancora”. I miei “Tu che ne pensi?” e i tuoi “Ti prende per il culo”. I tuoi raccontarmi “Non so che far con lei” e miei “E’ una stronza”.

Il mio cercar di collocarti, il tuo sgusciarne fuori, il mio incazzarmi e il ribadire e il tuo prendermi in giro fino a farmi scoppiare in risate e sciogliermi l’incazzatura. Il tempo che passa e tu che cerchi di collocarmi, io che sguscio, il tuo esser insofferente e il mio prenderti in giro con te che mi dici che son insopportabile, ma lo dici sorridendo. Capaci di parlare per giorni e ore o di non sentirsi per mesi.

Ecco tu sei questa cosa, io son questa cosa, parti a parlar di Salisburgo e ti ritrovi a parlare di cene, di libri, di anime, di amori, di forgiatori di ferro, di crescita, di vite precedenti, di amicizia, di emozioni e i pensieri diventano mulinelli che smuovono il tutto e ricordano libri con parti evidenziate in giallo. L’amor che cosa è? E’ anche questo, ma non è questo, ma che importa, tanto poi son tutti a pensar male, e a come intendono loro l’amore. Pensate quello che volete. Noi abbiamo smesso di collocarci.

PS: non ti montar la testa, ricorda che son io la talebana dei due, oggi scrivo questa cosa carina di te e domani potrei fanculizzarti (perchè farai qualcosa che mi farà arrabbiare tantissimo) e decidere di non parlarti per tutta la vita (ovvero fino a quando non mi passa).

BIZEN


Neve a Bizen
Ferro e fuoco
Forgi acciaio e il mio cuore
L’uomo che io sono scompare.

Petali di pesco.
L’anima mi hai forgiato.
La forma è quella del tuo cuore
L’uomo che io ero non è più.

Nespole color oro
Le labbra tue son la mia dimora.
Del mondo farò la tua.
Tu farai di me l’uomo che sarò.

L’acero ci avvolge.
Premonizione di sangue le sue foglie.
Per salvare te, devo morire io.
Tu farai di me l’uomo che non sarò più.

clan

Liberamente tratto dalla mia memoria antica. Da un giappone che non esiste più. Storia di un clan, di acciaio, di lame affilate, di vita, di fuoco, di morte e di due uomini che si amavano.

PUZZLE


Non ci manca quello che non abbiamo mai avuto o che non vive in noi.

Sono molte le cose che non mi mancano e altrettanto quelle in cui mi sono lentamente consumata nella mancanza. Struggendomi, fino a dimenticarmene, o meglio deponendole in punto preciso dell’anima. Accanto allo stesso luogo dove poggio quei tesori che ho accumulato nelle molteplici vite.

Son tesori differenti da altri, più li esponi e li regali, più si incrementano, ma è così difficile comprenderlo e una volta compreso è così complicato metterlo in pratica.

La speranza è trovare anime affini, come tasselli di un puzzle si incastrano con noi in questa vita, e ci danno un accenno alla visione del disegno.

Io qualcuna l’ho trovata.
Di vita in vita a un certo punto ci incrociamo e indichiamo, uno all’altro, il luogo dove abbiamo deposto il nostro tesoro.

Picture by Piet Flour

A loro devo le mie molteplici vite anche in questa esistenza. Grazie.