C’era “Sex and the city” e Carrie Bradshaw che parlava, in una grande città, di emozioni anche se usava la parola sex.
Qui ci sono io con “Sex and the lake” che parlo di emozioni, in una piccola città, anche se uso la parola sex.
La zia Daniela s’innamorò come s’innamorano sempre le donne intelligenti: come un’idiota. (tratto da Donne dagli occhi grandi di Angeles Mastretta)
Leggendo questa frase mi sono bloccata al pensiero “sono io”, non tanto per “donne intelligenti” (anche se una parte di me lo pensa… a volte), ma quanto al “come un’idiota”.
Questo perché, le pochissime volte che mi sono innamorata (dalla regia mi dicono “una volta e mezza”), mi sono innamorata così, come un’idiota, senza se e senza ma.
Credo che sia per questo che faccio fatica, oggi come oggi, a pensarmi innamorata. Fare la figura dell’idiota non mi piace, e diciamolo, essere idiota in amore porta sofferenza. Me lo domando, esiste la possibilità di innamorarsi come un intelligente?
E tu? Come t’innamori?
Nel frattempo io, mentre cerco il modo intelligente, m’innamoro ad ogni drama cinese, coreano, giapponese e thailandese. Insomma mi innamoro di ogni protagonista di movie asiatici e/o cantanti di cui mi piace la musica. Confesso qui sono poliamorosa: non caccio via mai nessuno dal mio cuore, ma divento un’accumulatrice seriale.
PS: Ultimamente comincio ad innamorarmi anche di acluni personaggi maschili degli anime…
Lo sto sentendo arrivare, quel rumore tipico, quello del vento che sta per arrivare e muove tutto intorno, quello che mi fa scombinare cose, persone e situazioni, quello che mi fa annoiare delle cose che amavo e mi rende irrequieta, mi trasformo in una avanguardia alla ricerca di non so che.
E’ un vento periodico, come i monsoni e le brezze costiere, che cambiano direzione stagionalmente o giornalmente, solo che io non so mai se sarà un monsone con annesso tifone o una leggera brezza marina che però è mutevole e mi lascia instabile ogni singolo giorno.
Negli anni ho imparato la geodesia della mia vita, ho compreso la ciclicità con cui arriva quel vento, circa ogni tre anni.
Arriva come Tramontana, un vento del nord freddo e secco, foriero di bel tempo, peccato che nel frattempo io senta freddo e diventi irrequieta, molto irrequieta. Poi, mentre procede, lentamente si trasforma a volte in un Ponente fresco ma gradevole o in uno Scirocco caldo, infine si calma e resta la quiete.
Con il vento, non c’è mai nulla di certo, neppure che ne uscirai indenne.
Vabbè, ragazzi, sono vaneggiamenti da inizio periodo Tramontana, vediamo dove mi porterà il vento questa volta!
Mentre sorseggio il cappuccino, rigorosamente di soia, la televisione del bar trasmette musica, come ogni mattina. Passa una canzone e subito mi domando come mai non lo ascolto da anni. Le sue canzoni mi piacciono e le sue parole ancora di più, quindi perché?
Risalgo in auto e sposto spotify su lui, Ligabue. Lo ascolto mentre faccio l’ultimo tratto di strada prima di entrare in ufficio.
Anni fa avevo iniziato ad ascoltarlo perché piaceva a un ragazzo che mi piaceva. Insomma quelle così lì, che molte persone fanno, iniziano ad amare quello che ama chi amano.
Quando il ragazzo che mi piaceva non c’era più, era rimasto il Liga, con le parole delle sue canzoni, sempre sentite mie, quasi mi avesse letto la mente.
Poi non so, ho smesso di ascoltarlo, a dire il vero per molto tempo avevo smesso di ascoltare musica. Negli ultimi anni avevo ripreso, ma ero andata su tutt’altri generi.
Oggi il Liga è ritornato prepotentemente con le sue parole che sono anche le mie.
Il Liga è come se mi mettesse una mano in gola, scendesse fino alle viscere, trovasse lì la mia vena malinconica e la riportasse in superficie. La mia malinconia è dolce non aspra, è una compagna di vita che ogni tanto caccio via, ma che è impossibile estirpare del tutto.
Dicono che la malinconia sia il desiderio di qualcosa che non abbiamo mai posseduto veramente, eppure che ha lasciato un vuoto, ma non saprei dirvi quale sia il vuoto mio, anche perché mi accompagna fin dai primi anni di vita, insomma da quando ho memoria di me.
Dicono anche che la malinconia sia prerogativa di alcuni temperamenti, e che la persona malinconica è silenziosa, introversa, fantasiosa e romantica. Tutte cose che non aiutano il rapporto con gli altri, non in questa società.
Comunque sia, so che nei prossimi giorni, tra le parole di una canzone e l’altra, si mischieranno i miei pensieri, mentre la malinconia li mescolerà ancora di più per farne parole nuove, che forse non pronuncerò mai, e rimarranno solo nuovi pensieri.
Il “ti voglio bene” per me è una frase difficile, per me dirla vuol dire esporre la parte più indifesa e delicata di me.
E’ una frase complicata per le mie labbra, non perché non lo pensi o non lo provi ma solo per quella tremenda sensazione che nel dirlo squarcio un attimo la mia corazza, ritrovandomi “nuda” davanti al mondo.
L’altra sera sono uscite da sole, inaspettatamente anche per me, in quell’abbraccio di saluto post pizza e birra. Avrei voluto dirti anche cosa quel “ti voglio bene” conteneva, ma non sono andata oltre.
Avrei voluto dirti che anche se ci si vede random, perché il nostro quotidiano ci riempie d’impegni e doveri, in questa mia vita io ti sento presente, da anni, a differenza di tante altre persone.
Avrei voluto dirti che mi ricordo ancora quando alla tua festa di laurea mi hai chiesto la macchina fotografica con cui immortalavo la festa, e al momento della stampa, sei chiappe di cui due tue, erano presenti.
Avrei voluto dirti quanto sia ancora presente il ricordo di quando ci hai accompagnato (me e Progenie, agendo d’istinto e d’impulso, chiedendo un permesso al lavoro) in un lungo viaggio in auto, salvandoci da una situazione pesante, in cui portavamo il corpo materico di mia madre nella terra delle sue origini.
Avrei voluto dirti che sei entrato in questo cuore in maniera definitiva, permanente e indelebile quando dopo la morte di mia madre, tu l’unico, sei stato presente non a parole ma con i fatti; per oltre una settimana con il sacchetto della spesa, arrivavi a casa da me e cucinavi per me e Progenie.
Avrei voluto dirti che, quando ormai adulta e con una figlia a sua volta adulta, ho avuto un “ritardo di quasi un mese”, tu sei stato l’unico, quello con cui uscivo e parlavo a cuore aperto del mio terrore, poi rientrato.
Avrei voluto dirti che mi ricordavo anche le serate alcoliche, i tuoi compleanni in posti improponibili, il tuo non dire e comprimere quello che provi, il tuo tenere tutto dentro per non pesare sugli altri, ma che io vedo.
Avrei voluto tante altre cose, ma è uscito solo quel veloce “ti voglio bene” mentre ti abbracciavo e salutavo.
E tutti quei “ti voglio bene” non detti l’altra sera, te li dico ora, da lontano, così non mi prendi in giro (perché lo faresti) e così non mi vergogno io, di mostrami “nuda” nei miei sentimenti. Oggi trovo il coraggio e mi mostro “nuda” al mondo per dirtelo, amico mio
Quando la fortuna è dalla tua… Vai nella China Town Milanese a far spedizione punitiva con gli amici (La Ing., La Donna Creativa e KravMaga Man), alla ricerca del Makgeolli.
Dove compri il Makgeolli, una birra asahi da mezzo litro, una birra Kirin da mezzo litro (si capisce che mi manca il Giappone?), un pacchetto di fagioli mung, una confezione di alghe wakame e i piselli tostali alla cipolla (non sono buoni, di più).
Tu avresti voluto prendere quelli all’aglio, consapevole dei problemi respiratori che avresti dato a chi ti era vicino, ma poi rivolta a KravMaga Man hai esclamato: “Ma che me frega, tanto sono single!”, e lui candidamente ti risponde: “Forse è per quello…”. Ooooook! Vada per quello alle cipolle (ma credo che il problema sussista ugualmente).
La Ing. prima di uscire dal supermercato cinese compra dei biscotti della fortuna, e quando esce ne distribuisce uno per ciascuno di noi. Chissà cosa ci riserva la fortuna!
Apro il mio. Tra tutti, solo il mio biscotto della fortuna, era VUOTO!
Ho provato a scuoterlo, aprirlo, girarlo, forse è incollato dentro, forse è fuori nella confezione, supplicarlo, niente. VUOTO! La domanda sorge spontanea: “L’universo mi vuol dire qualcosa?”.
Un altro breve giro per negozi, tra cui uno di quelli dove compreresti tutte quelle cose che non ti servono a niente, ma che vuoi assolutamente! Da quel negozio sono uscita con un bellissimo vestito cinese made in Vietnam (che indosso in questo momento), preso dal cestone dei vestiti con le taglie disassortite, alla folle cifra di € 9.90.
A quel punto la fame stava prendendo possesso di noi e quindi siamo andati alla ricerca del negozio che vende i baozi (panini al vapore cinesi ripieni).
Lì, tra un morso al panino e un sorso di birra, sono partiti tra KravMaga Man, La Donna Creativa e la sottoscritta, discorsi filosofici di vita e sulla felicità.
Il sunto?
La felicità è come la glicemia
ha i picchi e le cadute!
Più un momento di felicità ha raggiunto alte vette, più la fase discendente sarà profonda nel momento in cui (inevitabilmente) inizierà la discesa. Quindi meglio avere momenti di serenità nella vita, o di felicità?
Io è KravMaga Man abbiamo optato da qualche anno per la serenità, La Donna Creativa si è riservata di ragionarci sopra. Nel frattempo che noi disquisivamo, La Ing. mangiava mini baozi e beveva birra, cosa che potrebbe essere la terza opzione della domanda!
La cosa che ci ha accomunato è stata che ognuno di noi si ritiene fortunato della vita che vive (questo nonostante il mio biscotto della fortuna VUOTO!), consapevoli che non ci manca nulla, che possiamo quindi, spaziare in questa esistenza.
Questo grazie anche al fatto che uno viva la vita cercando la felicità, o cercando la serenità, avere degli amici con cui parlare dei picchi glicemici della felicità, aiuta entrambe le teorie.
Mi sono innamorata in meno di un secondo di lui, anni fa, con una frase: “Arredare con il vuoto”.
Il mio amore per il Giappone è nato lì, sfogliando una rivista di architettura, in una frase letta per caso.
Sono consapevole che posso sembrare un po’ folle, non so neppure se riesco a comunicare con voi quello che voglio dire, se riesco a farvi capire, come una piccola frase letta per caso, abbia potuto farmi amare e innamorare di un paese di cui (allora) non conoscevo niente; eppure è successo.
Quella frase mi fece sentire a casa, avvolta in qualcosa di familiare. Percepii un modo di vivere e affrontare la vita, che in qualche modo era insita in me (non che io ne sia capace, la mia casa e la mia vita, è tutto tranne che contenuta nella frase “arredare con il vuoto”, direi di più che il mio arredatore è il Dr. Caos).
Lungi da me, ai tempi, la possibilità di approfondire e conoscere, ma rimase lì, come un piccolo seme nel cuore, in condizioni di non sviluppo. Negli ultimi anni quell’amore si è nutrito di arte visiva, di film, di libri e della loro dicotomia che ogni volta mi colpisce e affonda.
Un amore, a senso unico, durato anni. Neppure nei miei pensieri più lontani pensavo che sarei potuto andarci un giorno. Un sogno troppo grande, ed io ai sogni non credevo più. E invece.
Invece scriverò qui del mio viaggio in Giappone di questi giorni, dell’aver scoperto che il Giappone mi ha amato, non so se quanto lo amo io, ma ogni giorno in cui sono stata, mi ha avvolto del suo amore e della sua gente.
Sono ritornata in Italia da pochi giorni e già manca, soffro di “mal di Giappone”. Scrivere dei giorni passati lì e mostrarvi le foto amatoriali (quindi perdonate se non sono perfette) che ho fatto, è il mio modo di lenire la sua mancanza.
Il Giappone dopo avermi conquistata con la frase “Arredare con il vuoto” mi ha fatto innamorare perdutamente di se con la sua “La presenza dell’assenza“.
Ps: se vi chiedete il perché del titolo… non lo so! Me lo sono sognata questa notte. Non conosco nessuno che risponda a questo nome, non so neppure se sia un nome maschile o femminile, o se Mino sia un loro cognome, ma mi sembrava giusto dare questo titolo al mio primo post avendo Morfeo inviatomi questo misterioso input!
(C’è qualche Mino Ayato per caso nei dintorni?)
C’è chi in viaggio fotografa solo architettura e paesaggi e poi ci sono io. Ecco a voi un buonissimo panino made in Japan imbottito di noodles! (come fai a non amarli!?)
Sono in un momento di “a breve si cambia” e la cosa mi piace, anche se un po’ di inquietudine mi pervade, perché allo stesso tempo non so esattamente, quale trasformazione avrò. Poi penso che in questi anni sono stata la signora della trasformazione, pur rimanendo la stessa, quindi “Inshallah”, se dio vorrà, avrò una versione 3.0 di me stessa.
Quest’anno è anche l’anno dei viaggi, cosa che mi sarebbe piaciuta sempre tanto fare, ma che per questioni di “money”, di tempo, di spazi e della peggiore che va sotto il nome “senso di colpa, lascio gli animali da soli a casa”, ho sempre rimandato. Nell’anno dell’ennesima mia trasformazione, però ho trovato una soluzione a tutte queste questioni, e quindi:
Berlino, a inizio aprile, da Progenie. A Berlino sono già stata, vivendo Progenie lì, e quindi è un tornare in luoghi “conosciuti” dove la lingua la prima volta in cui sono stata mi sembrava dura ed escludente, ora la trovo decisa e avvolgente.
Mi piace una città, tra le tante cose, in cui essere vegana è facile e dove la diversità coabita a distanza di pochi metri.
Il Giappone a fine aprile e inizio maggio, due settimane, dove si concretizza un piccolo sogno. Non so dirvi di preciso quanto è iniziato, ma so dirvi di preciso come mi sono innamorata di questo paese. Non con i manga, gli anime o i dorama, ma con una frase letta in un articolo di architettura anni fa, che parlava di questo paese. Una frase che a voi potrà dire poco o nulla, ma a me ha fatto sentire a casa. La frase era: “Arredare con il vuoto“.
Se tra voi c’è qualche esperto di psicologia, magari mi saprà dire come al semplice leggere questa frase, io mi sia innamorata immediatamente di un paese lontano di cui non conoscevo nulla. Questo innamoramento è proseguito nel tempo, tenuto nascosto perché non razionale (come fai ad amare qualcosa che non conosci?), sepolto nel tempo, e negli ultimi anni riesploso, incontenibile.
Parigi a giugno. Non ci sono mai stata, a dire il vero non sono mai stata in Francia, sarà quindi la mia prima volta francese (se escludete la Corsica che i francesi pensano francese e i còrsi pensano còrsa).
Sarà un viaggio di gruppo con gli amici. Quattro giorni insieme. Sarà anche l’occasione in cui metterò alla prova il mio riuscire a condividere lo spazio con oltre due persone alla volta, per un tempo che supera le ventiquattro ore. Dico questo perché, non so voi, ma io ho bisogno di spazi, nell’arco di una giornata, in cui ci sono solo io e io, magari poco, magari solo mezz’ora, ma mi è vitale. Credo dipenda da anni e anni in cui padrona del cosa faccio, quando e dove sono solo io.
Poi riemergo sorridente, ma quello spazio è salvaguardia per me e per chi mi sta accanto.
RISQUE’ BUSINESS: PAESI BASSI E GERMANIA Varietà – Talk Show – +18 Anno 2024 Sex Industry, Taboo, Sexual Content 6 episodi da circa 30 minuti Su: Netflix
TRAMA
E’ un varietà, non esiste una trama, ma solo un filo conduttore in un viaggio pieno di buonumore, con lo scopo di capire meglio la cultura e l’industria del sesso nei Paesi Bassi e in Germania, raffrontandola con quella Coreana.
Condotto dal comico Shin Dong Yup e dal cantante/attore Sung Si Kyung, entrambi coreani, i due hanno saputo accompagnarci nel programma con garbo e divertendo. Specialmente nelle prime puntate ho riso molto con loro/di loro, poiché le espressioni dei loro visi portavano in luce le differenze culturali tra Coreani e “occidentali”.
OPINIONE PERSONALE
Non sono un’amante di programmi di varietà e talk show, ma mi sono appassionata a questo, avendo già visto quelle riguardanti il Giappone e Taiwan.
Le interviste, i video, e le esperienze che i due conduttori provano e ci fanno vedere, sono puntate sugli aspetti legati ai taboo e a tutto ciò che riguarda il sesso e la sua percezione a seconda della cultura cui si appartiene.
Vedere come due coreani affrontano la “libertà sessuale” dei paesi bassi e tedesca, è stato divertente, ma ho “scoperto” anche io degli aspetti che non conoscevo o non conoscevo bene.
Le ultime puntate sono scorse un po’ meno veloci, avendo focalizzato le puntate, di volta in volta, su un unico argomento.
CURIOSITA’
Esiste anche una versione di “Risqué Business: Japan” e “Risqué Business: Taiwan” la cui recensione ho già pubblicato precedentemente.
Era molto che non ti facevi accompagnare da Morfeo da me.
Non ti aspettavo, e neppure quello stretto abbraccio dal quale non ci staccavamo, quasi a fonderci, in un luogo senza tempo e confini.
Non so se sono deliri o qualcosa che sfugge alla nostra comprensione, so solo che l’emozione, la mia, era vera, è vera.
C’è chi nasce lupo e rimane legato tutta la vita a un solo compagno e chi leone marino e assapora ogni storia che vive, anzi la cerca. Nessun giusto o sbagliato, solo un’indole, un marchio, un timbro o una maledizione che ci portiamo dentro. Io con te ho scoperto di essere lupo.
Lascerò stemperare lentamente, non ho scelta, questa emozione che mi porto dentro dal risveglio, questo senso di vuoto che tende a voler esser riempito dalle contrazioni del cuore e dai nodi che si formano in gola.
Arriverà sera, e avrò nuovamente sepolto, quello che fu di noi e quello che non fu mai.
Ci sono parole che ho imparato quali pazienza, parlare, attendere. Pazienza: ci sono voluti anni, in cui la perdevo e ritrovavo. Anni di allenamento perché il momento in cui la perdevo fosse sempre più lontano. Ma confesso, a volte mi rendo conto che devo ancora allenarmi.
Parlare: ho vissuto in silenzio per anni, poche parole e tanto ascolto. Poi ho iniziato, ed è stato un crescendo, stoppata ogni tanto dalle paure e dalle insicurezze, ma non mi sono più fermata. Devo ammettere, però, che negli ultimi anni spesso utilizzo il bonus “silenzio”, lo faccio quando vedo che parlare è inutile.
Attendere: è in qualche legata alla pazienza, ma ne è solo parente. Ho imparato ad attendere tempi migliori, la luce in fondo al tunnel, il passaggio del dolore che attraversa l’anima per uscire.
Ci sono parole che ho perso tipo fiducia, ingenuità, accondiscendenza. Fiducia: ne avevo tanta negli uomini, nel mondo, in me a volte. Poi l’ho persa, forse l’ho utilizzata troppo, e troppo a sproposito. Ho riposto fiducia in situazioni, amori e amicizie, ma quando ho sentito quella lama nella schiena e mi sono voltata, non l’ho più trovata.
Ingenuità: l’ho tenuta con me molti anni, forse troppi. Seguiva, come una pecorella il cane, “fiducia”, andava di pari passo nel mondo. Un giorno si è sentita dire: “Non puoi essere così ingenua alla tua età” e ingenuità ha pianto, e nel farlo ha cominciato lentamente a sciogliersi, come un ghiacciolo a ferragosto.
Accondiscendenza: voleva far contenti tutti. Cercava di tamponare i bisogni e desideri altrui, e per farlo perdeva di vista gli obiettivi che l’anima si era posta, la relegava e spesso imprigionava.
Ci sono parole ambivalenti tipo accettazione, sopportazione. Accettazione: a volte è positiva, accetti la diversità, il fato, il momento, una visione diversa dalla tua, ma a volte scompare e arriva “intransigenza” davanti a parole quali crudeltà, ingiustizia.
Sopportazione: è come “accettazione” a volte è positiva, ma davanti ingiustizia, repressione, schiavitù, manipolazione, esplode in “ira”.
Poi ci sono parole che non ho ancora imparato, sto ancora vivendo questa vita, cercando di apprenderle.