PER TUTTO IL RESTO C’E’ MASTERCARD


Siedo sul divano rosso del salotto e penso a come, assieme, si sia “progettata” la casa a Lecco: la cucina viola, camera tua blu, la mia grigia – e il bagno, diventato rosso quando hai visto quel ripiano rosso ciliegia e te ne sei innamorata, e io all’inizio ero perplessa, e alla fine mi sono trovata ad amare quel bagno unico, con quel rosso vita a salutare al mattino e alla sera.

Mi piacerebbe festeggiare questo tuo compleanno con te, ma anche quest’anno non accade. E non mi piace tale sterile dato di fatto, e così penso: mi sono concentrata per mutare il mio presente di modo che mi piacesse, ed eccomi qui, sul divano rosso che era parte del progetto, e domani sera lavoro e non mi spiace, e forse è arrivato il momento di concentrarmi anche su un altro aspetto del presente che mi interessa. Il poterci vedere più spesso. O rendere più intenso, di qualità, il tempo passato assieme – ma, ouch, ne sto già parlando come fosse un progetto lavorativo, e allora diciamo semplicemente: lascerò che le mie energie, di sottofondo e nell’inconscio, si dedichino a far sì che io possa di più – sia più spesso, o in maniera più intensa, o non lo so e mi lascio aperta alle ispirazioni – godermi dei momenti condivisi con te.

Sembriamo fare a gara, io e te, a chi si occupa più tempo. La conseguenza è la difficoltà a incontrarsi, ma ci sono così tanti lati positivi a controbilanciare. Mi piace, sai?, avere una Mater così attiva e partecipativa e smossa dalla propria curiosità e dalle proprie passioni. È stato un onore poterti aiutare a rifinire la tesi, perché era il compimento (simbolico e non) di un progetto e perché, leggendola, mi sono sentita al contempo fiera e di nuovo bambina, a rileggere di Alice e dello scoprire, del finire nelle proprie profondità, di un viaggio che avviene senza muovere passo.

E così mi dico che, proprio grazie a questi tuoi tanti impegni, mi permetti di festeggiarti in un modo ben più importante del vederti di persona: saperti così presa, così risucchiata dal presente, mi consola ed entusiasma. È strano, questo discorso, che ricorda quello delle madri che guardano le figlie percorrere la propria strada tra la malinconia e la fierezza, il dispiacere e la gioia, ed è strana questa inversione, che in questo momento sia io a vedere te così, e penso che la adoro, questa stranezza, adoro tutte le stranezze del nostro rapporto, persino quelle passate che sono state difficili da digerire, perché – lessi una volta – questa è la differenza tra amore e feticismo: l’amore ama il tutto, l’insieme; il feticismo solo una parte. (E mi sto pure commuovendo a scriverti questo; e devo commuovermi e trattenere il magone in modo simile a te. In alcuni intensi momenti è successo proprio questo: abbiamo trattenuto il magone una davanti all’altra, ci siamo viste, abbiamo riso ed è stato quest’insieme a farci comunicare l’una con l’altra più di mille lacrime non trattenute.)

Sai già che sto bene e che sono felice, ma sai quanto ciò sia dovuto a te? Osservo spesso persone a me simili per così tante cose – le premesse sociali e di classe da cui vengono, le opportunità finanziare della famiglia, i dissesti psicologici – e so che sono stata fortunata. Per quello che ho oggi, per il come io veda la vita oggi – e tu sei stata così spesso la variabile decisiva. Ormai, quando si parla di certe questioni – stima in sé, coraggio di osare per migliorare la propria vita, proteggere la propria identità – lo premetto: sono stata fortunata, dico, e lo sono stata per gli esempi che mi sono stati dati. E che continui a darmi, e che ora posso celebrare da adulta (un po’ più) consapevole.
Insomma… Auguri, Mater

Questo ho letto stamattina sul mio cellulare, un messaggio mandato alle 00.00, per entrare esattamente nel giorno in cui io ho deciso di venire al mondo. Credo di averlo riletto già almeno una decina di volte, e ogni volta mi commuovo fino a tirare su con il naso, fino a stringere la bocca per impedire a quel groppo in gola di risalire, fino a sorridere tra un occhio umido e le lettere delle sue parole.

Lei si dice fortunata, ma lo sono io. Dicono che quando decidiamo di nascere scegliamo i genitori con cui farlo, scegliamo quelli che in qualche modo permetteranno il nostro cammino. Lei ha scelto me, e di questo io sono grata, perché senza Lei io non sarei quella che sono, e neppure avrei scritto quella tesi di cui lei si dice onorata di aver rifinito.

Lei hai scelto me. E lo fa ancora con questo scritto, che riempie il cuore e i condotti lacrimali, da donna adulta e consapevole.

Sono una donna fortunata, sono una mater fortunata, lei è lontanissima ma è più vicina di molti figli che vivono sotto lo stesso tetto dei genitori. Dovrei essere triste ad averla così lontana, e sì, mi piacerebbe averla a un distanza che mi permetterebbe di dirle “Che dici, stasera ci facciamo una pizza insieme?”, ma rimango felice lo stesso perché ha scelto la sua strada, l’ha trovata ed è riuscita ad imboccarla, è volata fuori dal nido e lo ha fatto con ali maestose.

Il più bel regalo è questa lettera virtuale, e non lo dico per dire, per tutto il resto c’è mastercard. E ora basta scrivere che corro il rischio di fare ammalare tutti di diabete.

Ci sono giornate che sono fatte di una luce sfavillante, questa è una di quelle, e ora vado a rileggermi per la millantesima volta le tue parole.

Ti voglio bene

Tua Mater

PUNTI


Tre anni.

Fine settimana imprecisati sui libri.
Altrettanti fine settimana a non farlo.
Decine di volte che “Cazzo non ce la farò mai”.
Periodi di tentennamento, momenti di convinzioni.

Alla fine eccola qua, consegnata in attesa di dicembre, un tocco di rosa a mettere il punto finale.
E’ invece no.
Invece rendersi conto che questo non è un punto finale, ma solo un punto d’inizio.

Soffermarsi a pensare a tutte le volte che pensavo che una data cosa, una certa situazione, sarebbe stato il punto finale, e invece ogni volta rendermi conto alla fine che era solo una tappa, il punto d’inizio di qualcosa che pensavo sarebbe stato un punto finale, che alla fine sarebbe stato un altro punto di inizio. Vi siete persi? Ebbene, io nella vita, un sacco di volte.

La verità è che in questo mondo non ci sono punti finali, il mondo è tondo, e il nostro cammino circolare.
Non ci sono punti, anche se io li metto a volte (ma metto anche paletti, muri, filo spinato e ghiaccio), specialmente con le persone, specialmente con le persone che ho messo vicino al cuore. Ma li metto sulla carta, perché nel cuore il mio cammino è circolare (senza punti finali, paletti, filo spinato e ghiaccio) e alcune persone le porto sempre con me a loro insaputa. Ma sto divagando, stavo parlando dei tre anni e della mia tesi finalmente consegnata.

La osservo, nulla è a caso, neppure il colore, neppure Alice, neppure io. La guardo, in qualche modo, tre anni sono racchiusi in quelle poche pagine. Pensavo di “sedermi” dopo questo triennio e invece progetto ancora un punto d’inizio. Sorrido è una bella sensazione quando sei nel momento esatto in cui tutte le possibilità sono davanti a te. Quando tu puoi spaziare e scegliere. Del resto, cosa farò da grande, io ancora non lo so.

LA SCELTA


Avrei voluto lasciare le mie dita leggere sul tuo cuore, tu il mio lo tenevi prepotentemente racchiuso nel tuo pugno.

Avrei voluto ritrovarmi a guardare l’orizzonte insieme a te, la stessa direzione, gli stessi passi, lo stesso cammino, e invece ti scoprivo a perderti in mondi fatti di esalazioni narcotiche.

Mi guardavo allo specchio, le mie lacrime erano una domanda: “Era stato un sadico destino l’averti trovato o quel destino l’avevo forzato per trovarti in questa vita, e per quello ora pagavo pegno?”

Poi mi sono scelta.

VERDE MELA


Lei era Valentina Mela Verde nei fumetti ed io ero il suo alter ego timido nella realtà. Ha accompagnato i primi anni della mia adolescenza. Veniva pubblicata sul corriere dei ragazzi, era il mio atteso appuntamento settimanale. Eravamo così simili, anche se la mia famiglia non era idilliaca come la sua, e quindi mi cullavo nella sua. Arrossiva per Gaspard ed io lo facevo per Alessandro (chiaramente come lei, a insaputa di lui).

Alessandro 16 anni, 14 io. Lo avevo conosciuto proprio tramite il corriere dei ragazzi, abitava a 30 km da me, avevamo intrapreso uno scambio epistolare. Ci siamo scritti delle lettere per anni. Un paio di volte ci siamo visti, anche se le distanze che oggi paiono ridicole, per noi adolescenti che furono, erano enormi.
Siamo stati innamorati uno dell’altro, di quell’amore che solo da adolescenti puoi provare, ma ahimè quale presagio della mia vita sentimentale futura, in tempi diversi. Io fui la prima, ma lui aveva una ragazza, Ornella, quindi non dissi niente per paura di rovinare la nostra amicizia e di perderlo. Poi quando un anno dopo io mi misi con un ragazzo, lui segretamente si era innamorato di me. Ma non disse niente per paura di rovinare la nostra amicizia e di perdermi. Ce lo confessammo un paio di anni dopo.

Ma stavo parlando di Valentina. Eravamo così simili, così desiderose di crescere e allo stesso tempo cosi mele verdi. Se penso a lei, se penso alla me di allora, sorrido e la tenerezza mi riempie come il rum con il babà. Ero davvero bella (e non intendo solo fisicamente) e crescendo che mi son rovinata. Quel desiderio di crescere mi ha fatto perdere.

Io spero che Osho abbia ragione, che esista l’innocenza del bambino e l’innocenza del vecchio. La prima inconsapevole, la seconda come scelta. Perché la prima me la son giocata, ma alla seconda anelo.

LA SCELTA


Questo mondo è un mondo di carnefici inconsci, quelli che per paura di diventare vittime, diventano carnefici.

Eppure lo sento che in mezzo a tutto ciò esiste il liberum arbitrium. Potremmo scegliere di non essere né vittime, né carnefici, ma abbiamo paura.

La libertà presuppone responsabilità che preferiamo sputare sugli altri. Tappiamo il nostro dolore, il nostro mancarci, mentre ci droghiamo di obblighi inesistenti, di desideri contraffatti, esacerbiamo la voglia di godimento, qualsiasi, quasi a soffocare il sentire. Inutilmente.
Quel flebile suono dentro noi ci ricorda sempre la nostra mancanza. Avremmo potuto e non siamo.

MANIPOLAZIONE BATTERICA


Ora io questo battere lo voglio conoscere! Voglio nome, cognome e indirizzo.
Ah no, aspetta, l’ultimo non mi serve, ho la certezza che viva nel mio intestino. Lui, sua moglie e suoi trilioni di parenti.

Parliamo poi del suo socio in affari Indolo, quello che gli ripulisce casa e nel farlo si fa un giretto nel mio cervello, stimolando il mio bisogno di ricompensa mangiogodereccia, iperattivandola.

Ora io non voglio sfrattarvi a te e tua moglie, ma avete due possibilità:
A) dovete promettere che quando fate sesso usate il preservativo e non vi riproducete, nel mentre io comunico ai tuoi trilioni di parenti che il mio intestino non è la casa loro, quindi “iatevenne” a casa vostra!
B) cambiate lavoro, invece di iperattivare la mia mangiagodereccia voglia di cibo, diventate batteri che regolano correttamente il senso di sazietà, stimolano in modo efficente i neurorecettori e amplificano le sinapsi, questo voi e i vostri parenti. Che se proprio dovete manipolarmi, fatelo nel modo giusto!

E io che mi facevo i sensi di colpa, pensando che ero una golosona che non riusciva a mettersi a dieta! Invece ero solo invasa.

«La tendenza al mangiare per piacere o per dipendenza piuttosto che per fame sembra dipendere anche dall’influenza che alcuni batteri intestinali riescono produrre su alcune aree del nostro cervello collegate alla ricompensa. La conferma dello stretto legame tra cervello, intestino e comportamento arriva da uno studio pubblicato su PLOS One.
Alcune aree della rete della ricompensa del cervello, come il nucleo accumbens e l’amigdala, sono note per determinare i comportamenti alimentari. I ricercatori dell’Università della California a Los Angeles le hanno analizzate, tramite scansioni di risonanza magnetica funzionale, in 63 partecipanti sani che hanno anche completato questionari per misurare la loro propensione alla dipendenza da cibo.
Quindi hanno raccolto e analizzato campioni fecali di queste persone per determinare la presenza di particolari metaboliti intestinali, ovvero sostanze prodotte dai batteri. Coloro che nel microbioma presentavano elevati livelli del metabolita chiamato indolo – prodotto dalla digestione dell’aminoacido triptofano – avevano una funzionalità e una connettività più forti in specifiche aree della rete di ricompensa del cervello. Questo potrebbe indicare che l’indolo stimola un sistema di ricompensa iperattivo che a sua volta promuove la sovralimentazione.
Le stesse persone avevano infatti anche maggiori probabilità di avere dipendenza da cibo, come determinato dai questionari che avevano completato. Primo negli esseri umani a mostrare l’associazione tra metaboliti specifici prodotti da batteri intestinali e l’eccessiva assunzione di cibo, lo studio apre la porta a ricerche future su interventi specifici, come i cambiamenti nella dieta, che potrebbero influire sulla funzione cerebrale e così influenzare il desiderio di mangiare quando non si ha fame.»

(Fonte ANSA del 28.08.2018)

FAMILY



Ho una famiglia interrazziale.
Una famiglia bellissima.
Una famiglia con tutti i suoi casini e scleri.
Una famiglia con i suoi momenti di amore e tenerezza.
Una Famiglia. Punto.

Micio e Diana ora ci aspettano sul ponte arcobaleno.
Loki, Atena, Smilla, Moka, Morgana, Sophie e Juni vivono con me.

Nella foto, appositamente, son stati messi in ordine di arrivo nella mia vita.

STRONZATE


E che in questa epoca ci si dimentica dell’essenza della parola “amico”. In questa epoca ci sono gli amici di baldoria, gli amici di bevuta, gli amici per uscire, gli amici di convenienza e i trombamici.

Ma son stronzate. L’amico è uno solo, quello che cerchi, e che ti cerca, sia per ridere che per piangere, il resto è solo un occupare lo spazio vuoto della propria anima per paura della solitudine.

SENZA ADDITIVI



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STRETTOSITA’


Questo blog comincia a starmi stretto
(speriamo di dimagrire durante le ferie)