EMBRIONE


Per come sono fatta la cosa più faticosa è cominciare, figuratevi ricominciare!

E non pensate che nel mentre scriva io pensi a un uomo e a una storia d’amore. Specifico perché so moltissime persone pensano che se una donna è sofferente è colpa di un’amore putrescente e del relativo uomo (uomo vale per le etero e i gay, donna vale per le lesbo, entrambi per i bisex o a vostra scelta perchè tra gender e sottogender io mi perdo).
Ma non è così, io son bravissima a star male e autodistruggermi anche per altre cose. Ma non è una cosa di cui scriverò oggi dei miei ultimi cinque mesi. Oggi stavo scrivendo della faticosità del ricominciare. Ricominciare a sorridere, a lottare e soprattutto a credere. Fatto questo il resto viene da se.

Io mi accorgo quando questo accade perché guardo e osservo senza la patina di grigio; “sento” la bellezza delle cose attraverso gli occhi e nel contempo vedo la comicità della vita e di quello che abbiamo intorno.
Sabato pomeriggio, in una passeggiata nella Bergamo alta (e bassa) mi sono accorta che qualcosa si è mosso. Lo sguardo si posava e l’anima si emozionava
Emozione

Lo sguardo cadeva, la mente sorrideva, l’ironia coglieva

Casa della libertà per l'esercizio della tirannia!?
Casa della libertà per l’esercizio della tirannia!?

Un embrione sta crescendo.  Una parte di me sta rinascendo,  ciò piace a tutte le mie personalità multiple.

PS: Clicca qui se vuoi vedere qualche altra immagine del mio sabato pomeriggio

PPS: Devo ringraziare Progenie e VB che mi hanno spinta ad andar con loro.

SINDROME POST TRAUMATICA DA VITA


Che poi ti dici ma che sindrome è sindrome, al massimo io ciò la sindrome del bombolone alla crema ingurgitato.

Che poi ci pensi e ti dici bé se comincio a metter i mattoncini da quando ero piccola, si vabbé, ma tutti iniziamo fin da piccoli a soffrire

Che poi ci rifletti e soppesi e si in effetti una dietro l’altra né, ma tutte sopportabili le batoste, per l’amore del cielo, e poi le ho superate. Bé forse superate superate no, ma accantonate, messe lì in un angolo a prender polvere si. Bé forse tutte sopportabili non proprio, una forse no, ma fa niente l’ho messa in fondo in fondo, con sopra tutte le altre così non la vedo.

Che poi te lo dici, si ok, ma l’ultima alla fine è meno peggio delle altre, i tradimenti, le coltellate alla schiena, è roba di tutti i giorni.

Che poi sospiri, si dai, ti avevano avvisato quando eri giovane, “La vita è dura, vai bene te che sei giovane, vedrai”, insomma lo dovevo sapere che prima o poi.

Che poi ragioni, se cade una fondamenta ne costruisci un’altra, si ma però è un casino toglier le macerie prima.

Che poi te le guardi proprio, lì una sopra l’altra, tanti piccoli traumi di vita si impilano uno sopra l’altro, come piccoli lego, fino a quanto sono troppi e tutto crolla.

Che poi infine lo ammetti, cazzo cazzo, son in piena sindrome post traumatica da vita!

CIBO


Quando ho abbassato la guardia son entrati. Il peggiore di tutti era Lui. Affondava le fauci nelle viscere e sussurrava: “Mi spiace, mi spiace, mi spiace”, nel farlo sprofondava sempre di più.
fauci

Non nutrirò mai più nessun predatore.

L’AMANTE MENTALE


Ho appurato di essere un’amante mentale.
E difficile essere amanti in generale, figurati mentali.

Gli amanti mentali non sono amanti nel senso stretto della parola, non trombano, non sono innamorati, ma non sono neppure amici, non solo almeno. Con l’amante mentale apri il cuore e lo fai vedere, ma apri anche i pensieri e li metti lì un pò più a destra dell’anima.

Ho scoperto di esserlo alla fine di una chiaccherata partita dai miei acquisti fatti all’Ikea, attraversando felpe da lui comprate per il nipotino, correndo velocemente attraverso un sex toys, inciampando in Raz Degan per arrivare alla questione annosa ormai per lui; la sua storia amorosa attuale e alla decisione che non sa prendere.
Io alla sua donna son poco simpatica, molto poco simpatica direi, e da lì Willy a dirmi: “Già…. a volte mi sento scemo……è come se avessi un’amante ma non ci scopo mai…. ma si puo???” ed è stato in quel momento che l’ho capito, diciamolo lo sospettavo da un pò, ma in quel momento ho avuto la conferma e gli ho risposto: “Ma è così. Hai un’amante mentale”.

Io e Willy ci conosciamo da una decina d’anni. Ora abbiamo assodato che siamo amanti mentali. Ci siamo raccontati in tutti questi anni le nostre rabbie, i nostri dolori e i nostri amori. Abbiano litigato e siamo spariti, per cercarci a distanza di pochi mesi. Uno chiede all’altro consigli e in qualche modo si fida di quello che l’altro dice. Ci cerchiamo quando siamo tristi perchè l’altro, non so come, scioglie la tristezza e ci fa ridere. Ci sentiamo tutti i giorni, magari solo per un ciao e a volte più volte al giorno, ma possiamo stare mesi senza farlo. Son passate (passano e passeranno) le nostre rispettive storie d’amore e d’amicizia, ma in qualche modo l’altro cé sempre ad ascoltare.

La sua donna è gelosa di me, ma sbaglia, non sono io il pericolo, è lei stessa.

IL CLUB DELLE PIATTOLE GIOIOSE


Piccole, tenaci e fastidiose. Scriviamo di noi e siamo pallose. Ma sotto questo aspetto bruttino e depresso noi siamo gioiose.

Noi siamo le piattole gioiose e viviamo nei blog.

Amo il blog da sempre, molto più di tutti i social messi insieme. Son cose diverse sia ben chiaro, ma mentre (per me) il blog è ammmmmore con i social e una cosa tipo trombamici. Non sto dicendo che il blog sia migliore, dico solo che è diverso.

Il blog ti permette di avere i tuoi tempi e di esprimerti con più di 140 caratteri. Non devi avere tremila amici e non sei costretto a leggerti quintalate di minchiate uguali identiche tra loro. Sul blog vai tu a cercare e leggi quello che ti piace, ti interessa e ti colpisce. A volte ti attira una frase, a volte un titolo e a volte un’immagine; a quel punto entri in punta di piedi nel blog e ti avventuri. Conosci così le persone, attraverso le loro parole e i loro pensieri. Ecco quello che ho scritto fino a ora è da piattola pallosa, ora vi parlerò invece del club della piattole gioiose.

Ieri ho scritto un post (ovvero quello che precede questo, per me ieri è una frazione temporale che va da ieri fino a una settimana fa) in cui parlavo del fatto che, porca paletta, quando scrivo sembro più seria, pesante e pallosa di quanto non sia nella vita. 
Credevo di essere sola in questo stato, è invece no! Mi si legge e mi si dice: “Pure io pure io”. Da qui l’idea di questo post, per ufficializzare la nascita del club (aperto a chiunque ne voglia far parte, senza distinzione di sesso, gender, origine e religione).

PS: ringrazio di cuore chi, scrivendo nei commenti (membri del club ad honorem), mi ha fatto capire che non sono (la) sola nell’universo, ma che ci son come me tante piattole gioiose, ovvero che è vero si scrivono cose serie, tristi e pallose, ma dietro quelle parole si nasconde una piattola che non aspetta altro che ridere e scherzare.

DIAMANTA RABBIT


Obiettivamente se io non fossi io e mi leggessi, direi che sono una piattola.
Sempre lì a rimuginare, sempre li in profondità a scavare (per arrivare di preciso non so dove). Vi sconsiglierei vivamente di frequentarmi. Sentenzierei che sono una palla, triste, segaiola mentale (bè dai questo un pochino si, lo sono) e troppo seria. Ma giuro non sono così, tendenzialmente son proprio una deficiente.

Diamanta Rabbit

E allora perché quando scrivo faccio uscire solo questo aspetto?
La verità è che tendenzialmente scrivo quando divento introspettiva, scruto, “rafagno”, smuovo e risalgo portando con me qualcosa che ho trovato.
Ma non ho solo piattole e palle dentro me, devo cambiare come mi “disegno”. Comincio a non sopportarmi più.

REFLUSSO GASTROESOFAGEO DELL’ANIMA


E poi non so perché ci son momenti così.
Li chiamo “reflusso gastroesofageo dell’anima”. Ultimamente ne soffro molto. Non cé nulla da fare alcune cose si fa proprio fatica a digerirle.
Per colpa di una frase, di un’immagine o di un fattore esterno accade che un ricordo o una emozione risalgono e con questi un reflusso di acido verso il mondo, una situazione o una persona.
Risale come una marea e la giornata, o quantomeno una parte di essa, in una manciata di secondi brucia.
Il “reflusso gastroesofageo dell’anima” brucia la serenità, i sorrisi e la calma che hai dentro, ma la cosa più antipatica è che questo acidume fuoriesce dai pori e lo riversi verso chi hai intorno, neppure fossi una medusa che al tocco ustioni.

Da qui la necessità di isolarsi dagli altri per tutelarli da te stesso.
Ora questa cosa mi ha sta rompendo leggermente. Nel frattempo che il mio sistema “digestivo interiore” si normalizzi, qualcuno conosce dove si acquista un maalox per i reflussi immateriali?

L’ALLUCE DELL’ANGELO


Ci credevo, ci credevo veramente. Loro vivevano là dentro.
Questo mio credere ha fatto si che i lunghi viaggi in auto non fossero mai così lunghi perchè ero impegnata a cercare prove e verifiche. Ci ho passato ore ad osservale, bambina, sul sedile posteriore con il naso schiacciato sul finestrino e gli occhi all’insù.
Prima o poi, ne ero sicura, qualche angelo avrebbe fatto un passo falso e un piede con tutta la caviglia angiolesca sarebbe sbucato fuori e finalmente io avrei avuto la prova che gli angeli esistono.
Non ho mai visto un piede angiolesco sbucare fuori, neppure un alluce volendo ben vedere, ma sapevo che loro vivevano là dentro in quelle nuvole soffici, bambagiose, paffute.
Quel tipo di nuvola era la casa degli angeli io lo sapevo, loro vivevano là dentro.

cloud

Poi ho smesso di credere.
Ho smesso di credere agli angeli, ho smesso di credere che il bene vince sempre sul male, che i buoni sorridono e i cattivi piangono, ho smesso di credere che se sei onesto gli altri lo saranno con te, ho smesso di credere a un sacco di cose.
Ed io invece vorrei credere, mi manca quella bambina con il naso schiacciato sul finestrino posteriore che cerca le prove dell’esistenza degli angeli.
Mi manca, mi manco, perchè quando credevo l’impossibile ho fatto l’impossibile.

Chissà forse dovrei guardare ancora in alto, strizzare gli occhi e osservare a lungo, dovrei credere di credere che chissà prima o poi un alluce d’angelo sbucherà dalla nuvola.

FOTO DI ALBA NON FOTOGRAFATA


Diana, la mia cagnolina, annusa il terreno alla ricerca del posto ideale per lasciare parti di se che poi io dovrò raccogliere. Praticamente dormo ancora mentre la seguo; mi stropiccio gli occhi e guardando il cielo li apro. Come ho fatto un secondo fa a non vederlo?
Quel colore intenso, quel color salmone che si stempera fino al cipria (traduzione per i maschi = rosa). Porchilimmondo tutto il cielo e così ovunque.

Diana indecisa passeggia a pochi metri da me, il pensiero fulmineo è “Devo prendere la macchina fotografica!”( leggasi anche cellulare, ormai la sua funzione primaria è diventata quella, telefonare è solo la secondaria nella vita moderna). Devo immortalare il momento, devo fissare il ricordo. Pensieri che son micronesimi e so che la scelta è se andar recuperare l’attrezzo o guardare quello spettacolo. Il risultato?

Foto di alba non fotografata
Foto di alba non fotografata

Un’alba bellissima non trovate? Vero che il cambio della mia auto spicca in questa alba? Vero che questa alba fa riflettere? La visione dei numeri, la metafora del viaggio, la scelta se andare avanti o retrocedere…. si ok ok un pò vi prendo in giro, ma non troppo.  In fondo è vero, questa è la foto di una bellissima alba perchè  ho scelto.
Ho scelto di vivere il momento, ho scelto di fotografare con l’anima, ho scelto di riempire me e non una schedina sd.
Ho scelto di sorridere stamattina, di gustarmi il momento, di farmi riempire da quella luce, pochi minuti, ma quei minuti hanno colorato questa giornata.

Spero che il cambio della vostra auto… produca lo stesso effetto su voi.

GLI OCCHI DI MIA MADRE


Non ho bisogno di tombe. Questo è solo un simbolo, una rosa nel mare della rete, per lei che era donna di mare.

E’ accaduto anni fa e ogni anno in questo giorno la ricordo. Sorrido senza dolore, con la memoria del sapere di quello che scrissi allora.

Grazie a lei da qualche parte nel mondo, qualcuno ancora vede il viso delle persone che ama attraverso i suoi occhi.