IO LI PREFERISCO BASTARDI


Io li ho sempre preferiti bastardi.
No, non sto parlando degli uomini, anche se, a onor del vero, in questo campo, (nel senso negativo) sono stata davvero brava nel trovarli.
Mi riferisco a quelli che io chiamo “amici pelosi”. Insomma una parte di quella varietà di muscoli e cuore che scalda il mio.

Il motivo è semplice, per me ogni vita è unica ed ha in se una sorpresa. Ogni vita contiene quel qualcosa di particolare che è solo suo e la rende speciale.

I cloni li lasciamo a quelli senza fantasia e a quelli che se non controllano le vite altrui stanno male. Forse per questo mio modo di pensare non comprendo molto questo giocare a fare Dio. Fossimo almeno bravi e invece no, nel gioco di ruolo “Sono Dio” combiniamo disastri.
Non ne siete convinti? Bé guardate qualche esempio di cosa son riusciti a combinare in poco più di cento anni.

Il bull terrier era bel cane, bel muso, bel corpo delineato. Ora mi domando a quale razza aliena appartenga; ah dimenticavo ora di base ha anche tre denti in più.

Con il pastore tedesco sono stati di un’intellighenzia paurosa nel “migliorare” la specie. Oltre alle note problematiche fisiche che questi cani hanno man mano che invecchiano. Aggiungete che ora il pastore tedesco può correre la metà di quanto correva una volta.

Si è proprio lui, quello della borraccia sotto il collo, quello che ci salva con del buon alcol, il San Bernardo, quello amato dai bambini.
Ebbene son riusciti con gli incroci a modificarlo. Muso più grande, aumento della pelle in eccesso. In compenso ora i San Bernardo soffrono di emofilia, problemi di vista, tumore maligno delle ossa e di una forma di paralisi.

Si io li preferisco bastardi, perché bastardi non sono. Quelli che incrocio nella vita ed entrano a far parte della mia come io della loro. Si amo i “bastardi non bastardi”, sono veri, sono magnifici, sono speciali, sono unici, con o senza pelo che siano.

La vita è un’avventura ricca di sorprese, non uno stampo industriale che sforma cliché tutti uguali; se così non fosse, non avrei anche questo casotto di colori che mi scalda il cuore ogni giorno.

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IL FAVOLOSO MONDO DI DIAMI’


“Il mondo esterno appare così morto che Amélie preferisce sognare una sua vita in attesa di avere l’età per andarsene”

(Il favoloso mondo di Amèlie)

E mi riporto a me piccola, in cucina, seduta tra la macchina per cucire e la lavatrice. La schiena appoggiata su questa ultima. Ferma, immobile, silenziosa ma con gli occhi aperti. Avevo mille mondi in testa. Viaggiavo con le mente, vivevo avventure e vite. Fuggivo da una realtà che mi stava stretta e da cui non potevo andarmene.

E poi, poco più che adolescente, in un mondo che ho attraversato in punta di piedi, cercando di non farmi notare, perché tanto sicura non ero, era tutto più grande di me. Io viaggiavo nei miei mondi. Non rimanevo più immobile tra la lavatrice e la macchina per cucire, ma andavo via lo stesso. Spesso dovevano chiamarmi più volte chiedendomi: “Su quale pianeta sei?”

Eccomi ora donna in crescita, non viaggiavo più su altri mondi, camminavo su questo. Arrancavo, sbuffavo e sudavo per star al passo con gli altri, passo che a loro sembrava così facile condurre.

 

“- Tutte le donne vogliono addormentarsi sulla spalla di un uomo.
– Sì, ma gli uomini russano ed io… ho l’orecchio musicale.”

(Il favoloso mondo di Amèlie)

 

Era una situazione fisica che conoscevo. Quando la vidi nel film, mi sembrava impossibile che qualcuno fosse riuscito a descrivere perfettamente la sensazione che avevo provato io. Ogni volta che vedevo quella scena, mi ricordavo il mio sciogliermi e mi scioglievo ancora.
Forse non camminavo ancora del tutto su questo mondo, per quello arrancavo così tanto, stavo con un piede di qua e un piede di là, ma il di qua non lo capivo.

Poi è accaduto. Ho smesso di viaggiare nei mondi. Il di qua ancora non lo capisco, ma ne son rimasta imprigionata. Spinta e strattonata da eventi che ho creato, da storie che non ho saputo gestire e da personaggi che di sogni e mondi altrui si nutrono.

Cammino con la sensazione di un’occidentale che deve capire dove dirigersi in una metropoli asiatica.

L’errore più grande è stato credere che questo fosse il vero mondo, dimenticando che il vero mondo è quello che noi, riusciamo a creare. Questo è solo la brutta copia del mondo di qualcun altro.

Prima o poi la porta per uno dei miei mondi la ritrovo.

 

Nel frattempo in sottofondo scorre questa musica.

BUONGIORNO PRINCIPESSA… BUONGIORNO UN CAZZO


FATTO:
Ieri mattina a lato sinistro del portone, dipinta sulla strada, vedo un’enorme scritta bianca: “Buongiorno principessa”. Al posto della prima O un cuore e sotto questa frase il nome di lei e una freccia che indica una finestra. Seduto vicino alla scritta sopra la ringhiera, vedo un ragazzino di circa 16 anni con un berretto tipo football calcato in testa. Guarda alla finestra del primo piano, lo fa senza staccare gli occhi dai vetri. Penso alla sorpresa della ragazzina quando troverà la scritta e lui lì sotto.

SVOLGIMENTO:
Il cinismo mi si scioglie (per sbaglio) per qualche secondo. Una delle mie personalità prende sopravvento e mi dico: “Io non proverò mai più un’emozione così, un darsi così, un esporsi così. Non so se per colpa mia o della vita, ma il cinismo mi permea, lo combatto, ma lui è lì”.
Sorrido lo stesso, provo una tenera invidia per il ragazzino. Lui crede, spera e vive. Poi penso alla ragazzina e al suo stupore all’apertura della finestra. A questo punto penso “azzus nessuno ha fatto mai per me qualcosa di simile”.

SEGHE MENTALI:
No, per amore nessuno ha fatto mai nulla del genere. Nessuno ha cercato di regalarmi sorpresa, stupore, attenzione. Non lo dico con rammarico o per scassare i cojotes a voi con il solito discorso di minchiamore, lo dico come osservazione e mi domando perché? Ho visto questi gesti molte volte nel corso degli anni rivolto verso altri, ma mai verso me, perché?

EIACULAZIONE MENTALE:
La risposta non mi viene subito, mi balena ore dopo all’improvviso mentre faccio altro. Io non avrei mai potuto ricevere questo tipo di sorprese, per il semplice fatto che questo tipo di sorprese le facevo io.
Nulla di nuovo sotto questo cielo. C’è chi prende e chi dà. E se uno dà senza mai far sentire il vuoto e la mancanza di se è una “vittima” predestinata al non ricevere gesti del genere. Non lasci spazi per farlo, li riempi tu.
Insomma alla fine se vogliamo dirla fino in fondo, la colpa è mia, non ho lasciato spazio perché sentissero il bisogno di dimostrami qualcosa. Ero lì scontata e certa… o così credevano perché alla fine mi hanno persa.
Me ne sono andata via io. Del resto solo chi è capace di dare è capace di togliere.

SCONCLUSIONI:
A 16 anni scrivi “buongiorno principessa”, anni dopo non scrivi più, ma dici: “Buongiorno, buongiorno un cazzo!”.

DOMANDA: Ma voi? Voi siete quelli che scrivono o che leggono?

PERSONE


Che non ho soldi che avanzano (anche) in questo periodo di vita non è un segreto. Che per questo ho dovuto, e sto “dovendo” rinunciare a tantissime cose neppure. Eppure… eppure sto scoprendo un periodo così ricco, che per certi versi penso che la vita faccia apposta a farmi stì scherzetti con il denaro, in modo che possa riequilibrare il tutto e far si che l’universo mi mandi un altro tipo di ricchezza, le persone.

Persone. Persone che son entrate nella mia vita, nonostante io fossi chiusa e restia.

Persone con cui ho diviso tempo, una pizza, la mia casa, telefonate, messaggi, pensieri, anche solo ogni tanto.

Persone con cui condivido quotidianamente parole scritte e parlate, con cui “uozzappo” i buongiorno, le buonanotti, le immagini di vita, un fotogramma di un qualsiasi momento della nostra giornata.

Persone che mi hanno aperto casa, che mi riapriranno casa, che mi chiedono quando vieni e sbuffano perché devo centellinare gli euro per i chilometri che mi dividono da loro.

Persone con cui condividerò, un brunch una domenica mattina o più avanti una città che mi manca.
Persone che non mi chiedono cosa mi dai, mi danno loro, il loro tempo.

E’ un post così, nato dal niente, da un pensiero partito da un’idea e terminato in modo che non pensavo, ma spesso i miei post son così, mi parlo attraverso le mie stesse parole. Oggi me lo son proprio detto, sono una persona ricca.

PELLE D’OCA


Il brivido è improvviso, veloce. Osservo il mio braccio al volante. La pelle ha cambiato aspetto, mi domando perché.

Una vecchia canzone passa all’autoradio, una di quelle che parlano di emozioni un po’ adolescenziali, amori incondizionati. Emozioni intense e assolute che puoi avere solo a quell’età, quando hai dalla tua il coraggio dell’incoscienza ed è un buttarti nell’abisso senza neppure sapere cosa ci sarà sotto.

Questa canzone mi ha colto alla sprovvista, quando ero distratta dalla guida, mi è scivolata dentro e le parole mi son esplose per uscire attraverso la pelle, formando centinaia di piccoli vulcani da cui fuoriuscire. Pelle d’oca.

Questo grigio lunedì mattina, mentre guido verso l’ufficio, mi scopro a dirmelo, a ridirmelo, perché lo so da sempre. Dentro io son sempre la stessa, nelle emozioni non son mai cambiata, da quando avevo 16 anni io son così, lo sono ancora. Celato da qualche parte, il mio nocciolo, il mio essere è sempre uguale. Le emozioni sempre assolute, intense, vere e non riesco a concepirle in maniera diversa. Diversamente le rinchiudo.

Tutto il resto è infrastruttura, tutto il resto è tutela, stanchezza, paura, disincanto. Tutto il resto è sopravvivenza.

La pelle d’oca sopravvive alla musica attraverso i pensieri e la percezione del mio nocciolo, a volte mi manco così tanto.

Mi gusto da sola, quei pochi attimi che rimangono. Tra poco mi richiuderò un’altra volta, non mi percepirò più, richiuderò le paratie, avrò solo ogni tanto quel sentore lontano di me stessa.

Ora, mentre scrivo, mi allontano velocemente. Chissà se esiste un tempo in cui potrò tornare e non dovrò accontentarmi di pochi attimi attraverso la pelle d’oca.

UNA FOGLIA DI NOME POLIANNA


Nella foresta magica cade una foglia. Lentamente come cerchi concentrici nell’acqua, si espande e vibra la sua anima, tutta la foresta piange quella piccola foglia caduta.

Una notte di pochi giorni fa, alla vigilia del Solstizio d’estate, è accaduto a te piccola foglia del nostro cuore. Noi siamo la tua foresta. La tua tribù sta vibrando insieme a te, per accompagnarti verso la luce.

Ti vogliamo ricordare così, splendida con quel tuo sorriso e quegli occhi sul mondo.

Per altri suoi sorrisi click here
Our hearts will dance together forever. We love you.

Alcune delle foto della slide sono di Claudio Resonance.
Grazie Claudio per essere riuscito a imprimere nelle foto così tanto di lei

CRONICI DISORDINI EMOSENTIMENTALI


Intorno a me un sacco di persone ne soffrono. Sia ben chiaro ne parlo con la consapevolezza che anche io ho sofferto di disordini emosentimentali, ma i miei non son cronici, io li cambio. Me li costruisco, li trascino un pò (chi di più chi meno), me li gusto, affondo i canini nei miei disordini, cambio genere, ma poi mi annoiano e per passarne a uno nuovo sono obbligata a risolverli.

Invece i portatori cronici di disordini emosentimentali si fossilizzano in uno solo, si concedono al massimo qualche leggera variazione. Non si accorgono che lentamente, come una cancrena, si fanno divorare da ciò.

Comunque questo post è solo per dire: “Miei cari cronici di D.ES. che mi gravitate intorno, mi avere rotto la guallera, è l’ottocentesina volta che mi fate lo stesso indentico discorso e mi spiegate nel più minuzioso aspetto la stessa identica dinamica. Nun ve regghe più.”

Se in mesi e mesi (in alcuni casi in anni e anni) non funziona, vuol dire che non funziona, è rotto. Punto. Non è che continuando a batter la testa su quel muro funzionarà prima o poi. Nei migliori dei casi vi spaccherete il naso e nella peggiore ipotesi la capa vi si apre in due.

Nel frattempo, per favore basta, perchè appena aprite la bocca io so già cosa mi direte, come evolverà e come si concluderà. Non farete nulla, assolutamente nulla nei fatti, anche se avrete l’occasione per farlo.

Ho la bocca arsa e le sinapsi secche a furia di dire le stesse identiche cose quando parlo con un malato cronico di disordini emoentimentali.

Non per cattiveria, ma io sentire per l’ottocentesima volta frasi del tipo “Vivo una situazione con lui frustrante, non mi ama, mi ama, non mi ama, mi ama, non mi ama” mi fa venir voglia di ricordarvi che non son una margherita da sfogliare per avere il responso.
Ascoltare per la millesima volta “Son incazzato con lei, non la reggo più, così non si può andare avanti” e me lo dici con cadenza bimestrale da anni, fanno si che le mie ovaie già in disuso, proprio si polverizzino del tutto.

Basta con milioni di parole che assemblate insieme formando una litania, lamentela continua, la colonna sonora della vostra vita, o quantomeno basta con me perchè come Pino Daniele je so pazza, un mi scassate u cazzo

UNA RISATA CI RISVEGLIERA’


Mi sono sentita ridere.
Oh lo so, sembra una cosa scontata e normale, ma non lo è. Parlo di quella risata che nasce da una parte profonda di se stessi, sale e mentre scoppia ci isola da tutte le brutture del mondo, facendole scomparire per un po’.
Avete presente quella risata che facevamo da bambini? Quella che poi, lentamente, è morta man mano che ci hanno portato via pezzi di noi. Ecco quella.

Ieri sera ho riso così, da sola sul divano, guardando la prima serie di “New Girl”. Nulla di che, una commedia, niente cose complicate o concetti filosofici, vita comune  (non italiana). Non so perché io rida così tanto,  così di gusto, forse perché in qualche modo quello che accade nella serie è capitato qualche volta nella mia vita, forse perché in alcune situazioni assurde, ma possibili, io avrei fatto la stessa identica faccia, o forse perché la protagonista femminile a volte è così testardamente ingenua, come me in alcuni momenti.  Non importa il perché, importa che mi son sentita ridere come una volta, come anni fa.
Niente sorrisi, niente labbra tirate in un forse lontano ridere, ma proprio quello scoppio che scuote l’anima e la apre.
Io sospetto che il vero amore sia lì, tra un paio di occhi che brillano allegri e una risata.

Mi son sentita ridere. Ed è stato bello.

PROGENIE


Il suo ingresso è stato plateale, occhi spalancati sul mondo e mano chiusa intorno al cordone ombelicale, come fosse aggrappata al palo dell’autobus e aspettasse la sua fermata per scendere. Il suo indice di Apgar fu 10, fin da allora intenta ad ottenere il voto più alto.

Qualche anno dopo all’asilo era una testa di riccioli impossibili, due occhioni e una forma di tenerezza-protezione verso quelli più piccoli di lei, uno dei pochi momenti in cui ha permesso a questa parte dei lei di essere visibile (si lo so, un po’ mi detesterai perché lo dico).

Alle medie inferiori, un’adolescenza precoce (del resto dall’indice di Apgar in poi ha sempre cercato di arrivare prima in ogni dove) sconvolse me, madre, convinta di aver sbagliato tutto, educazione compresa. Di non aver fatto nulla di buono e di aver fallito.

Alle superiori il suo forare l’adolescenza verso la forma adulta non fu indolore, ancora oggi cicatrici di quel periodo glielo rammentano e coincisero con il mio forare la vita verso la consapevolezza. Ripenso ad allora, sospiro di sollievo all’idea di quanto siamo state entrambe  baciate dalla fortuna e nel contempo consapevolmente determinate. Del resto la fortuna aiuta gli audaci.

Poi l’università tra scelte di studi e crescita, tra la ricerca di se e la ricerca del mondo, in qualche modo han fatto passare gli anni cercando di centrare l’obiettivo. Per lei e il suo interiore “Indice di Apgar” è stato stressante e spesso lo è ancora.

Lo studio all’estero, la laurea, il 110 con lode, il master ancora all’estero, il ritorno in italia, il programmare un secondo anno di master, la ricerca infruttuosa di una temporanea fonte di cash per il secondo anno di master, è stato un attimo, senza nemmeno accorgersi si arriva ad oggi.

Oggi il tuo essere donna fatta di mille sfaccettature, le tue paranoie e le tue idee geniali, la tua forza e i tuoi timori, il tuo interiore esposto così tanto da celarsi a quasi tutti, l’essere quella che sei anche con quei lati del carattere che a volte veramente ti prenderei per i capelli e ti fracasserei i denti sullo spigolo del tavolo (ma con amore naturalmente), l’ironia, il cinismo, la correttezza e l’uso della verità. Tutte queste cose, e altro che non cito, fanno di te, la persona, non solo la figlia, la donna che in tutti questi anni ha continuato a farmi dire: “Se non fosse mia figlia, la vorrei come amica“.

Accade a volte che il mio lato oscuro caratteriale, il mio stress e il mio nervosismo prendano il sopravvento e ti feriscano o quantomeno ti facciano incazzare, rendendoti difficilissimo rapportarti a me che in quel momento pungo. Sappi che nel momento stesso in cui me lo dici, me ne rendo conto. In quell’attimo chiederti scusa è difficile, la parte negativa dell’orgoglio e lo stress che accompagna quei momenti è troppo forte. Lo faccio ora per allora, scusa.

Quest’anno il due sarà per l’ultima volta davanti ai tuoi anni.  Avrei voluto aver la possibilità di festeggiare in modo diverso, più “ricco”, ma come ben sai il periodo è quello che è.  Una semplice pizza stasera e questo mio scritto son il tuo regalo di compleanno.

Auguri Progenie, auguri bimba mia, anche se non sempre sembra, io scoppio di orgoglio costantemente per te.

Ti voglio bene.
Mater

Photo by Chiwaz 2014 – Gabriele Castelli

LO SFANCULAMENTO


E poi ci son giornate che ti senti un pò così:

Aver sfanculato alleggerisce l’anima da pesi che altrimenti portano la piega del labbro verso il basso, e invece così no, risale e si apre in un sorriso.
Poco importa che chi ho sfanculo lo sappia o no, prima o poi capirà (anche il perchè), ma sfanculare libera da tutto, anche dal dover dar spiegazioni. Io non devo niente, se non a me stessa.

Mi conosci. Chi mi da per scontata, chi confonde la mia disponibilità per debolezza, chi confonde il mio silenzio per approvazione, vede da lontano le mie spalle mentre mi allontano.

Ecco quelle che vedi sono proprio le mie spalle.
Dio come entra bene l’aria nei polmoni oggi.