FLASH


Anni consumati, foto di ora.
Il tuo volto, lo sguardo.

Chi ti teneva prigioniero lo fa ancora.
Le sue catene son le stesse.

Non cerca amore, ma compagnia nelle tenebre.

Non posso niente.
Che dio ti protegga.
Io non ci sono riuscita.

red angel

VENTO


Una volta è accaduto.
Una volta ho amato.

Ho amato così tanto da perder conoscenza di me ed esser l’altro.
Ho amato fino a ridurmi in schiavitù.
Ho amato con il corpo.
Ho amato con la mente.
Ho amato con il cuore.
Ho amato con l’anima.

Ho strisciato nel fango, corrotto il corpo, oltrepassati limiti, anche quelli che non sapevo di avere.
Ho pianto, ho sperato, ho gioito, ho sofferto, ho creduto di morire, ho pensato di rinascere.
Ho sviluppato percezioni, ho ascoltato silenzi, ho visto nel buio e parlato senza suoni.
Ho scoperto la mia debolezza, la mia forza, la mia energia, il mio potere e il mio dono.

Non ho altro modo amare.

Un altro tempo è un altro luogo porterà le stesse foglie a vibrare insieme.

Folata di Bora, ho amato. Era ieri.

Soffio di Mistral, amerai. E’ oggi.
photo by Meagan V. Blazier

SENZA PELLE


Ti parlo dei senza pelle. Ti parlo di quelli, ancora vivi, che riescono a sopravvivere nel tuo mondo. Chi non riesce muore e nella follia si nasconde.

Ti parlo di quanto forti possano apparire, ma forti non sono, hanno costruito corazze così spesse e profonde per non sentire il dolore. Fortezze per difendersi, che diventano prigione.

Ti dirò che nella corazza qualche punto debole esiste, e qualcuno di voi ogni tanto lo scopre. Come bambino crudele entra solo per vedere comè lì dentro e poi andarsene, farsi grande con altri bambini, che lui sì, lui è riuscito ad entrare in quella casa.

Ma mentre parlo, mi rendo conto che un portatore di pelle non potrà mai comprendere un senza pelle, non fintanto che la vita non gli strapperà via lembi di quella pelle.

Solo allora potrai capirci, solo allora capirai me.

Noi sopravvissuti siamo qua, con il cuore albino, in attesa di una terra in cui il sole non ci bruci.
photo by Rachel Baran

COMUNQUE


… e comunque il tuo “ti odio” è uno dei più bei ti amo che mi sono stati detti.
Photo by Aleksandra Seget

ONIRICONAUTA


Quelle tre dita premute con forza sulla bocca dello stomaco mi spingono “oltre”.

L’ignoto mi congloba, ma quella mano che mi ha spinto non è nemica.
Quei tre o forse quattro punti bianchi luminosi che vedo poco sopra me, son solo l’apertura di qualcosa che mi è benevolo, ma la paura trattiene come tela di ragno.
Poi mi lascio andare.
water

Al risveglio non ricordo molto.
La memoria è cubetto di ghiaccio sulla sabbia rovente a mezzogiorno.
La sensazione rimane lo stesso, forte.
Il peggior nemico che ho, che abbiamo, è la paura di ciò che non conosciamo.

Noi cerchiamo di costruire castelli sulla terra, quando dovremmo ricordarci che la vita è un mare in movimento. Le acque possono esser pericolose vero, ma anche cullare come braccia di madre.

Lo scrivo qui per ricordarlo, perché non so voi, ma io lo dimentico troppo spesso.

INNAMORATA


Tra il runner in palestra e il divano (copertina annessa), Coelho dopo molto è tornato a far parte del mio spazio.

Mentre leggevo il suo ultimo libro, la domanda che continuava a infilarsi tra una pagina e l’altra e che mi riproponevo di fargli era “Ma perché lo hai scritto?”.

E’ uno dei miei autori preferiti. Il mio amore per lui credo sia dipeso dal primo libro che mi arrivò tra le mani. Letto in pochissimo tempo, con una grande illuminazione sulla mia vita alla fine.

Lo ammetto, io quello scrittore più che leggerlo, lo uso. Lo uso per leggere me stessa.

In fondo la domanda vera, ora lo so, è “Ma perché l’ho letto io?”

Nel frattempo che mi do una risposta, che credo già in parte di sapere, sappiate che ieri mi hanno domandato: “Ma che bel sorriso! Ma sei innamorato di un uomo o della vita?”.

Qui la mia risposta è stata senza esitazione: “Della vita”.

bike

VESTITI E LINGERIE


Progenie in piedi dirige le operazioni e fa il lavoro fisico. Io da generale seduto nelle retrovie, osservo e decido che fare dei miei vestiti senza muovere un dito. Lei mostra ed io verbalmente, quale novello Miccio di un casalingo “Ma come ti vesti?”, dico “Via” “Regalo” “Tengo” e il capo finisce a terra a formare colline.

Progenie mi para davanti agli occhi il vestito, lo osservavo e penso, ma non solo per capire che farci. Mentre lo guardo ricordo il momento in cui l’ho usato, che è accaduto, ho riso, ho pianto, ho ballato, ho chiacchierato con quel vestito adagiato sulla pelle.

E mentre la mia vita degli ultimi quindici anni in formato abito mi passa nuovamente davanti, mi rendo conto che non riesco a eliminare alcune vesti (per esempio una camicetta buttata nel “regalo”, dopo un paio di ore, è stata trasferita nel “tengo in attesa di poterla rimettere”).
E così oltre al “cose che uso”, “cose che userò appena torno in forma”, ancora una volta si forma anche “cose che non userò mai più, ma tengo”.

Quei vestiti che mettevo la sera, fasciavano me e illuminavano quel lato sensuale con cui giocavo a far la grande e non lo ero, nonostante l’età.

Quel jeans al ginocchio, tutto cerniere e laccetti.

Quel vestito nero finta pelle, che fa tanto ambiente Mad Max

Quell’abito rosso fuoco, con i lacci, gli strappi e quella scollatura che anela a ritornar alla madre terra.

La minigonna che fa tanto bimba cattiva.

Quella mise che lascia la schiena nuda perché tu possa immaginare percorrendo la spina dorsale.

E così via fino a scivolare alla lingerie, perché una volta non avevo “mutande e reggiseno”, avevo solo ed esclusivamente lingerie, e lì il tempo si è stringe in una morsa allo stomaco e un colpo al cuore. Un decennio più o meno.
photo by Rodney Smith

Ti ho amato così tanto e tu mi hai amato così poco. No, non è vero, non mi hai amato poco, mi hai amato come potevi, era per me che era poco.

E poi quella scoperta nel tempo, “ero troppo” per te. Quella notte, in quel prato, piangendo mi hai detto “Lasciami, sei troppo in alto per me, non riesco a proteggerti da me” e io che ti scongiuravo di vedermi per quello che ero, al tuo fianco, non più in alto, sempre e comunque al tuo fianco.
Non c’è stato niente da fare, hai continuato a vedermi in alto e non mi hai mai perdonato per questo tuo vedermi, cercando rivalsa e conferme appena una parte di te si distraeva.
Ma infine che cambia? Niente, alla fine ti ho lasciato e quella lingerie me l’hai fatta odiare, insieme a quei vestiti che mettevo quando mi dirigevi instancabile nel gioco di ruolo che più ti piaceva.

Ma stavamo parlando di vestiti. Ecco alla fine i sacchi li ho fatti, alcuni pezzi di stoffa li ho tenuti, alcuni li userò ancora, altri li butterò più avanti e altri ancora mi seguiranno nella notte dei tempi.

Però, nel frattempo ho fatto due sacchi “regalo” e un sacco “butto”, consapevole che non puoi far posto al nuovo se conservi il vecchio, anche nell’armadio.

EPPURE


Io amo le comodità, i bagni caldi, i camini accesi d’inverno, le spa costose, i bei vestiti, gli oli preziosi, l’aria condizionata d’estate, le bibite fresche, dormire quando voglio e i viaggi.
Mi sento a mio agio tra divani morbidi e sontuosi, tra amache che dondolano mosse dal vento tra gli alberi, nella sabbia tiepida che mi accompagna al tramonto verso il mare.
I miei occhi si nutrono di colori tenui, di dipinti accesi, di sculture dalle forme strane che solleticano la mente e da immagini che parlano senza intermediari alla mia anima.
Diciamolo, ho una predisposizione naturale al lusso e all’agiatezza, ciò che è dovere e fatica mi fa storcere il naso come bimba viziata.

Eppure.

Molte volte ho rinunciato a tutto questo e a qualcosa di più per non indossare il collare che mi avrebbe agganciato alla catena di qualcuno. Di catena ne avevo già una io, fin dalla più piccola età, chiamata dovere. “Dovere” però era quella che mi permetteva di non portare collari altrui. Prima o poi la spezzerò, perché nel frattempo, si è consunta negli anni.

Vorrei dire che l’unico collare che posso portare è quello che scelgo io e che di solito ha i colori dell’amore. Ma so che alla lunga nessun collare fa per me, neppure quello che ho scelto io. La verità è che l’amore non porta collari, porta libertà, ma gli uomini lo dimenticano.

Sarà per questo che io alla fine scelgo sempre Eppure.
Photo by Ivan Maranov

DUO


Onestà intellettuale e onestà emotiva. Duo così raro da trovare insieme.

Le cerco negli occhi di chi mi guarda, nelle righe di uno scritto, tra un bit e l’altro. Alzo lo sguardo mi osservo allo specchio, le cerco anche lì. A volte, per un attimo, le vedo entrambe che di rimando mi osservano. Altre volte no. Riconosco la presenza di una o dell’altra.

Duo è la mia vita e in mancanza divento uno, ma sento la mancanza. Se fossi più arrogante, vi direi che comprendo “dio uno” mentre sente la mancanza di “due gli uomini”.
Gli mancano, spera che al più presto tutte le anime tornino a casa, nel frattempo aspetta e spera che “due gli uomini” si evolvano fino a lui. Prima non è possibile s’incontrino, lui attende.
Ecco se fossi più arrogante, pensando di esser empatica con Dio, vi direi proprio così.

Duo è il mio pensiero, un solo pensiero alla volta mi è difficile, perché mentre penso a bianco, penso subito a nero, se penso a destra eccola là la sinistra, se immagino piccolo ecco grande che sorge.

Duo io sono, eppure ormai cammino nell’uno, come eremita in attesa. Cerco in ogni cosa e dove, sapendo che in quell’unico punto, dove le due onestà s’intrecciano in un balletto amoroso, ecco lì è la completezza.

photo by Annie Leibovitz

Uno sono e spero sempre di alzare gli occhi e incrociare prima o poi uno negli occhi di fronte a me.

PENSIERI DISORDINATI DI VITA CON DEDICA


Ho un problema (più di uno qualcuno dirà). Alcune emozioni mi attraversano e i pensieri che le accompagnano, sebbene voglia fermarli, sfuggono dalla mia mente. Se in quel momento non ho un pezzo di carta e una penna, quelle parole se ne vanno. Mi abbandonano lasciandomi la sensazione, ma non le parole con cui esprimerla.

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La verità è che a me quando i pensieri son profondi, sfuggono come fossero sabbia tra le dita che ricade sulla spiaggia.

Vai a ritrovarla quella sabbia dopo. Certo è lì tutta intorno a te, ma quella che avevi in mano il quel preciso istante, non la ritrovi più.

Alcuni pensieri però son così grossi da essere conchiglie, quelli li intravedo sempre e qualche volta riesco a riprenderli.

Queste conchiglie le ho trovate in questo fine settimana, camminando nella sabbia di un venerdì sera e di un sabato mattina.

E’ l’allenamento che ti rende forte, per questo alcune persone son più forti di altre, son quelle con cui la vita ha giocato di ruolo con loro, il gioco si chiama “survivors”.”

Loro mi regalano la cosa più preziosa che hanno, il loro tempo. Il tempo di una persona è vita. Loro mi regalano pezzi della loro vita. Esiste regalo più prezioso?

time

Altri ti regalano i “ti voglio bene”, i loro “sei una bella persona”, ma sono solo parole che cadono a terra ancora prima che giungano a te. Sono come vapore acqueo d’inverno, fiato, non sopravvive fuori dalle loro bocche più di pochi secondi.
Poi ci son persone che non ti dicono i ti voglio bene, ma il loro bene e tangibile e denso ogni singolo giorno.”

A quelle pazze persone che si son fatte centinaia di chilometri per mangiare “solo” una pizza con me dedico questo post e non un pezzo del mio cuore. Quello lo avete già. Fate parte di me, quella me migliore, quella che grazie a voi esiste ancora.