DALLA A ALLA C


AMORE
Ho sempre cercato l’amore che mi completasse. Sbagliavo ero già completa, avevo bisogno di un amore che mi ampliasse.
Ero completa e non lo sapevo. Dovevo solo trovare i pezzi dei puzzle di me nascosti e metterli nel giusto ordine.

Nel frattempo, più o meno inconsciamente, credevo che per essere completa avevo bisogno del fuori. Scambiavo i vuoti degli uomini dai puzzle separati, come se le loro anse concave e convesse, dovessero incastrarsi con le mie. Un colmare il proprio vuoto con il vuoto altrui, che idea folle, scambiare l’amore per questo.
Il pezzo mancate ero io e non lo sapevo.

Nessuno ci completa, siamo già completi, abbiamo solo i pezzi sparsi nel nostro universo, dobbiamo darci il tempo di assemblarci. Vale per tutti noi.

BERLINO
Nel mese di giugno sono andata, finalmente, a trovare Progenie a Berlino. Poco tempo. Un paio di giorni. Se mi chiedete cosa penso di Berlino non saprei dirvelo. Si può conoscere una città così grande e sfaccettata in due giorni?

Mi porto il ricordo di una città con la metro pulita, una lingua incomprensibile (per me), il silenzio serale, i bicchieri di vino riempiti il doppio di quelli italiani (allo stesso prezzo), le strade con i marciapiedi larghi, la cucina multietnica e il cibo vegano ovunque, solo per questo le darei come voto 10+.
E poi gru, immense e gigantesche gru ovunque, che costruiscono e/o sistemano ciò che è già costruito, ristrutturandolo. Berlino è una città viva, ecco se proprio volete una definizione, è viva.

A Berlino ho scoperto, che la cosa che in questa società accomuna gli uomini, sono i centri commerciali. Sono quasi identici in ogni parte del mondo.

CAPELLI
Cambierò per l’ennesima volta colore dei capelli. Ormai faccio fatica a ricordarmi il mio colore originale.
Bionda, nera, rossa, prugna, pannocchia (ma quello fu un errore di valutazione della tinta), violetta, lillà, bluette, bianca, grigia, rosa.

Mi guardo allo specchio e mi dico. “L’ultima volta, poi li lascio del loro colore”, poi accade sempre qualcosa che mi fa cambiare idea.
Il mio parrucchiere me lo ha confessato, sono tra le sue clienti preferite, perché con me non si annoia mai. Così quando cerco di essere “normale” io, mi propone le “pazzie” lui. Quindi diverrò Living Coral.

PS: mi rimangono da postare tutte le altre lettere dell’alfabeto 😉

CORDONI OMBELICALI


Il primo è stato con nostra madre, fisico, fatto di sangue e materia, non l’avremmo mai fatto, lo abbiamo subito. Era solo il primo che avremmo dovuto affrontare su questa terra.

Abbiano proseguito a staccarci, passo dopo passo. Abbiamo reciso altri cordoni ombelicali che ci tenevano legati a lei. Quelli eterici, fatti di emozioni ed energia, ma non per questo meno dolorosi.

Siamo cresciuti, convinti di esser finalmente liberi, e che nulla ci obbligava. Invece, nell’adolescenza, ci siamo scoperti imbrigliati ancora e abbiamo iniziato e recidere un altro grande cordone ombelicale, quello con la famiglia di origine, per determinarci e dire: “Io esisto anche senza di voi“. Pensavamo, recidendolo, di esser finalmente liberi. Pensavamo.

Neppure tanto tempo dopo, abbiamo scoperto che quando tagli un cordone ombelicale, dietro esso ve n’è un’altro. Così andando incontro al tuo tempo, sospetti che lo scopo stesso della tua vita, sia recidere cordoni ombelicali. Cosa che a volte indolore non è.

Recidiamo con la famiglia di sangue, con i nostri amici, con la famiglia che pensavi di volere, con le situazioni, con gli amori, con i nostri compagni. Recidiamo, consapevoli, che se così non fosse, rimarremmo intrappolati in decine di cordoni ombelicali. Si aggroviglierebbero tra loro, tirandoci da ogni parte, alla lunga moriremmo soffocati, e noi lo sappiamo, siamo nati per essere liberi.

Oh lo so pare una cosa tremenda tagliare i cordoni ombelicali.  Questi tagli a volte son dolorosi e capita che rimanga la cicatrice, ma è meno terribile di quello che sembra.

Tagliare il cordone ombelicale non vuol dire separarsi dagli altri. Vuol dire non dipendere dagli altri, e scegliere se rimanere.

Tagliare il cordone ombelicale non vuol dire non amare nessuno, vuol dire scegliere. Avere la percezione di amarsi e quindi amare l’altro in modo libero.

Tagliare il cordone ombelicale fisico con il proprio figlio, vuol dire dargli autonomia, da quel momento gli regali la vita, la sua.

Tagliare il cordone ombelicale energetico con i genitori, vuol dirsi darsi la possibilità di diventare quello cui siamo destinati.

Io lo vedo, so che lo vedete anche voi, cosa è accaduto a quelli che dai cordoni, non provano più a liberarsi.

OSSIMORI


Ne ero sfuggita, come di solito fuggo da tutte le app, ma poi a mia insaputa (oh mai che a me comprino case vista Colosseo a mia insaputa, ma mi “ciulino” solo foto) hanno preso la mia immagine profilo di whatsapp e me l’hanno inviata modificata da questa app che pare stia spopolando per il globo terracqueo.

Mi sono vista.
Mi sono detta Ommidio.
Ho visto pezzi di mia madre in me.
Ho visto pezzi di mia nonna in me.

E’ stata una sensazione strana. Come se tutte le donne della mia linea genetica femminile fossero lì con me e io fossi loro nel contempo (giuro son sobria e non fumo canne, ammettiamolo, son così naturelle).

Mi son detta: “Preferisco la versione young, ma diverrò la versione old, salvo che non trovi il modo di ringiovanire invecchiando”. Mentre guardavo le due foto insieme, quel pensiero che avanzava: “Di solito aneliamo al nostro futuro, mentre rimpiangiamo il nostro passato“. Gli esseri umani son ossimori fatti carne.

Guardavo le due foto insieme. La percezione di vedermi, ma non ero io, e la sensazione che per gli esseri umani di solito è così. Guardano se stessi, ma non si vedono per quello che sono, e quando osservano fuori, non vedono che le copie altrui. Pochi si raggiungono e si specchiamo per quello che sono e ancor meno hanno la capacità di vedere e riconoscere gli altri.

A volte questo mondo mi sembra un tantino difficile, ma forse è solo venerdì pomeriggio ed è arrivato il momento di affogare i pensieri in un prosecco. Si sa, le bollicine, intrappolano i pensieri, e volando via, li portano altrove.

THE WINNER IS… (sempre V.M. 18)


La votazione del post precedente è terminata.

Quindi ho scritto a Babi della Pleasure Room:

“Ciao Babi, sono la tua influencer semplice preferita. Le votazioni sono terminate e ti comunico che il vincitore è XXX (mettere X per creare suspence). Io sarei stata curiosa di provare XXX (altre X di suspence), secondo me ha il suo perché, ma la democrazia ha le sue regole”.

Babi è stata carinissima, mi ha confessato che anche secondo lei il secondo XXX (sempre più X di suspence) aveva il suo perché e che se lei avesse dovuto votare, avrebbe votato quello.

Comunque, bando alle ciance, ecco a voi qua sotto (rullo di tamburi in sottofondo) l’immagine del vincitore.
The winner is….


(Per scartare il regalo cliccate sulla foto)

Come!? Cosa dite!? Eh!? Ah sì, l’altro XXX che avrei scelto io, e che anche Babi avrebbe votato, quale è?

Volete proprio saperlo? Davvero? Vabbè dai ve lo dico

(Solletica e pigia il diavoletto)

PS: Babi se io fossi in te, mi manderei il secondo regalo
PPS: Si forse dovrei far un terzo post dopo l’utilizzo di Nessy, chissà, magari un giorno, nel frattempo vi posso dire che al tatto è piacevolissimo
PPPS: Babi, non vorrai lasciare una piccola influencer semplice come me con il dubbio sul Devol!?
PPPPS: Si, lo ammetto, son un pò paracula (ma tanto simpatica)

VEGETARIANA ASCENDENTE VEGANA – DONNA ASCENDENTE UMANA


Molto spesso, quando lo vengono a sapere, sono chiamata a “giustificare” la mia scelta di “vegetariana ascendente vegana“. Dico che è una scelta etica, so che non comprendono benissimo cosa dico, ma annuiscono lo stesso.

Parlo con loro (quando lo chiedono) e sottolineo che le persone dovrebbero informarsi su cosa accade negli allevamenti, nei macelli, negli “stabilimenti” (ma anche fuori gli stabilimenti). Dovrebbe sapere come sono trattati gli animali. Dico loro che dovrebbero vedere la reazione degli animali al solo avvicinarsi al luogo dove moriranno, o quella dei cuccioli e delle madri alle quali sono strappati, perché comprendono perfettamente quello che accadrà. Non lo fanno quasi mai, anzi qualcuno mi dice “Non voglio sapere”. Sa perfettamente cosa accade a livello inconscio, ma non vuole sapere a livello conscio. Saperlo lo obbligherà a cambiare, e se non lo fa, questa cosa lo obbligherà a vivere con il senso di colpa.
Molti per rifuggire questo “senso di colpa” attaccano chi fa scelte alimentari diverse dall’essere onnivoro, aggredendo e sfottendo. Ma questo è un altro argomento.

A volte mi dicono: “Ma almeno un pezzetto di formaggio, non è carne, dai, assaggia”. E io a spiegare: “Non dico che non mangio mai formaggio, raramente capita e di capra, non industriale, luoghi e ambienti di un certo tipo e soprattutto non con il caglio “normale”, ma con il caglio vegetale o microbiotico. Informatevi il caglio “normale”(*) è un’atrocità. Informatevi e capirete il mio rifiuto”. Nove volte su dieci, mi rispondono: “Non voglio sapere”. Per lo stesso motivo che ho scritto al paragrafo precedente.

A volte mi chiedono: “Ma nemmeno un pezzetto di pesce? Non è carne.” Al che io vorrei chiedergli se loro i pesci li raccolgono sugli alberi, o, in alternativa, li raccolgono dall’orto di casa. Ma niente, rispondo solo: “No, grazie. Rimane “carne”, solo di pesce”.

A volte mi scrutano e mi domandano: “Ma questo no, questo no e pure questo no, ma che cazzo mangi?”. Io non dico e niente e sorrido, e in questi casi che mi son accorta che uso il sorriso come arma passiva, sorrido per non sbuffare, sorrido per non rispondere “Ecchecazzo lo dico io”. Ma non lo faccio, invece ripeto che ho un sacco di variabili, siete voi che non le notate. Mi metto ad elencare la varietà di cibi e alimenti che si possono mangiare, rilevando che se fossi meno pigra nel cucinare, sarei anche pheega, magra e certamente più sana, ma sono pigra.

“Guarda che questo puoi mangiarlo, è solo farina, mandorle e miele” esordiscono a volte porgendomi un biscotto. Ancora arriva il mio “No, grazie il miele è delle api. Quelle lavorano dalla mattina alla sera, arriviamo noi e gli rubiamo tutto”.

Scrivo queste poche righe senza indice puntato, ma con la stanchezza di ripetere sempre le stesse cose a persone che non vogliono sapere. Come tutti i vegetariani, i vegetariani etici e i vegani abbiamo/viviamo delle contraddizioni in questa società che non è strutturata a nostra forma, ma a forma altrui. Forma che abbiamo avuto/ho dovuto avere anche noi che abbiano scelto di cambiare.

Scrivo queste poche righe con la stanchezza di vedere che questo aspetto legato al mondo animale non è altro che uno specchio riflesso di quello che accade anche in quello umano. Le persone sanno perfettamente cosa accade a livello inconscio nel mondo, ad altri esseri umani, alla terra, ma non vuole saperlo a livello conscio. Saperlo li obbligherà a cambiare, a rinunciare al proprio egoismo, e se non lo farà, questa cosa li obbligherà a vivere con il senso di colpa. La chiamano beata ignoranza, io la chiamo ignoranza complice.

Sapere obbliga a ripiegare il dito indice puntato sugli altri a U, e osservare la punta del suo indice, indicare se stessa.

(*) leggasi animale

PS: Se non vuoi sapere come viene fatto il caglio “normale” non andare oltre questa parola, altrimenti se prosegui lo saprai:
Il caglio viene estratto dall’abomaso, che è lo stomaco di alcuni animali ruminanti, in particolare vitelli e agnelli, anche se può essere ricavato anche da capretti e suini. I cuccioli di questi animali presentano elevate quantità di chimosina, necessaria per la digestione del latte materno. L’animale viene ucciso per l’estrazione del caglio dallo stomaco.

Questa che vi ho scritto è la versione soft, quindi se non volete sapere alcuni formaggi che caglio particolare usano, fermatevi qui, altrimenti continuate. Vi è un tipo di caglio “normale” rafforzato. Ovvero:
Nasce un agnellino, dopo qualche giorno di vita lo allontanano dalla mamma per non farlo poppare. Poi dopo tre giorni di digiuno lo riavvicinano alla mamma, il cucciolo che praticamente sta morendo di fame, avidamente si riempie lo stomaco di latte. Poco dopo lo uccidono perché nello stomaco dell’agnellino entrano in funzione, in maniera importante i succhi gastrici, quindi la chimosina, per digerire il latte.

L’empatia non ha genere, di nessun tipo, lo dico da vegetariana ascendente vegana e da donna ascendente umana.

MONDO


Rimaniamo ancorati a quello che poteva essere e non è stato, quando in verità dovremmo ringraziare, perché è stato quello che doveva.

Invece no. Ci straziamo a lembi l’anima nello struggimento e nel dolore, impedendoci di librarci. Ci avvolgiamo nei veli pietosi, sottili e impalpabili degli inganni, dimenticando che la menzogna è un vestito di cotone, al primo lavaggio si restringe e ci lascia nudi.

Viviamo accerchiati da paure, per questo ne siamo contagiati, ma non siamo fatti per esser prigionieri, neppure di noi stessi.

E quella domanda di sottofondo sempre presente “Ma il Dio che ride perché mi ha fatto cadere in questo mondo?”

STORIA DI DRAGHI E DI COBRA


Poi ci sono quelle sere lì.

Piove e torni da un aperitivo e tre prosecchi. 
Senza ombrello, ma anche se lo avessi, poco cambierebbe, tu gli ombrelli detesti usarli.

Un suono leggero ti porta lontano dalla sensazione dell’acqua che ti scorre sul viso. Ti fermi sotto a un’insenatura, protetta dal soffitto di un terrazzino, per leggere il messaggio arrivato.

E’ allora che l’uomo si ferma accanto a te. Tu lo guardi e lui porgendoti il casco ti dice: “Me lo tieni un attimo!” (il casco chiaramente, non pensate male). 

In quel momento ti accorgi che dietro di te, al riparo della pioggia, c’è uno scooter. Lui lo accende, accende le luci, poi le spegne e infine spegne la moto. Si riprende il casco ti guarda e ti saluta “Ciao Cobra”.
Rimani immobile per un secondo, sul viso ti si dipinge l’espressione “macomèchesebevoiosiubriacanoglialtri?”.  
Poi rammenti.

Cinque o sei anni fa, o forse di più, una sera estiva. Un vestito rosso fuoco. La schiena, la tua, nuda. Il bar sotto casa, l’ordinare un caffè, la notte sarà lunga, la caffeina è necessaria. Una voce ti risuona alle spalle, un lui sconosciuto ti saluta: “Ciao Cobra” guardando uno dei tuoi tatuaggi, quello che risale tutta la tua spina dorsale. 

Allora avresti voluto dirgli che non era un cobra, ma non dicesti niente, preferisti il silenzio e un sorriso. Quando mai un uomo ti ha visto per quello che eri? Ma del resto, quando mai tu ti sei fatta vedere?

Ti sei nascosta nella sfrontatezza dello sguardo che lanciavi nel mondo, nella sfumatura delle parole che usavi, si intrecciavano come dna alieno, nei sorrisi che parevano un abbraccio ma erano muri trinceranti. Intrisa dallo stupido pensiero che solo chi era destinato a te, ti avrebbe visto, un principe che deve sconfiggere il drago per trovare l’amore. Peccato che a te avessero assegnato il ruolo di drago.

Torni a questo tempo lui sorride si riprende il casco e se ne va sotto la pioggia. Non sei più una strapheega (ma non lo sei mai stata), i capelli azzurri, lilla, rosa o viola che vuoi dire, nascondono il sale e pepe che avanza inesorabile. Hai più anni e più chili, ma sorridi a te stessa stasera.
Tu sai che per lui sarai sempre Cobra.

UN FIORE CHIAMATO MARTA


Credo tu sia stata trasportata su questo mondo da una bianca piccola piuma d’angelo.

Sei nata nelle pieghe di questa, non facile, terra. Sei fiorita accanto a noi, fiori del deserto. Tu piccolo seme hai lottato per esserci.

Sei stata un piccolo fiore tenace, ogni volta che questo mondo ti spazzava con i venti forti, tu perdevi petali, ma rimanevi ancorata al terreno e ai fiori attorno a te, perché li amavi.

Ma un fiore prezioso come te, una piccola e delicata orchidea, non poteva sopravvivere in questo deserto, in questo mondo arido e duro.

Ci incontreremo in un’altro giardino, dove l’amore, la gentilezza, l’empatia e la compassione pervadono il terreno. Tutti noi ci nutriremo di quello e saremo finalmente a casa.

Ciao piccola Marta

BLOGGESAURI


L’ultima volta che li avevo visti era il gennaio 2005, avevo i capelli lunghi neri, ero innamorata perdutamente di un uomo(1), pesavo millanta chili di meno e credevo ancora in molte cose che non esistevano.

Li ho rivisti la scorsa domenica, 14 anni dopo, oggi ho i capelli corti rosa antico, non sono innamorata, peso quei millanta chili in più e credo in nuove cose che non esistono.

Chi ho rivisto? I miei vecchi amici blogger, razza ormai quasi in estinzione, soppiantata dai nuovi influencer(2), che con i blogger l’unica cosa che hanno in comune, è l’avere un luogo virtuale nella rete.

I blog sono nati molti anni primi dei social. Per scrivere sul blog dovevi star fermo davanti a un pc, raggruppare emozioni e pensieri (o solo i pensieri), assemblarli, trascriverli. Eri lì, presente a te stesso e al pezzo, oltrepassavi le tre righe di scritto, a volte oltrepassavi forse troppo e le righe diventano tremila. Poi nei commenti accadeva la magia, tra commenti seri, un pò meno seri, inerenti e meno inerenti, scoppiavano le amicizie (tali da rivedersi dopo 14 anni).

I social sono arrivati con l’arrivo degli smartphone. Quindi ad una immensa popolazione, la cui maggioranza(3), davanti al pc a “scarabocchiare” con la tastiera i propri pensieri, fa la faccia tipo Jessica (quella del film “Viaggi di Nozze” di Verdone per intenderci) con la didascalia a lato: “Ahò, Tipo, secondo te!? Neppure se me paghi” e alla quarta riga, sono esausti dalla lettura e cambiano post, anzi scorrono lo schermo.
Nulla di male sia ben chiaro, solo che io amo i blog e uso i social, quindi il mio rapporto con loro è differente(4).

I social sono stati per i blog, quello che è stato la meteora caduta sulla terra per i dinosauri.

Ecco in pratica, oggi, i blogger sono dinosauri, o meglio bloggesauri.

Ma ho divagato, parlavo dei vecchi bloggers che non vedevo da 14 anni. Pochi (ma buoni) rispetto al 2005, ritrovo a Milano. Eravamo in quattro: Change, Zoo, GreenDune, la sottoscritta.
Con noi in sottofondo il Duomo, la Galleria, Brera per il pranzo, e il nostro raccontarci. Matrimoni, divorzi, separazioni, figli che non esistevano ora esistono, cani, mogli, compagni, prostate, colon e risate, molte risate. Rivederli è stato un piacere del cuore, dico sul serio.

Tutti noi così diversi è così uguali allo stesso tempo.
Nessuno di loro scrive più, nessuno di loro “tiene” un blog, solo io continuo a farlo anche se in maniera discontinua, ma per me è quasi una necessità farlo. E’ un vero peccato che non scrivano più, erano bravi, a differenza di me scrivevano strappando risate. L’ironia era il fulcro dei loro scritti(5), attraverso le parole riuscivano a farti sorridere anche quando il mondo ti stava “mazzuolando” sulle gengive.
Io invece no, io appartengo alla tipologia piattola gioiosa.
Loro non lo sanno ma ho invidiato molto la loro capacità di trasmettere l’ironia negli scritti.

(6) Change
(7) Zoo
(8) GreenDune

PS: prima o poi dovrò capire perché nove volte su dieci, inizio a scrivere avendo un’idea, e finisco per scrivere tutt’altro

(1) vorrei aver la capacità di innamorarmi ancora, chissà se in questa vita accadrà nuovamente o rimarrò nel “ma anche no”
(2) Individui con un più o meno ampio seguito di pubblico che hanno la capacità di influenzare i comportamenti di acquisto dei consumatori in ragione del loro carisma (ora capite perché amo il blog non gli influencer?)
(3) Oh! Ho detto maggioranza non tutti
(4) Sono estremamente consapevole che può sembrare arrogante quello che ho appena scritto, lascio a voi la scelta se può sembrare o se lo è
(5) Oddio non tutti, alcuni, diciamolo, li si leggeva perché “dai siamo amici”, la/lo reggo
(6) Change ringrazia che non abbia scritto dell’effetto “Già fatto!?”
(7) Zoo io avrei preso un caffè, è colpa tua se ho preso lo sbagliato, non si può ordinare un mojito come aperitivo a mezzogiorno e pensare che io ne uscissi indenne
(8) GreenDune ringrazia che non posti la tua ultima foto, quella che “forse per natale la scattiamo”

FOTOGRAMMI


Milano è anche questa. Ferma al semaforo lo vedo.


Rovista tra la spazzatura a cercare qualcosa che potrebbe servirgli. E son quasi sicura che ci sarà, lo sa anche lui.

Milano è fatta anche di questo, mi ripeto mentre in maniera quasi inconscia faccio “click”.
Rubo questo scatto, non so perché, mentre un leggero senso di colpa mi lambisce, poi penso “Faccio click su una realtà che esiste, non la creo”.
La mia coscienza interviene “Sicura di non essere tra quelli che la creano?”

Milano è fatta anche di questo, ma non solo di questo, mi dico per consolarmi mentre il semaforo diventa verde e io vado.
Lascio alle mie spalle l’uomo, i sacchetti e la ruera*, mi porto il ricordo e il mio “click”.

Non so neppure perché scrivo questo post, credo mi pesasse l’averla solo dentro quell’immagine. Perché, per rispondere alla mia coscienza, forse io questa realtà non l’ho creata, ma se faccio finta di non vederla, la alimento.

*ruera: termine dialettale milanese per dire immodizia