E poi ci sono musiche che ti entrano vicino al cuore. Proprio lì, dove ci sono le lacrime mai nate. Quelle che si son perse e non hanno mai trovato la strada per l’uscita.
Ecco quelle musiche, arrivano all’improvviso, penetrano in te e ti afferrano il cuore, lo stringono in una morsa e nel farlo, tracimano le lacrime in gola.
Lago salato dove galleggiano emozioni antiche.
Parlo d’arte, come intendo io l’arte, intrisa nell’amore e nelle emozioni. Uno spettacolo del 2010 di Marina Abramović al MoMa di New York. Lo spettacolo si chiamava “The Artist is Present”.
Durante questa spettacolo Marina rimaneva immobile su una sedia ogni giorno per sette ore, guardava negli occhi, senza parlare, chiunque volesse sedersi davanti a lei e comunicare con lo sguardo.
Prima di scrivere altro, come ho detto sopra si tratta (anche) d’amore. Di un amore, quello tra Marina e Ulay. Una storia nata, vissuta per 12 anni e poi finita, ma in modo particolare. Entrambi partirono a piedi, da due estremi opposti della grande muraglia cinese, si incontrarono a metà strada dopo 90 giorni e lì si dissero addio.
Da allora, non si sono più rivisti. Lui a sorpresa si è presentato a questo suo spettacolo e si è seduto davanti a lei.
E’ buio, cammino nel giardino di casa. Un piccolo sentiero porta alla salita, dove c’è la siepe che circonda la casa e nel contempo porta all’uscita. Un fruscio tra le foglie e il mio cuore batte più velocemente. Sono sola e spaventata. Percepisco ma non vedo.
Come nei migliori film thriller chiedo a voce alta: “C’è qualcuno?” e come da trama nessuno risponde. Io so, lì c’è qualcuno che mi vuole far del male. Riesco ad intravedere un cane che ringhia, ma non chi si muove nella siepe.
La paura mi sta bloccando. All’improvviso capisco, sto sognando! Sollievo, se sto sognando basta che mi allontani e il pericolo e la paura spariranno. Inizio ad andarmene, poi mi blocco e torno indietro. Vada come vada, questo incubo lo affronto.
Salgo il sentiero, mi ritrovo nella mano il mio coltello da cucina, quello che maneggio con timore tanto è grande e affilato. Son in alto, vicino alla siepe e inizio, come una folle serial killer, a lanciare fendenti contro la siepe e l’aria, per quanto non so.
Respiro affannosamente. Sono stanca. Ad un certo punto mi fermo, non so se l’ho ucciso o no, ma so che se muoio io, lui verrà con me, non morirò da sola.
Mi sveglio. Ho ancora un pò di fiatone e rimasugli di paura scorrono nelle vene. Faccio fatica a tornate in questo mondo. Continuo a sognare di svegliarmi, ma non mi sveglio, poi infine ci riesco, ed eccolo lì, il mio pensiero “dito mediano alzato“. Non più preda impaurita, ma cacciatrice.
Sospiro. Richiudo gli occhi e mi riaddormento.
Sogno ancora. Sogno di sognare e nel sogno sogno, e in questo sogno so di sognare nel sogno.
Post dedicato. Non perché sia accaduto qualcosa, semplicemente anche stamattina ho osservato “la gente”.
Lo dedico a quelle persone che si svegliano la mattina e soffrendo di profondi sensi e disagi d’inferiorità, non riuscendo ad uscire dal loro guano cercano di trascinare con loro le persone.
Il loro guano è costruito da insinuazioni suggerite e non dette, da denigrazioni anche sulle piccolezze e sciocchezze, sull’istigare il sospetto sulla persona.
Il loro motto è “Poiché non riesco a risplendere io, offusco te“.
Son quelle persone che escono da casa, t’incrociano e solo perché tu sorridi, si riempiono di ira dentro.
Se potessero, quel sorriso, te lo strapperebbero dal volto. Sai che c’è? Io sorrido e voi….
Un amico mi fa vedere questo. (che ci posso fare se gli amici quando vedono alcune cose pensano a me, si questo fa sorgere in me delle domamde, alle quali però non voglio rispondere)
io guardo e sorrido, ma nel mentre lo faccio, vengo presa da insana sindrome premestruale, mi sale un fastidio di quelli che friccicano sulla pelle. Si va bene l’ironia, vi va bene sto cazzo mi dico. Questi non lo fanno per ironia lo fanno per vendere un prodotto facendoci passare per delle isteriche psicopatiche, e passa il messaggio che lo siamo davvero se abbiamo bisogno di integratori per star meglio. E poveri quelli che ci vivono accanto. E non c’è la faccio, proprio no, a star zitta.
Prima di tutto, chiariamo, gli unici che possono darmi della psicopatica sono i miei amici, ma tu azienda con annessa agenzia pubblicitaria proprio no, e mi spiace io non lo compro il tuo prodotto, son una psicopatica senza speranza.
Ve lo giuro, volevo far un post solo per sorridere, ma non posso non mi riesce, perchè mentre scrivo mi viene in mente che…
…nell’ottocento, davano delle isteriche a una miriade di donne, e i medici spinserò talmente tanto questa teoria che una grossa fetta delle donne di buona società dei tempi si autoconvinse di esserlo (quelle povere in genere si “salvarono” per ignoranza).
Il fenomeno “isteria” poi praticamente scomparve nella seconda metà del novecento, quando ormai i medici, resesi conto delle stronzate sparate, smisero di suggerire alle loro pazienti donne di essere delle isteriche e l’isteria scomparve come “malattia” e dalla società.
Di quel periodo, l’unica cosa positiva è la nascita del vibratore. Per curare l’isteria naque il vibratore. Se avete pazienza e costanza e andrete fino alla fine del post, riderete come me (a volte forse un pò a denti stretti) di cosa non si sono inventati per curare “l’isteria”, che chiaramente colpiva le donne, non gli uomini. Gli unici modi per curarla sono quasi tutti praticamente legato al sesso.
Ma va?! Uomini che dicono a delle donne che devono esser “disponibili” per star meglio? Non avrei mai detto.
Isteriche ieri, in SPM oggi. Insomma pare che in ogni epoca dobbiamo pensarci schizzate in qualche modo. Ora io non nego che gli sbalzi ormonali ci affliggano, ma credetemi son gestibilissimi. Ho vissuto anni e anni benissimo senza sapere che esisteva questa sindrome, poi mi hanno spiegato che se mi incazzo con te perchè sei stronzo, è colpa della SPM non del fatto che sei stronzo.
Vabbè… lo so questa cosa è talmente diffusa ormai che non solo uomini, ma anche donne ho sentito dire “Avrà il mestruo”, “Sarà in sindrome premestruale”, “E in quei giorni, ragiona con le ovaie” solo perchè una donna portava avanti con determinazione e forza le sue ragioni.
Comunque bando a queste ciance, ora io son qui a chieder altro, se io mi incazzo e sfriso con i geroglifici egiziani l’auto di chi mi sta sulle ovaie, posso avvalermi dell’infermità mentale da SPM dopo? No, perchè se pensate che siamo psicopatiche in quei giorni mi sta bene, basta che poi non vi lamentate perchè psicopatiche lo diventiamo davvero.
PS: qua sotto un breve riassunto di quello che potrei fare in SPM appena mi dite che posso avvalermi dell’infermità mentale da SPM
ho sempre adorato giocare con la Barbie
L’ISTERIA. IV secolo a.C.: L’idea che uno “spostamento dell’utero” potesse causare sintomi anomali, dall’amnesia al sonnambulismo, è menzionata per la prima volta nell’antica Grecia negli scritti ippocratici. Gli organi sessuali femminili saranno collegati a comportamenti inspiegabili per i successivi 4.000 anni. II secolo a.C.: Il medico dell’antica Grecia Galeno conclude che la causa dell’isteria è una privazione sessuale. Il rimedio che consiglia è il matrimonio. Galeno sarà anche il primo a suggerire come terapia la “manipolazione digitale”, descrivendo la guarigione di una donna sottoposta a tale trattamento: “da allora, scomparvero tutti i mali che l’affliggevano”. II secolo d.C.: Il filosofo romano Celso consiglia per primo l’uso delle sanguisughe come possibile cura per l’isteria femminile. X secolo: Avicenna, medico persiano e prolifico autore di trattati di medicina, raccomanda per l’isteria una cura a base di “sfregamenti”, che, afferma, consentirà alle donne affette da questo male di “trovare pace”. XIII secolo: L’alchimista spagnolo Arnaldo de Villanova raccomanda l’uso di supposte vaginali per ristabilire l’”equilibrio di umori” nella donne affette da disturbi non trattabili di vario genere. XVI secolo: Il medico francese Phare scrive di una nuova cura per l’isteria, consistente nel mandare le donne a cavalcare nei boschi. 1653: Il rinomato medico olandese Pieter van Foreest parla del suo rimedio per l’isteria, che prevede un massaggio plevico “sino al parossismo”. Lo consiglia in particolare alle “vedove, alle donne che conducono una vita casta, e alle suore”. XVII secolo: Il pionieristico medico inglese William Harvey, il primo a descrivere il sistema circolatorio umano, afferma che gli organi sessuali femminili sono la causa di “orridi eccessi mentali…frenesie, melanconia, sbalzi d’umore e comportamenti eccessivi”. XVIII secolo: Nelle località termali europee si diffonde la voga degli apparecchi per l’”idroterapia,” spesso dotati di un apposito ugello, come rimedio per un’ampia gamma di disturbi femminili. XVIII e XIX secolo: L’espressione “attacco isterico” diventa popolare nelle cerchie mediche per classificare un largo spettro di fenomeni inspiegati, dall’epilessia alla depressione, dalla sindrome di Tourette alla riottosità, dai problemi coniugali all’infedeltà sessuale. Anni 1850: L’insigne medico francese Pierre Briquet annuncia i risultati del suo studio sull’isteria femminile, causata a suo parere dalla frustrazione sessuale, e propone come cura un trattamento, a suo avviso puramente medico, che definisce “titillation du clitoris.” 1859: Uno studio condotto dai medici Britannici rivela che oltre il 40% della popolazione femminile risulta affetto da isteria. 1866: Il medico inglese Isaac Baker-Brown offre un’alternativa alla cura a base di massaggi per l’isteria femminile: la clitoridectomia . Verrà estromesso dall’albo della Società ostetrica londinese dopo aver praticato un numero imprecisato di operazioni chirurgiche di questo tipo. 1869: L’inventore americano George Taylor progetta una macchina per massaggi alimentata a vapore nota come “Il manipolatore”. I medici che curano l’isteria la adottano prontamente, ma Taylor raccomanda la massima prudenza nell’utilizzo con le pazienti, al fine di evitare “eccessi”. 1883: Il primo vibratore elettrico è brevettato da Joseph Mortimer Granville, ma nonostante nasca come congegno per alleviare i dolori muscolari, viene presto utilizzato come cura per l’isteria. 1895: Sigmund Freud e il suo collega Joseph Breuer scrivono il loro saggio fondamentale sull’isteria, arrivando alla nuova conclusione secondo cui si tratta di un disturbo psichico, più che fisico, derivato da esperienze sessuali traumatiche vissute nella prima infanzia. Nasce l’era moderna della psicoanalisi. 1899: Il “Vibratile”, un semplice vibratore da 5 dollari realizzato in filo di ferro viene pubblicizzato nel McClure’s Magazine, un mensile popolare dell’Ottocento, come cura per nevralgie, cefalee e rughe. Primi del Novecento: dozzine di “apparecchi portatili per il rilassamento” vengono pubblicizzati in varie riviste femminili. 1908: The London Times pubblica un editoriale in cui si afferma che molte delle suffragette che si battono per il diritto di voto “soffrono di isteria”. L’idea si diffonde, e gli oppositori delle suffragette mettono in dubbio la salute mentale delle attiviste femministe. 1952: L’Istituto psichiatrico americano esclude finalmente l’isteria dall’elenco dei disturbi mentali.
4000 anni per ammettere che l’isteria non esiste e loro ora ci fanno apparire schizzate a causa della SMP.
Giuro, lo dico con il cuore, senza neppure essere nella sindrome, fanculizzatevi.
PS: Il materiale sull’isteria l’ho trovato in rete.
Venerdì, mi è stato detta una cosa che già sapevo, ma sentirla dire a voce, da quella voce, è stata come l’ultima onda di uno tzunami, quella che si porta via tutto ciò che era vivo e dietro se lascia morte e macerie.
Ho guardato quello spettacolo di vuoto da ripulire, non è cosa da poco.
Del resto funziona così, per far arrivare il nuovo bisogna spazzare il vecchio, o almeno così dicono. Saperlo, in ogni caso, non mi ha fatto sentire meno amaro in bocca, per due giorni il pensiero tornava, mi lambiva la mente, anche di notte. L’amaro è un sapore che resiste in bocca.
Sabato pranzo fuori, vetrata vista lago. Il cielo grigio, la pioggia, le nuvole cariche e il vento che fa muovere l’acqua del lago in piccole onde rabbiose. Osservo quel mondo freddo dal caldo del locale. Guardo quel paesaggio che conosco così bene, è casa, ma sento anche quella fitta che trapassa, è il tempo veloce che passa e che non è ben speso. Quella fitta ha un nome, rimpianto. Rimpianto di un tempo senza tempo, speso in sogni e progetti.
Cresce questa necessità di cambiare. Dovremmo ogni tot anni cambiare luogo, paese, abitudini, gente, lavoro. Perchè dove viviamo conosciamo, pian piano, tutto alla fine. Questo ci toglie il piacere della scoperta, del tempo, del viver, del posto e delle persone.
In questo pezzo di terra, ci abito da una vita, so a memoria la pianta della città, so dietro ogni via cosa si cela, non c’è più vita e vivacità nel mio girare qui, tutto visto e rivisto. Ogni luogo ha un ricordo e una sua memoria che affiora, non lascia spazio a che se ne creino di nuovi.
Dovrei, vorrei andarmene, questo posto ormai mi consuma senza darmi niente in cambio. Mi blocca la paura, come sempre. Io e il mio bisogno di certezze, pur sapendo ormai, che di certezze la vita non da.
Sospiro, il mio oroscopo dice di portare pazienza, che arriverà l’estate. Non ho pazienza, ma so che nel mio mondo non ci sono solo splendidi papaveri rossi, ma anche giornate di pioggia che accompagnano e fanno scivolare in profondità.
Devo solo ricordarmi di aprire l’ombrello, quando la pioggia è troppo forte, se poi lo trovo del colore dei papaveri, ancora meglio.
Da piccola non l’ho mai avuto, ma sospetto di averne da adulta.
Parlo dell’amico immaginario.
Parlo anche di amori, situazioni, persone, emozioni, immaginarie.
Me lo sto chiedendo in questi giorni. Avendo io una fervida fantasia, mondi miei, universi miei, credi miei, quanti amici e amori immaginari ho avuto? Ho? Quanti film mai trasmessi ho visto?
Da piccola guardavo le arance e vedendole tonde e arancioni mi domandavo se quello che per me era tondo e arancione per un altro fosse quadrato e giallo, solo che ormai ci comprendevamo lo stesso avendo stabilito un codice per identificare l’arancia. (*)
Ho un sospetto in questi giorni, forte, che in fondo non voglio sapere. Ho degli amici immaginari. Amici con cui parlo, mi apro e credo vicino al cuore. Persone, emozioni che ho fatto entrare anni fa nella mia vita, ma non esistono, sono solo nella mia immaginazione.
Non riesco a trovare risposta, ma forse non voglio, forse dovrei parlarne con te amico immaginario, ma se lo facessi tu, mi diresti che sei reale e vero ed io ti crederei, anche se non lo sei.
Con la frutta è semplice. Con le persone meno.
(*) Si, segaiola mentale fin dalla più tenera età.
L’aria fuori è fredda, pungente. Il sole non riesce a scaldarla di prima mattina, eppure io qui, sono immersa in un caldo campo di spighe mosse dal vento.
Il sole è alto, il vento avvolge come amante bollente, se chiudo gli occhi, lo sento parlare e sussurrare parole d’amore alle spighe, si piegano e mi accarezzano la pelle mentre cammino tra loro.
Ritorno, guardo fuori dalla finestra, l’ho sempre avuta questa capacità di viaggiare nei sogni e nelle emozioni, nel bene e nel male.
Ricordo parole dettemi: “Vivi su un altro pianeta, ti parlo ma non ci sei, dove sei ora? Il tuo corpo è qui ma tu non ci sei”.
Andavo via, io qua non ci vivevo bene. Poi sono cresciuta, non potevo più andarmene tutte le volte che avrei voluto. Da allora ho imparato a portare pezzi del mio mondo in questo mondo. Ora un piccolo frammento è qui.
Oggi fuori il cielo è azzurro, l’aria è calda, l’estate è nel suo fulgore, i grilli mi cantano serenate mentre vado incontro a quel papavero rosso in mezzo al campo di grano.
Io sono l’essere umano vivo n. 3.111.801.457, ma se vogliamo proprio farla fuori dal vaso io sono l’essere umano n. 76.830.743.752 vissuto da quando è iniziata la storia.
Questo secondo questo link della BBC.
Il quale tra il serio e il faceto, fa un pò di conteggi, te li personalizza ad hoc per farti sapere tu che numerino sei. Personalmente ho tirato un sospiro di sollievo sapere che questo numerino non era quello della fila alla posta. Già quando ho il n. 10 passo almeno 40 minuti di inutile attesa.
Comunque andando oltre, sappiate che in Italia, mediamente ogni ora ci sono: 64 nascite, 66 morti e arrivano 46 immigrati.
Io quale donna italiana, ho un’aspettativa di vita di 84 anni. Ma me ne frego della loro statistica, perché guardo alle donne della mia famiglia; le mie ave mi permettono di aggiungere a tale cifra una decina d’anni in più. Insomma qua facciamo parte della serie dure a morire!
Di questo ultimo anno mi porto dietro una corazza di grasso a protezione di un cuore, 25 chili di spessore tra me e il mondo per paura di sentire ancora dolore, per allontanare uomini che hanno una visione epidermica della vita e di me, per soffocare la perdita di un’amicizia.
In questo ultimo anno ho perso la speranza, il credo, le fondamenta, le pareti di me stessa e per questo ho cercato il “suicidio” attraverso il cibo. Però ho combattuto a modo mio, ho chiesto aiuto e ho stressato chi mi è vissuto accanto con la visione cupa e senza speranza del mondo. Nondimeno, mentre ciò accadeva io combattevo, a modo mio, muovevo energia a caso, camminavo senza direzione, tutto pur di allontanarmi da quel punto. Ho camminato davvero senza speranza, senza sapere dove ero e dove andavo, ma non mi sono mai fermata, o non più di tanto almeno.
Ma a fine di questo anno ho imparato. Ho imparato a perdonare, o quanto meno ad andare oltre, perché non tutti siamo allo stesso punto di comprensione della vita e come annaspo io, annaspano anche gli altri nella vita.
Ho appreso che il perdono implica il dare in ogni caso ad ognuno le proprie responsabilità e il dover affrontare le conseguenze delle proprie azioni.
Alla fine di questo anno, ho capito che il mio camminare senza meta, il mio cercare, il mio muovermi era rivolto a me stessa, mi stavo cercando e mi son trovata, ritrovata. Quando questo è accaduto, la mia vita ha ripreso a scorrere e son arrivate persone luminose.
Ora, in fondo a questo anno, mi trovo con questi 25 chili che da protezione son diventati prigione angusta e non mi appartengono. Da questa prigione io vorrei uscire ed è ora che cominci a picconare questo muro da qualche parte.
Questo post, questo scritto, serve a me per metter un punto e un fissar un obiettivo, ma mi serve anche per dire a chi passa un momento cupo della sua vita, di non smettere mai e poi mai di cercare dentro di se. Alla fine tutto l’universo è lì dentro, sole compreso, quando lo troviamo, quando ci troviamo, altri universi arrivano a noi, altri soli illuminano con noi la vita.
Oggi io ho un cielo stellato a giorno pieno di soli.
Insomma, non smettere mai di cercare di sorridere e credere, nulla e per sempre vero, neppure il buio.