LE MILLE ME


Se lo sapessimo all’inizio forse non lo faremmo.
Rinasciamo senza memoria perché altrimenti avremmo difficoltà a intraprendere un nuovo viaggio.
Cancellarci per tornare è il primo inganno che ci aspetta, un inganno che forse abbiamo scelto noi.

Ho un ricordo lontano l’aver lasciato quel luogo con quella sensazione che un solo aggettivo non può contenere.
Pioggia e neve mista, la mia emozione, dolore e amore insieme.
I magneti fanno quello che sanno fare, anche se non vogliono.

Cammino questo sentiero con la speranza che ricorderò di più, sarò più forte, apprenderò ancora e la distanza sarà sempre meno, ma questa è un’altra storia, quella delle mille me che mi accompagnano in silenzio.

La strada è lastricata d’inganni, i più terribili, come il primo son quelli che ci facciamo da soli. Quelli degli altri son solo la conseguenza dei nostri.

Ci isoliamo per ritrovarci per capire chi siamo e finalmente comprendere che il regalo più grande è insito in noi. L’amore per noi stessi è la base dell’amore per gli altri. Per questo è così difficile trovare l’amore.

Se il dolore non mi avesse insinuato quella pulce nell’orecchio.
Eppure lo so, il segreto è lì in quell’abbraccio incondizionato che non sono ancora in grado di fare.

NEVER AGAIN


 Poi ricordi.

Never again

SOGNO DI UNA NOTTE DI INIZIO AUTUNNO


Percorrevo una strada in discesa e scrivevo il mio diario cartaceo. Un grande quaderno intonso, con la copertina color panna. Iniziavo a scrivere sulla pagina bianca con la matita morbida: “Sono rimasta prigioniera di questo amore è questa la causa di quello che è accaduto dopo”.

Sentivo il rumore di un paio di auto dietro me, timorosa mi giravo, ma poi vedevo che non ero in pericolo, anzi si incagliavano nel fango, mentre io proseguivo a piedi. Pensavo che quel quaderno era la mia agenda, se la lasciavo in ufficio avrebbero potuto leggerla, e non volevo ciò.

Uno strano timore detto da una che scrive su un blog pubblico anche il colore delle mutande.

La verità e che io dico meno di quello che sembra alla fine. Uso metafore e parlo a voi, ma in verità parlo a me stessa. Attraverso voi e i vostri occhi scopro parti del mondo esterno e qualcosa di me che altrimenti non avrei modo di vedere. Però alcuni pensieri che ispirano quello che scrivo, non arrivano ai tasti, rimangono lì, impigliati dietro le parole, le virgole e gli spazi bianchi. Celati in attesa di chi riesce a vedere oltre la tastiera.

E che dovevo scrivere questo sogno, perché ci son sogni che so essere importanti e questo è uno di loro. Dovevo fissarlo e osservalo, nella forma che le lettere gli davano, a prescindere da quello che poi a voi sarebbe riuscito a trasmettere.

Il dolore di dopo è figlio del dolore di prima.
Se non abbandoni il dolore nutrirai la sua prole.

Oh io non ho mai detto di esser normale!

UNA VACCA TRAFITTA DA UN RAGGIO DI SOLE


Ti svegli, esci, e non ti aspetti certo di trovarti di fronte una lama di luce che attraversa il cielo per toccare la terra. L’abbinamento che fai con la poesia è immediato.

La poesia di Quasimodo te la ricordi bene. Quando l’hai letta la prima volta avevi 11 anni e ti è rimasta impressa a fuoco nelle sinapsi, subito!

L’hai amata, sentita, percepita e disperatamente sperato fosse non vera. Quasi sapessi già da allora… il “viaggio” sulla terra si fa da soli, nonostante tutti i tuoi tentativi negli anni di condividere il mondo, si cammina da soli. I più fortunati, per tratti, condividono un pezzo di percorso.

Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole ed è subito sera.
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera.

Divago con la mente parlando a me stessa. Però, accadde proprio così. Questa poesia mi colpì come un pugno allo stomaco, questa è un’altra ancora di più. In tre anni di medie inferiori due poesie mi hanno segnato. Le altre son passate, si belle, ma percepite come ruscello che scorre.
Questa di Quasimodo e “La Vacca” di Esenin furono parole scritte che mi impregnarono l’anima scendendo in profondità nello stesso istante in cui le lessi. Ancora oggi mi domando se esse influenzarono la mia vita o semplicemente la sfumatura della mia anima era atta a comprenderle già da allora.

PS: Sì, in effetti, a pensarci bene, il titolo del post potrebbe essere fuorviante, ma adoro mischiare sacro e il profano 😉

PPS: giusto per farvi capire, quanto, sin da piccola fossi una tritura palle malinconica, vi metto qua sotto anche la poesia Di Esenin (scusa per poterla rileggere anche io)

La vacca
Decrepita, senza più denti,
sulle corna il volume degli anni,
la percuote l’uomo violento
lungo i campi e lungo gli stagni.
L’anima è aliena al rumore
mentre le talpe raspan nei campi,
in cuore essa medita ancora
al vitello dai piedi bianchi.

Le hanno tolto la sua creatura,
le han negato la gioia più bella.
Su un pertica oscilla alla furia
del vento la povera pelle.

Presto nei campi silvestri,
come hanno fatto al vitello,
le metteranno il capestro
e la condurranno al macello.

Le corna con un lamento
si pianteran nel terreno.
Essa sogna boschetti lucenti,
pascoli grassi e sereni.

ALICANTE


Inciampi in una poesia di Prévert, alla fine del tuo respiro sei nell’ottobre del 2007. Ritorni in quella città che Prévert cita per un amore e tu ricordi in un flashback di emozioni e immagini.

ALICANTE
Un’arancia sulla tavola
Il tuo vestito sul tappeto
E nel mio letto tu
Dolce presente del presente
Freschezza della notte
Calore della mia vita.

Le tue emozioni non sono legate a un amore, ma a te.
A quel viaggio fatto di notte, al sonno mancato, a quella mattina d’ottobre con il sole e un caldo estivo, al vento che attraversa la finestra e fa muovere le tende come ballerine seducenti.

Il mate offerto e passato tra parole in spagnolo e inglese, parole che ascoltavi silente non parlando nessuna delle due.

L’attesa della sera per la danza, il colore della città e il suo mare, sapore di sale sulle labbra, mangiar boccaditos e chiacchierare con sconosciuti.
Intuirlo, si intuirlo, quello sarebbe stato un attimo di vita, una bomba ad orologeria, prima o poi sarebbe scoppiato nel futuro.

E sei lì, nel caldo, nei pensieri di allora, a quella voglia di conoscere il mondo attraverso il sapore sulle labbra, energia impastata di fare, conoscere, amare e condividere.

Ti ricordi di te, di come eri. E quella sensazione ancora sulla pelle, del tepore che scalda e del vento che accarezza, mentre rumori di stoviglie fuori della finestra fanno da sottofondo.

Chissà quando ti sei persa.

IL FAVOLOSO MONDO DI DIAMI’


“Il mondo esterno appare così morto che Amélie preferisce sognare una sua vita in attesa di avere l’età per andarsene”

(Il favoloso mondo di Amèlie)

E mi riporto a me piccola, in cucina, seduta tra la macchina per cucire e la lavatrice. La schiena appoggiata su questa ultima. Ferma, immobile, silenziosa ma con gli occhi aperti. Avevo mille mondi in testa. Viaggiavo con le mente, vivevo avventure e vite. Fuggivo da una realtà che mi stava stretta e da cui non potevo andarmene.

E poi, poco più che adolescente, in un mondo che ho attraversato in punta di piedi, cercando di non farmi notare, perché tanto sicura non ero, era tutto più grande di me. Io viaggiavo nei miei mondi. Non rimanevo più immobile tra la lavatrice e la macchina per cucire, ma andavo via lo stesso. Spesso dovevano chiamarmi più volte chiedendomi: “Su quale pianeta sei?”

Eccomi ora donna in crescita, non viaggiavo più su altri mondi, camminavo su questo. Arrancavo, sbuffavo e sudavo per star al passo con gli altri, passo che a loro sembrava così facile condurre.

 

“- Tutte le donne vogliono addormentarsi sulla spalla di un uomo.
– Sì, ma gli uomini russano ed io… ho l’orecchio musicale.”

(Il favoloso mondo di Amèlie)

 

Era una situazione fisica che conoscevo. Quando la vidi nel film, mi sembrava impossibile che qualcuno fosse riuscito a descrivere perfettamente la sensazione che avevo provato io. Ogni volta che vedevo quella scena, mi ricordavo il mio sciogliermi e mi scioglievo ancora.
Forse non camminavo ancora del tutto su questo mondo, per quello arrancavo così tanto, stavo con un piede di qua e un piede di là, ma il di qua non lo capivo.

Poi è accaduto. Ho smesso di viaggiare nei mondi. Il di qua ancora non lo capisco, ma ne son rimasta imprigionata. Spinta e strattonata da eventi che ho creato, da storie che non ho saputo gestire e da personaggi che di sogni e mondi altrui si nutrono.

Cammino con la sensazione di un’occidentale che deve capire dove dirigersi in una metropoli asiatica.

L’errore più grande è stato credere che questo fosse il vero mondo, dimenticando che il vero mondo è quello che noi, riusciamo a creare. Questo è solo la brutta copia del mondo di qualcun altro.

Prima o poi la porta per uno dei miei mondi la ritrovo.

 

Nel frattempo in sottofondo scorre questa musica.

I PIEDI DEGLI ANGELI


Quando ero piccola io sapevo che gli angeli vivevano dentro le nuvole.

Avete presente quelle enormi dense nuvole primaverili estive? Quelle che sembrano bambagia attaccate al cielo azzurro da un filo invisibile. Ecco quelle. Io sapevo con certezza. In quelle vivevano gli angeli.

Durante i tragitti in auto con mio padre sedevo dietro, o meglio mi sdraiavo, con il naso all’insù, le osservavo senza staccare mai gli occhi. Prima o poi un angelo avrebbe fatto un passo falso, sarebbe inciampato o scivolato e un piede sarebbe sbucato fuori dalla nuvola. Quando ciò sarebbe accaduto, avrei avuto anche la prova di quello che già sapevo. Quelle erano le loro case.

Mentre osservavo distesa con gli occhi al cielo, immaginavo come potessero essere arredate con i mobili fatti di nuvola bambagiosa. Ho osservato a lungo e per anni. Chiaramente non ho mai visto il piede di un angelo.

Osservo ancora il cielo e nel farlo guardo anche le nuvole, anzi le fotografo, ma non cerco piedi d’angelo, qualcosa cerco però.
Cerco quel qualcosa che io so esiste, ma non riesco mai a vedere.

A volte temo di osservare il mondo con la stessa aspettativa di allora, e che anche qui, nonostante la mia attenzione, non vedrò nessun “piede d’angelo” sbucare da una soffice nuvola.

TRIESTE, MON AMOUR ICH LIEBE DICH FOREVER


Ho memoria di te nonostante gli anni e la patina di polvere che questi depositano. Chiudo gli occhi per pochi secondi e il cuore si apre dischiudendo immagini. Risalgono attraverso le arterie alla superficie, la mente si riempie di loro.

Vicolo San Giacono.
Gli gnocchi di patate della zia.
Lo scappar dalla puntura “per favore non farmela” e nascondersi sotto il letto piangendo.
I giochi nei vicoli, le vecchiette con un occhio alla maglia e un occhio a te, controllano che tutto vada bene.
Il museo naturale e quei bambini piccoli piccoli mai nati dentro quei barattoli di vetro; l’orso enorme impagliato e il dispiacere nel saperlo morto.
L’odore del mare, Piazza Unità, il vento tra i vestiti, le navi grandissime, mia madre in visita, l’acquario marino e osservar i pinguini a bocca aperta.

Piazza San Giusto.
Il piccolo bar del mattino, dove le donne dopo la spesa facevano quattro ciacole sedute al tavolo.
L’osteria sotto casa con il campo di bocce e l’andar a chiamar lo zio che era pronta la cena.
Il cinema all’aperto guardato dalla finestra di casa, e quando mandata a letto, ascoltato nel buio e nel caldo estivo.
Volere le scarpe con il tacco alto. Quattro anni. Far impazzire mio zio per ore e ore nei negozi a cercarle. Alla fine trovarle. Un centimetro di tacco tutto per me e con quelle scarpe quella notte andarci a dormire.
Il caffè con la panna della torrefazione, dove zia mi permetteva di mangiare la panna sporcata di caffè.
Le salite e le discese della città. La bora e quei lunghi passamano di metallo.
Andar con la zia alla lavanderia a gettoni, allora altrove non esistevano, aspettar che il bucato finisse di lavarsi, mentre zia leggeva i fotoromanzi ed io osservavo quei baci patinati in bianco e nero.
Miramare, il castello bianco da principessa e i suoi cigni.
I bagni al mare, lo stabilimento triestino La Lanterna, le femmine da una parte e gli uomini dall’altra. Alcune donne così prendevano il sole in topless e altre con i bigodini in testa. Quando uscivano abbronzate senza segni con i capelli in ordine, gli uomini le aspettavano. E zio aspettava noi.
Opcina e il suo tram, la grotta gigante e il suo cuore interno alla terra

E poi dopo, ancora piccola, il recidermi. L’avermi strappata a quel mondo, quella terra, a mia zia, per portarmi in questa dove ancora oggi, a volte, mi sento straniera.

I primi anni della mia vita mi ha “cresciuto”  una Signora mitteleuropea, Trieste.
Uno stile tutto suo, particolare e signorile ma dal cuore popolare. Le donne erano già “libere” rispetto ad un’Italia retrò pochi chilometri vicina. Così vicina ai confini da insegnar alla sua gente il valore della vita, del divertimento e del sorriso, il tutto intriso di una profonda cultura. Leggerezza la parola d’ordine, perché oggi ci sei domani non sai.

Occupata dai tedeschi, dagli jugoslavi e infine dagli alleati. Il valore della parola libertà imparato con il proprio sangue.
Uomini di diverse etnie mischiate in te hanno dato alla parola unione un significato diverso, mi hai insegnato che la stirpe è una sola, umana.

Oggi ti rammento, non so neppure io perché, mi rendo conto quanto tu sia presente in me, di quanto parlare di te voglia dire parlare di me e di quello che sono ancora oggi. L’imprinting mentale è il tuo, mi hai predisposto ad esser cittadina del mondo.

LE MANOLO BLAHNIK ROSSO FUOCO E LA NEVE


Che cosa hanno in comune Educazione Siberiana e Sex and the city? Me.

Ora non immaginatemi con delle bellissime Manolo Blahnik rosso fuoco mentre arranco nella neve alta. Non intendo questo. Quello che intendo e che sono entrambe le cose. Sorrido al pensiero di mischiare clan siberiani e donne di Manhattan.

Sono il discorso iniziale di nonno Kuzja e sono le mille domande di Carrie.

Sono i tatuaggi siberiani. Ho inciso il mio corpo due volte.
I miei tatuaggi non sono siberiani, ma come i siberiani sono collegati a vicende della mia vita.
Il primo, piccolo, un tribale nero. Punto per ripartire da ciò che ero verso il nuovo.
Il secondo, enorme, colorato. Memento “mai più”, sono sopravvissuta, questo è il mio cammino.
Il terzo è lì, in attesa del suo tempo sulla mia carne, che chiede pelle su cui nascere.

Sono stata parte di un “Sex and the city” de noarte per lungo tempo, fino a che qualcosa si è spezzato. Oggi guardo ad allora con quel nodo in gola di ciò che d’importante si è perduto e non tornerà. Qualcuno l’ha rotto, frantumandolo. La vita spesso fa queste cose.
Di quel tempo mi rimangono i ricordi, tantissimi, aver fatto parte di qualcosa di speciale, un Big nella memoria, il sapore di ciò che era e non è più.

Oggi son più Siberia che Manhattan. Una parte di me ne è fiera. L’altra ha problemi con il freddo, poiché la vita ha grandi difficoltà a prosperare in quell’ambiente. Non ho soluzioni. Ho solo un fine settimana di film e di pensieri che pesano sulle spalle.
Sono consapevole che nonostante tutto sarà la parte siberiana a darmi la forza e l’energia che serve per camminare ancora.

A pensarci bene, immaginatemi pure come quella con le Manolo Blahnik rosso fuoco che cammina nella neve bianca.

PAROLE ALTRUI


Io penso che le persone non si dimenticano. Non puoi dimenticare chi un giorno ti faceva sorridere, chi ti faceva battere il cuore, chi ti faceva piangere per ore intere. Le persone non si dimenticano. Cambia il modo in cui noi le vediamo, cambia il posto che occupano nel cuore, il posto che occupano nella nostra vita. Ci sono persone che hanno tirato fuori il meglio di me, eppure adesso tra noi, c’è solamente un semplice ‘ciao’. Ci sono persone che hanno preso il mio cuore e lo hanno ridotto in mille pezzi, senza nemmeno pensarci due volte. Ci sono persone che sono entrate nella mia vita in punta di piedi e ne sono uscite esattamente nello stesso modo. Ci sono persone che hanno creato un gran casino, che hanno sconvolto i miei piani, che hanno confuso le mie idee. Ci sono persone che nonostante tutto, sono ancora parte della mia vita. Ci sono persone che sono arrivate e non sono più andate via. Ci sono persone che, anche se io non le ho mai sentite, ci sono sempre state. E poi ci sono persone che non fanno ancora parte della mia vita, ma che tra qualche anno forse, saranno le persone più importanti per me. Ci sono persone che: nonostante mi abbiano fatto versare lacrime, mi abbiano stravolto la vita, mi hanno insegnato a vivere. Mi hanno insegnato a diventare quello che sono. E, anche se oggi tra noi resta solamente un sorriso o un semplice ‘ciao’, faranno per sempre parte della mia vita. Io non dimentico nessuno. Non dimentico chi ha toccato con mano, almeno per una volta, la mia vita. Perché se lo hanno fatto, significa che il destino ha voluto che mi scontrassi anche con loro prima di andare avanti.”

Luciano Ligabue

Oggi va cosi, oggi uso parole altrui e non le mie. Oggi è così perché queste parole avrei voluto scriverle io, così come sono, punti, virgole e due punti compresi. Nemmeno se lui mi avesse conosciuto e davanti a un bicchiere di lambrusco (quello amabile) avessimo parlato con la filosofia del nostro cuore per tutta la notte.