NEVER AGAIN


 Poi ricordi.

Never again

SFERE


Da ieri questa sensazione è più forte del solito. Si lo ammetto, un pò l’ho sempre avuta, intendo la sensazione di non essere totalmente sincronizzata con l’ambiente intorno a me. Però ultimamente lo “scronicismo” aumentava in maniera esponenziale, e ciò nonostante cercassi di tenerlo a bada.
L’osservare che le persone, una volta più vicine a me per indole, son diventate lontane nel vivere, nel pensare e nei valori mi fa vivere su un piano parallelo.
Ma sarà che son fuori io posto in questo mondo?

Per questo osservo senza giudizio di nessun tipo, verso nessuno, ognuno ha il suo personale percorso di crescita di cui io non posso sapere davvero niente. Ciò non toglie, però, che mi ritrovi spaesata e non riconosca più nessuno, come in labyrinth. Eppure mi sembra di aver più volte usato anche io la “sedia”, o forse proprio per questo, non so… so che la vita consuma.

PS: Certo che se anche nel mio mondo immaginario ci fosse stato Bowie, uscire dalla sfera avrebbe richiesto più forza di volonta per non rimanere con lui (la serietà non riesce mai a giungere alla fine dei miei post, portate pazienza)

PPS: se non capite perchè parlo di sedie, Bowie e labyrinth cliccate su di lui e sentirete anche la musica che accompagna le mie dita sulla tastiera.

SPSP E LA CICCIA MENTALE


Cosa è la SPSP?

Io ogni tanto la SPSP la uso quando scrivo.
Se a qualcuno di voi ispira l’idea di partecipare, sappiate che non ci guadagnerete un euro, ma anche che non spenderete un centesimo. Vi va di sperimentare qualcosa di diverso, o semplicemente di giocare con le parole? Si? Allora cliccate sull’immagine qua sotto e vi ritroverete da loro, con ogni informazione necessaria, il bando, gli esempi e da chi è composta la giuria.

Sperimentare con la scrittura è un modo di nutrire la mente, ed io amo la “ciccia” mentale.

PERCORSI


Ci arrivo, quasi per caso, youtube mi suggerisce quel video. Rimango lì ad osservare. E li vedo. Lì in mezzo a quei sorrisi, ci sono i miei amici. Alcuni suonano altri ballano. Vi guardo. Mi si apre il cuore e le labbra si stendono leggere. Mi mancate spesso, più di quello che vorrei.

Mi mancano. Mi manca danzare con loro, mi manca attraversare la notte e arrivare al sorgere del sole mentre danzo, mi manca la condivisione di una visione del mondo, mi manca la parola amore che abbraccia non solo le relazioni, mi manca osservare il mondo con attrazione, mi manca vederlo a 360 gradi attraverso i miei e i vostri occhi.

Mi manca tutto ciò, con la consapevolezza che è una parte di me, lo è e lo sarà sempre, ma che il mio cammino ha dovuto intraprendere un nuovo sentiero.

Dicono che la strada la scegliamo “prima” di tornare. Di molti sentieri intrapresi o lasciati alle spalle, io mi chiedo quali scelte ho fatto “prima” e dove mi voglio condurre. Me lo domando anche oggi, guardandovi, chissà cosa ho scelto per non percorrere tutta la strada con voi.

SOGNO DI UNA NOTTE DI INIZIO AUTUNNO


Percorrevo una strada in discesa e scrivevo il mio diario cartaceo. Un grande quaderno intonso, con la copertina color panna. Iniziavo a scrivere sulla pagina bianca con la matita morbida: “Sono rimasta prigioniera di questo amore è questa la causa di quello che è accaduto dopo”.

Sentivo il rumore di un paio di auto dietro me, timorosa mi giravo, ma poi vedevo che non ero in pericolo, anzi si incagliavano nel fango, mentre io proseguivo a piedi. Pensavo che quel quaderno era la mia agenda, se la lasciavo in ufficio avrebbero potuto leggerla, e non volevo ciò.

Uno strano timore detto da una che scrive su un blog pubblico anche il colore delle mutande.

La verità e che io dico meno di quello che sembra alla fine. Uso metafore e parlo a voi, ma in verità parlo a me stessa. Attraverso voi e i vostri occhi scopro parti del mondo esterno e qualcosa di me che altrimenti non avrei modo di vedere. Però alcuni pensieri che ispirano quello che scrivo, non arrivano ai tasti, rimangono lì, impigliati dietro le parole, le virgole e gli spazi bianchi. Celati in attesa di chi riesce a vedere oltre la tastiera.

E che dovevo scrivere questo sogno, perché ci son sogni che so essere importanti e questo è uno di loro. Dovevo fissarlo e osservalo, nella forma che le lettere gli davano, a prescindere da quello che poi a voi sarebbe riuscito a trasmettere.

Il dolore di dopo è figlio del dolore di prima.
Se non abbandoni il dolore nutrirai la sua prole.

Oh io non ho mai detto di esser normale!

BABY DOLL


Fino a quattordici anni ci ho giocato. Susanna ed io, tra i 12 e i 14, abbiamo passato interi pomeriggi insieme a lei.

Forse per questo a quindici anni, nonostante avessi il mio primo ragazzo, per me l’amore era passeggiare mano nella mano al chiaro di luna e null’altro. Questo con grande disappunto di lui chiaramente, che di anni ne aveva 19, e avrebbe preferito giocare alla Barbie con me.

Nel 2008 Clem la portò al Modular Dimension e con lei fotografammo scorci di danze e sorrisi.

Pochi anni fa, invece, mi imbattei in “Barbie Crime”. Fu amore un’altra volta per l’ironia delle foto, per la cura dei particolari e dei dettagli. Se avessi avuto soldi “in avanzo,” mi sarei cimentata anche io (peccato che non ho mai avuto il brivido della sensazione “mi avanzano soldi”).

ops
ops
Aveva chiesto. “Mai sei ingrassata?”
Fai il bravo bambino, metti bene lo smalto o sarò costretta a punirti

Infine in questi giorni, lei torna, “modella” di un progetto artistico di due argentini “Pool&Marianela”.  Lo sapete già vero? Io passo dal profano al sacro e viceversa, lo faccio spesso perché per me tutto è profano e tutto è sacro.

Oh
Oh
mio
mio
dio
dio

Si mi è tornata la voglia di giocare, ora voglio comprami Barbie e Ken e poi vi inondo con un fotoromanzoblog.
In fondo rimaniamo sempre un pò cucciolotti dentro. Dategli un appiglio e appena possibile, il patuffolo dentro noi, risalirà attraverso la serietà per sbucare fuori con un sorriso.

STRATI


E poi ci son notti così, in cui dormi e sei sveglia nello stesso istante, ti domandi il senso e non trovi risposta.

Son notti che ti portano a giornate un pò così. Fatte di pensieri e battiti di cuore, scandite da respiri e parole deglutite. Labbra che rimangono serrate mentre occhi osservano il mondo che scorre.

Mastichi chewing gum e tra i denti ti rimane intrappolata la domanda. Rimane lì, inevasa, mentre cerchi senza trovarla, tra gli strati che la vita ti ha appoggiato sulla pelle.

HO SMESSO


Ho smesso di credere che tutti sono buoni, ho smesso di credere che le persone sono uguali, ho smesso di credere che non puoi far del male se non vuoi, ho smesso di credere che tutti sono amici, ho smesso di credere alle storie a lieto fine, ho smesso di credere che i cattivi non esistono, ho smesso di fumare, ho smesso di credere ai principi azzurri, ho smesso di credere che tutto ha un senso, ho smesso di credere alla parodia “amore”, ho smesso di credermi migliore, ho smesso di credermi peggiore, ho smesso di pensare che un’egoista smetterà spontanemente di esserlo, ho smesso di rimandare al futuro il mio futuro, ho smesso di credere che la pecora non possa mordere. Ho smesso.

Ho smesso tante di quelle cose, che pezzo a pezzo ho cominciato a (di)smettere me stessa, convinzione dopo convinzione mi abbandonavano lasciandomi denutrita di sogni e speranze.

Ho smesso un sacco di cose, per rendermi conto che ho smesso tutte cose esterne a me. Ed ecco forse è tutto lì, sotto tutto quello smettere di credere che le soluzioni fossero fuori, e sotto quelle illusioni, ecco me stessa.
Non sempre mi piaccio, ma quasi sempre mi accetto.

E credo di piacere anche all’universo, poichè quando sembra che io stia per dire “ho smesso tutto”, quando inciampo e la forza di rialzarmi non l’ho più, quando mi domando che senso ha, quando mi sembra che non esistano colori e differenze, quando credo di non esser adatta a questa vita, quando affondo tra calcoli e conti, tra emozioni e desideri, ecco proprio in quel momento mi arriva un messaggio da parte sua in cui dice: “Non ho mai smesso di sapere che facevi parte di me, non smettere tu di pensarlo”. Quando ciò accade io piango e rido insieme. Grata del dono.

Questo scritto è dedicato a una persona.
Io non ho bacchette magiche, non ho soluzioni. Sono più le volte che inciampo e mi sbuccio le ginocchia che il resto, vado avanti anche io a tentoni, senza libretto delle istruzioni di questa vita. Ma una cosa ho imparato in tutti questi anni, ed è che se permettiano allo sconforto di prenderci troppo a lungo, egli ci terrà prigioniere insieme alle nostre paure.
Vorrei passarti in un attimo tutto quello che ho appreso negli anni, non è possibile e se anche lo fosse sarebbero solo l’esperienza del mio “cammino” non del tuo. Questo non vuol dire che sei sola. Vuol solo dire che possiamo camminare sulla stessa strada insieme, solo che vedremo cose diverse.
La nostra ricchezza sarà proprio quella raccontare all’altra quello che lei non vede.


nell’aria nel frattempo volano queste note

DURIN DURELLO FAR PIPI’ E’ BELLO


E pensare che qualcuno crede che io non vi ami, che vi maltratti, che abbia di voi un’opinione negativa e grezza, ma miei piccoli adorati uomini, non è vero! Anzi con gli anni vi ho compreso di più, ho imparato che non è colpa vostra se bisogna spiegarvi tutto, o che vi si debba ripetere le stesse cose e comunque non avere risultati. L’allocazione dei neuroni in cantina, vicino alle gonadi, vi penalizza.
L’istinto spesso prende sopravvento sulla logica, fino ai 90 anni siete inaffidabili e l’ormone vi comanda, insomma appartenete alla categoria animale più difficile da ammaestrare. Sappiatelo, vi amo lo stesso (meno dei gatti chiaramente).
Per questo quando ho scoperto un sito con un piccolo aiuto per voi, non potevo non portare alla vostra attenzione questo aiutino per riuscire, finalmente, a centrare.

Il momento della concentrazione

La partenza a rana (o a 90°) e l’affondo (o anche “mio sire”)

Il tubo per chi ha meno mira e l’asciugacapelli per gli arditi

Il portale per gli amanti di stargate e il ginnasta per gli sportivi

La verticale per avere un punto di vista diverso e
superman (superman e sempre superman)

Fate le prove e poi ditemi qual è il vostro preferito.
Conoscendo molti di voi sospetto che l’ultimo sia quello con cui vi divertirete di più.

 

PS: per quelli che so già, l’ironia non ha sesso, solo gli stupidi non l’hanno.

IL FAVOLOSO MONDO DI DIAMI’


“Il mondo esterno appare così morto che Amélie preferisce sognare una sua vita in attesa di avere l’età per andarsene”

(Il favoloso mondo di Amèlie)

E mi riporto a me piccola, in cucina, seduta tra la macchina per cucire e la lavatrice. La schiena appoggiata su questa ultima. Ferma, immobile, silenziosa ma con gli occhi aperti. Avevo mille mondi in testa. Viaggiavo con le mente, vivevo avventure e vite. Fuggivo da una realtà che mi stava stretta e da cui non potevo andarmene.

E poi, poco più che adolescente, in un mondo che ho attraversato in punta di piedi, cercando di non farmi notare, perché tanto sicura non ero, era tutto più grande di me. Io viaggiavo nei miei mondi. Non rimanevo più immobile tra la lavatrice e la macchina per cucire, ma andavo via lo stesso. Spesso dovevano chiamarmi più volte chiedendomi: “Su quale pianeta sei?”

Eccomi ora donna in crescita, non viaggiavo più su altri mondi, camminavo su questo. Arrancavo, sbuffavo e sudavo per star al passo con gli altri, passo che a loro sembrava così facile condurre.

 

“- Tutte le donne vogliono addormentarsi sulla spalla di un uomo.
– Sì, ma gli uomini russano ed io… ho l’orecchio musicale.”

(Il favoloso mondo di Amèlie)

 

Era una situazione fisica che conoscevo. Quando la vidi nel film, mi sembrava impossibile che qualcuno fosse riuscito a descrivere perfettamente la sensazione che avevo provato io. Ogni volta che vedevo quella scena, mi ricordavo il mio sciogliermi e mi scioglievo ancora.
Forse non camminavo ancora del tutto su questo mondo, per quello arrancavo così tanto, stavo con un piede di qua e un piede di là, ma il di qua non lo capivo.

Poi è accaduto. Ho smesso di viaggiare nei mondi. Il di qua ancora non lo capisco, ma ne son rimasta imprigionata. Spinta e strattonata da eventi che ho creato, da storie che non ho saputo gestire e da personaggi che di sogni e mondi altrui si nutrono.

Cammino con la sensazione di un’occidentale che deve capire dove dirigersi in una metropoli asiatica.

L’errore più grande è stato credere che questo fosse il vero mondo, dimenticando che il vero mondo è quello che noi, riusciamo a creare. Questo è solo la brutta copia del mondo di qualcun altro.

Prima o poi la porta per uno dei miei mondi la ritrovo.

 

Nel frattempo in sottofondo scorre questa musica.