Oh no, ancora.

Ho un orologio interiore legato alle passioni, al fare, agli interessi, alle motivazioni.
Ogni tre anni si resetta.

Comincio ad avvertire il ticchettio qualche mese prima, e sospirando me lo dico da sola: “Oh no, ancora”.

Ogni tre anni quello che sto facendo, studiando, approfondendo, smette di parlarmi. Mi annoia. Non mi dice più niente. E arriva questa spinta alla novità.

Il problema è che la novità non ha ancora un nome. So solo che voglio cambiare.

Questo mi rende irrequieta e nel contempo scontenta. Irrequieta perché cerco qualcosa che non so definire. Scontenta perché lasciare una zona comfort, anche se ormai vuota, dà una strana sensazione di inutilità.

Vi faccio un esempio:
Ho studiato per tre anni Naturopatia al Riza: alcuni fine settimana in presenza a Milano, studio, pratica, tutto questo mentre lavoravo. Alla fine ho consegnato la tesi, fatto la presentazione, ottenuto il diploma.

Sulla carta, un traguardo.
Avrei dovuto festeggiare con gli altri, andare a pranzo, dirci: “Ce l’abbiamo fatta!”.
Invece no.

Era già qualche mese che sentivo il ticchettio. Ho resistito per non mollare all’ultimo, ma il piacere era scomparso. Con il diploma in mano ho salutato tutti, sorriso, abbracciato e me ne sono andata. Sono salita in auto e insieme ai miei pensieri sono andata a mangiare da sola all’Ikea.
Una scena stranissima, anche per me.

Con l’età quest’orologio interiore mi sembra si sia accelerato, comincio ad avvertire prima il ticchettio.

E adesso sono di nuovo lì.
In quel punto preciso in cui sento il bisogno di rivoluzionare tutto, senza sapere cosa voglio davvero.

OH NO, ANCORA

Non è che nella mia vita manchino cose stabili da anni. Ci sono, con alti e bassi, per esempio il blog e la lettura.

Il punto è un altro: ho un bisogno quasi viscerale di certezze, di cose che restano, ma poi, puntuale, arriva questa spinta a cambiare tutto. Come se dentro di me convivessero due versioni incompatibili, e nessuna delle due avesse intenzione di cedere.

Dio si deve essere distratto un attimo quando mi stava assemblando il cervello.

10 pensieri riguardo “Oh no, ancora.

  1. Credo sia quella sana inquietudine che ci spinge ad esplorare l’ignoto.

    Segui questo flusso, d’altronde non dicono tutti che è il percorso l’elemento importante, non l’obiettivo?

    L’obiettivo in fondo è una scusa, la differenza sta in quello che facciamo per arrivarci.

    Io cambierei il titolo in: “oh sì, eccolo di nuovo, finalmente!” 😉

  2. Probabilmente è la condizione necessaria per essere quel diapason emozionale capace di esprimere quello che gli occhi dell’anima percepiscono.

    In qualche modo, sei una guida perché “vedi” chiaramente ciò che noi al massimo percepiamo con la vista periferica, e riesci a trasporlo a parole.

    Io, come sempre, mi genufletto ossequioso al tuo cospetto.

    1. No, non dire così, alzati in piedi :p

      Ognuno di noi è un diapason per un aspetto particolare della vita e vede e/o percepisce quello che altri non vedono sentono.

      Per quello la condivisione è importante

  3. Si, ma chi riesce a rendere davvero partecipi di ciò che “vede” (o meglio, di ciò che riesce a sentire, cogliere, distinguere, individuare, localizzare, rilevare, scorgere, vedere, udire, capire, comprendere, afferrare, rendersi conto, ravvisare, fiutare, presagire) li puoi contare sulle dita di una mano, e tu sei l’indice.

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