E


E il vino rosso buono, e il bar di ritrovo, e sono gli amici con cui vai, e pure i ragazzi del bar che ti preparano (sempre) gli stuzzichini vegetariani per te, perché lo sanno che lo sei, e batti il cinque, e la seconda bottiglia di rosso, e le risate, e la coppia di tedeschi, e il lui della coppia di tedeschi che si mette le rose sulle spalle a mo’ di ali, per far il cojotes come noi con noi, e la terza bottiglia di rosso, e le canzoni cantate ad alta voce e la scelta delle stesse sul pc, e Albano sappiatelo spinge ancora e poi parte quella canzone lì, quella di Rino Gaetano e tu che ti ricordi “Dio ero adolescente, quanto credevo ancora”, e sono ancora le risate, e DE che in forme diverse son vent’anni che fa parte della tua vita, e ti abbraccia a lato e tu pensi ommidio non son più capace di abbracciare, e ragazzi dai andiamo che dovevamo andar via alle 9.30 e son le 11.30, e sono i pensieri stupidi, gli unici che galleggiano sulla superficie del vino, e la serietà è pesante e affonda in fondo al bicchiere.


E mentre torni a casa lo pensi, sono un sacco di “e” bellissime che hai ogni giorno, quelle “e” che rendono la tua vita in qualche modo speciale, queste “e” e altre, che ti fanno sorridere tutto il giorno, quindi si, quando torni a casa e pensi “e cazzo dovrò impacchettare dei libri e rispedirli al mittente” lo puoi reggere, anche se non lo vorresti fare, anche se un pò male lo fa.

TUNNEL


E lo so.
Quando sono sulla difensiva non sono più lucida. E’ il motivo per cui tempesto di domande, per limitare, delimitare cosa è e cosa non è, per circoscrivere i danni che faccio sempre quando la nebbia pervade il cervello. Se non fosse che ho anche imparato che quando la sensazione di difesa è così forte, ha le sue ragioni, celate nella stessa foschia, insieme alla lucidità.

Se non fosse per questo sconforto che scava tunnel nel cuore.

«Noi emotivi le cose sappiamo tenerle in due modi: vicinissime o lontanissime.
Per questo puoi farci solo due cose: malissimo o nulla»

EMPTY



Quello spazio vuoto tra un pensiero e un’emozione
che vorresti riempire con un abbraccio

UNISCI I PUNTINI


Perché ci gioco con i miei punti deboli. Li unisco con un tratto leggero tra loro, come il vecchio gioco della settimana enigmistica. Hanno una loro sequenza, si confondono tra i punti importanti della mia vita. Ogni volta che li unisco l’immagine è la stessa, un cuore, il mio.

Perché, diciamolo, i miei punti deboli son sempre stati lì, nascosti per paura di esser tolti, di esser cancellati, considerati inutili. Ma io li amo e amo la forma che mi danno.

Per questo prendo un pennello l’intingo nel nero che contiene tutto, li cerco e li unisco nella loro forma, a contenere il bianco e il candore di cui sono fatti.

Li amo talmente tanto, da dargli voce e luce, da dargli suono e scrittura, da permettermi di guardarti negli occhi e dirti “Quelli sono i miei punti fragili, se non li tocchi con cautela, si frantumeranno e si spezzeranno dentro me”.

Ci son state persone che li hanno spezzati con volontà, altri per egoismo, altri che, pur cercando di maneggiarli con cura, li hanno rotti. Poi ci sono quelli che il coraggio non l’hanno, se ne vanno senza sfiorarli, per paura di romperli.

Ed io, ogni volta, li ho raccolti, coccolati, riassemblati e amati ancor di più. Perché lo so, arriverà il giorno in cui qualcuno userà un tratto a me sconosciuto, toglierà le spigolosità ripassando sopra le linee che ho tratteggiato per unirli. Li colorerà di rosso con mani sicure e mi dirà con voce calda e lenta, sfiorandomi una ciocca “Questi non sono i tuoi punti deboli, ma i tuoi punti forti”

DONDOLII


Mi sfioro l’orecchino, ci gioco per qualche secondo. Il dondolio del pendente mi ricorda la tua bocca. Mi accarezza il lobo, lentamente scivola lungo la nuca, segue la spalla, la morde, a fissarne il contorno. Sei persistente negli oggetti che uso, anche quelli che non hai mai toccato e ne visto.

Riafferro i pensieri per i capelli e li rimetto a posto. Continuo a lavorare.

Il dondolio del pendente continua a truffare il mio collo.

Questa cosa che passi così tanto tempo con me quando non ci sei, deve finire.

DNA


E non lo so perché, per come e per dove.
E non so neppure come mai, quando e se.

Quando ti ho domandato, dove mi sentivi nella carne, io lo sapevo già che la tua carne l’avevo penetrata. Ero partita da lontano, dalla mente e il cuore lo avevo attraversato. Lo percepivo perché la mia carne risuonava con la tua. Non sapevo dove mi ero accoccolata e dove tu mi avevi accettata. Per quello ti ho chiesto. “Chiudi gli occhi, pensami, dove mi hai messo nella carne?”

La tua risposta, mi ha sorpreso, mi hai messo nel posto più bello che potevo pensare. Nella pancia. Nel secondo cervello. Nel luogo ove la quasi totalità della serotonina si produce. Dove i neuroni prendono le emozioni, e come mulinelli, le legano alla carne di questa vita.

Nella pancia dove non c’è il cuore, dove non c’è la testa. Ma c’è il cuore e la testa fusi insieme, a creare qualcosa di unico e straordinario.

Nella pancia. Avrei dovuto saperlo da sola, perché se mi ascolto, se cerco di capire da dove nasce il respiro che a volte riesci a strapparmi, da li nasce. Dalla pancia, e mentre risale, mentre anche tu mi attraversi il cuore in quel respiro e risali alla testa, mi perdo.

Il dna dell’universo di cui siamo fatti, una doppia catena, siamo noi, s’interseca in noi. Dna spirituale, io che scendo e tu che sali, a formar la doppia spirale continua, carne e mente, che affondano uno nell’altro.

E non lo so perché, per come e per dove.
E non so neppure come mai, quando e se.
Vorrei sapere da dove, verso cosa, e da quando.

Poi socchiudo gli occhi
Ti sento nella carne
Mi senti nella carne
Ti sento che mi senti
Mi senti che ti sento
Basta questo

COSINA


Stamattina l’ho sognata. Ma era un sogno? Ero in quella fase in cui sei sveglia ma non ancora caduta in questo mondo.

Era acciambellata, vicino alla mia pancia mentre ero, a mia volta, acciambellata di lato. Riuscivo perfino a sentire la consistenza fisica della sua presenza, il mio braccio ad avvolgerla, per poi rendermi conto che non era possibile, ma sentirla lo stesso.
Ed è allora che è esploso il dolore, quello che quando uno è vigile, controlla sempre, modula, gestisce. Quello di avere la certezza di non poterla più sentire, toccare, annusare e abbracciare in questa vita. Mi son piegata in due, rannicchiata a volerlo contenere. E son fuggita in un sogno. A stemperare un vuoto che con i pensieri non riuscivo a colmare.

Mi son ritrovata nella mia stanza. Un monolite grezzo, nero, lucido, appuntito, tipo Stonehenge, faceva parte della mia camera da letto. Si era spezzato e aveva preso altra forma, una L, alzata da terra.
Ho sognato quella stessa stanza, invecchiata, in cui si vedevano alle pareti i rimasugli di scotch adesivo, fogli appesi ormai spariti, che rammentavano un lontano passato staccato e chissà dove, ormai, volato via.
Pensavo che avrei dovuto ridipingere e cercavo aiuto per incollare il monolite e riportarlo alla sua vecchia forma.

Pochi minuti di sogno ed è arrivata l’orda felina.
La piccola Sophie che cerca carezze e dispensa fusa mentre si infila sotto il piumone, tra braccio e collo. Loki in paziente attesa sul comodino ad osservarmi da vicino. Moka cui pesa far il maschio forte perché “oh io son maschio coccoloso, dai impastami la pancia”, si adagia al mio fianco. Atena, signora Alpha di casa, nume tutelare, mi sorride con gli occhi e con la coda ritta. Smilla la paurosa si mette in fondo al letto e Morgana controlla da lontano.

Sono donna fortunata, fusa e amore come cascate, che noi al Niagara ci facciamo le pernacchie, ma Lei manca lo stesso, molto più di quanto avessi mai potuto immaginare.

I cromosomi della mia anima si sono intrecciati con i suoi.

SPIRAS


Lo senti il respiro a spirale. Nasce tornado, ossimoro leggero e gentile, alla bocca dello stomaco. Sale con il suo arabesco intrecciarsi, si espande nei polmoni, nella cassa toracica. Riempie e percepisci parti celate di te.
Ti ascolti e nel farlo vai in debito di ossigeno. Recuperi, respiri, i tuoi, profondi, ampi. In quel momento lo percepisci risalire, la gola l’accoglie, s’innalza alla testa, dove si trasforma in nebbia e confonde tutto.

I contorni del mondo si sciolgono e ti ritrovi in una bolla temporale per qualche nanosecondo e sai a pelle, sulla pelle, la teoria della relatività.

Sahasrara si apre, la nebbia risale verso la luce, nel farlo ricade, come rugiada, a coprire le spalle. Brividi mentre lentamente, goccioline, scivolano, come carezze, sulle braccia, sui fianchi, sulla pelle fino a ricoprirti totalmente.

L’amore, la passione, l’unione, l’anima è anche in un respiro.

CHIOCCIOLA


Bloccato come una peperonata mangiata quale contorno a una parmigiana di melanzane fritte a mezzanotte.

Sbarrato perchè scriverlo, vorrebbe dire mettermi a nudo, con me stessa e poi, forse, chissà, ritrovarmi fragile. Farmi i pipponi, le seghe mentali, fustigarmi per le mie incoerenze e rendermi conto che ho falle nell’armatura.

Faccio grandi voli pindarici con i pensieri su come scriverlo e non lo scrivo. Penso la parola che racchiude il momento, poi mi ritraggo come chiocciola sfiorata. Mi assaporo l’emozione che lambisce la pelle, come il mare la riva, ma poi la serro. Sia mai che prenda il controllo.

Perché, diciamolo, la paura è quella. Io nelle emozioni il controllo non l’ho mai avuto. E si sa, le chiocciole sono mangiate in un boccone, e a me esser masticata non piace.

E le parole sono ancora lì, volano, salgono, planano per poi risalire, come correnti di vento.

CREPE


Ti amo ancora” e mi tappo subito la bocca con la mano. Cerco di porre rimedio a quella frase sfuggita, in cerca di libertà, a un cuore che la teneva prigioniera.

Ho sbagliato a dirtelo” dico subito spaventata. Vibra come un diapason il miocardio, pensando che questa frase ti farà fuggire da me.

No” mi dici e mi attiri a te “Ho bisogno che tu me lo dica“.

C’è qualche crepa in questo mondo, perché il figlio di Ipno e di Notte, porta sempre il suo universo in questo.

morfeo