FUJII KAZE, BERLINO E I MIEI PENSIERI


Sono di ritorno da poco più di “due giorni due notti” a Berlino.
Un salto da Progenie, un salto a un concerto di Fujii Kaze e un salto al Das Café in der Gartenakademie.

Tutto è nato a marzo di quest’anno, quando ho letto che un cantautore giapponese che seguo, Fujii Kaze, ha deciso di fare il suo primo tour europeo. Vedo che tra le città europee c’è Berlino (l’Italia non so per quale motivo, è snobbata quasi sempre da quelli che piacciono a me). Penso: “Perché non unire il dilettevole al dilettevole? Vado a trovare Progenie e vado al concerto”.
Avviso un’amica che ama Kaze più di me, e, detto fatto: biglietti per il concerto presi; biglietti aerei presi e “bed & breakfast gratuito” per due da Progenie, fissato!

Il concerto è stato bello, ma la cosa che mi è piaciuta di più è stata la fila, l’attesa, il conoscere le persone, il mio riuscire a dire “due parole due” in giapponese e la comunicazione con il mio stentato, stentatissimo, inglese (approfitto dell’occasione per ringraziare di cuore google traslate).

Progenie è stata con me in fila, fino al mio ingresso, per “vedere l’esperienza dei concerti”. Credo che per lei sia stato tutto molto esotico.

Questa volta il pubblico era al 90% asiatico, tantissimi giapponesi, molti residenti in Germania. Qualche cinese, e anche una ragazza arrivata appositamente da Hong Kong per lui.

In fila ho conosciuto Aya, una donna giapponese che vive in Germania con suo marito. Scambio di contatti, scambio di foto, scambio di facebook, scambio di sorrisi e a ottobre loro vengono in Italia, speriamo di riuscire a incontrarci.
Questa è la parte che amo di più dei concerti: conoscere il mondo attraverso le sue persone.

Berlino sta diventando, non una seconda casa, ma un luogo che ormai considero “normale”, come quando da casa mia faccio un salto alla vicina Milano. Ne ho avuto la riprova dal fatto che non fotografo più nulla di Berlino.

Ad essere precisi, una foto l’ho fatta, ma non di Berlino ma del brunch fatto mercoledì. Progenie aveva prenotato per quattro: me medesima, Progenie, Pecetta e Lorraine al Das Café. Un posto particolare nel giardino botanico di Berlino. Mangiare il brunch sotto l’ombra degli alberi, nel verde con cibo buonissimo e “senza fatica” per me vegana (Berlino è molto vegan), è qualcosa che non ha prezzo.

Il pomeriggio, io e Lorraine, siamo ripartite alla volta dell’Italia. Due giorni volati in due secondi. Una bolla di respiro per me, in questi giorni in cui “la questione palestinese” mi accompagna sempre nei pensieri.

Però… però all’aeroporto di Berlino, quando ero in fila per il body scanner, davanti a me c’erano due bambini tra i 3 e 5 anni, insieme ai loro genitori (che erano già passati dal body scanner), spaventatissimi alla vista dei controllori e dal controllo stesso, hanno cominciato a piangere disperati e a non voler passare dal body scanner.

E’ stato un attimo: ho pensato ai bambini di Gaza, ai bambini palestinesi, ai video che ho visto, ai soldati di occupazione dell’IDF, a queste ………………. (mettete un aggettivo dispregiativo a vostro piacere) atomiche (IDF precisiamo) che picchiavano bambini e li terrorizzavano con i mitragliatori. Ho pensato a loro, alla loro paura, al loro terrore.

Se un semplice controllore con pantaloni scuri e camicia bianca, senza armi, ha terrorizzato così tanto quei due bambini tedeschi, cosa provano i bambini palestinesi?

La bolla si era spezzata, ed io ho avuto un groppo in gola. Sono riuscita solo a dire a Lorraine: “Pensa ai bambini palestinesi”, ma non sono andata oltre. Lo sento quando il momento è “inutile”.

Ognuno di noi ha qualcosa, esterno a noi, che però vive sempre dentro noi. Per me è Gaza, ma ci sono altre cose, una di queste è Luminita Dan (che trovate qui), arrivata anni fa e mai andata via.

Può sembrare che parlando di Luminita salti di palo in frasca, ma è solo per dire che io non dimentico. Non dimenticherò questo governo italiano e quello che non ha fatto, non dimenticherò quello che non ha fatto neppure l’europa. Invece, ricorderò quello che ha fatto Trump, e ricorderò, l’unico spiraglio di luce in questa europa, quello che ha fatto Pedro Sánchez.

VERSIONE 3.0 E VIAGGI


Sono in un momento di “a breve si cambia” e la cosa mi piace, anche se un po’ di inquietudine mi pervade, perché allo stesso tempo non so esattamente, quale trasformazione avrò. Poi penso che in questi anni sono stata la signora della trasformazione, pur rimanendo la stessa, quindi “Inshallah”, se dio vorrà, avrò una versione 3.0 di me stessa.

Quest’anno è anche l’anno dei viaggi, cosa che mi sarebbe piaciuta sempre tanto fare, ma che per questioni di “money”, di tempo, di spazi e della peggiore che va sotto il nome “senso di colpa, lascio gli animali da soli a casa”, ho sempre rimandato. Nell’anno dell’ennesima mia trasformazione, però ho trovato una soluzione a tutte queste questioni, e quindi:

Berlino, a inizio aprile, da Progenie. A Berlino sono già stata, vivendo Progenie lì, e quindi è un tornare in luoghi “conosciuti” dove la lingua la prima volta in cui sono stata mi sembrava dura ed escludente, ora la trovo decisa e avvolgente.

Mi piace una città, tra le tante cose, in cui essere vegana è facile e dove la diversità coabita a distanza di pochi metri.

Il Giappone a fine aprile e inizio maggio, due settimane, dove si concretizza un piccolo sogno. Non so dirvi di preciso quanto è iniziato, ma so dirvi di preciso come mi sono innamorata di questo paese. Non con i manga, gli anime o i dorama, ma con una frase letta in un articolo di architettura anni fa, che parlava di questo paese. Una frase che a voi potrà dire poco o nulla, ma a me ha fatto sentire a casa.
La frase era: “Arredare con il vuoto“.

Se tra voi c’è qualche esperto di psicologia, magari mi saprà dire come al semplice leggere questa frase, io mi sia innamorata immediatamente di un paese lontano di cui non conoscevo nulla. Questo innamoramento è proseguito nel tempo, tenuto nascosto perché non razionale (come fai ad amare qualcosa che non conosci?), sepolto nel tempo, e negli ultimi anni riesploso, incontenibile.

Parigi a giugno. Non ci sono mai stata, a dire il vero non sono mai stata in Francia, sarà quindi la mia prima volta francese (se escludete la Corsica che i francesi pensano francese e i còrsi pensano còrsa).

Sarà un viaggio di gruppo con gli amici. Quattro giorni insieme. Sarà anche l’occasione in cui metterò alla prova il mio riuscire a condividere lo spazio con oltre due persone alla volta, per un tempo che supera le ventiquattro ore. Dico questo perché, non so voi, ma io ho bisogno di spazi, nell’arco di una giornata, in cui ci sono solo io e io, magari poco, magari solo mezz’ora, ma mi è vitale. Credo dipenda da anni e anni in cui padrona del cosa faccio, quando e dove sono solo io.

Poi riemergo sorridente, ma quello spazio è salvaguardia per me e per chi mi sta accanto.

CASA


Casa non è dove sei nato.
Casa è dove cessano tutti i tuoi tentativi di fuga.
(Nagib Mafhuz)

Questa mattina trovo questa frase e mi colpisce, come uno spintone dato alle spalle all’improvviso, che ti catapulta in avanti. Lo capisco, mi rendo conto che sto cercando di fuggire.

Non ho più casa nonostante abbia una casa, non ho più il senso di appartenenza a nulla (il che forse è un bene, ma forse è anche un male). Mi domando quanto questa pandemia mia abbia cambiato, perché lo ha fatto, me lo sento. Mi chiedo se questi desideri di fuga derivino da questo, o forse no, in fondo ho questa parte di me, che periodicamente tende al cambiamento e quindi al tentativo di fuga di dove sono, e da chi sono.

Rileggo la frase, e li sento tutti dentro di me, quei tentativi di fuga, che non trovano sbocco. Paure, limitazioni, confini mentali, li depistano e gli fanno percorrere complicati labirinti senza uscita.

Rileggo la frase, mi manco. Mi manca la me creativa, mi manca la me percettiva, mi manca la me che ama e che vede la sfumatura impercettibile delle cose. Da qui i miei tentativi di fuga? Mi sto cercando mentre disseco in questo immobilismo? Sento la potenzialità di chi sono e non riesco a portarla in superficie?

Casa, dove è ora casa mia? Cosa è casa mia?
Nella mia lingua, l’italiano, manca quella definizione, così ben chiarita inglese, la differenza tra house e home.
Io ora ho una house, ma non ho una home.

Ho pezzetti di home sparsi. Ho un pezzetto di home in Emma, la mia cagnolina. Ho frammenti di home in Loki, Moka, Athena, Smilla, Morgana e Sophie, i miei sei gatti. Ho una particella entangled di home a Berlino, Progenie.

Ho tutto ciò, ma non ho la mia di home. Manca il pezzo importante, il collante. In questo mondo, mi percepisco sempre, in una posizione instabile e incompleta. 

Ho una mia house, ma butto lo sguardo sempre altrove, un paese nuovo, una casa nuova, un luogo nuovo. Tentativi, maldestri di fuga, poichè non cesso di cercare la mia “home”.

MI SONO INNAMORATA


Settimana con Progenie giunta con Pecetta da Berlino in vacanza. Vacanza enogastronomicagodereccia per loro ma anche per me, che qui ci abito.
Progenie vive (felicemente) lontana, quel poco tempo che si vive insieme, lo si vive bene. Un bene che avvolge e che fa reciprocamente amare anche i difetti dell’altra (almeno per una settimana).
Non so cosa mi aspettassi da una figlia quando è nata, ma so che oggi non saprei desiderare nulla di diverso da quello che è Lei.
Vorrei solo che avesse un censore interiore meno esigente (anche se nel tempo lo ha addomesticato). Sospetto di averglielo passato io, insieme al dna, quindi so che lo stesso censore interiore così esigente, è lo stesso che, in qualche modo, ci sostiene nei momenti difficili e con poche certezze.
La speranza è una, che lei capisca, se non lo ha già fatto, che ogni tanto quel censore interiore, va mandato in vacanza. Una vacanza in un bel luogo, dove possa riposare, smaltire lo stress e la tensione, così da essere più dolce con noi.

A fine giugno ho ripreso ad andare in palestra dopo anni (a dir la verità c’ero andata a febbraio, un giorno solo, esattamente il giorno prima che chiudessero tutto per il lockdown…).  Per riuscire ad incastrare lavoro, impegni, studio e palestra, mi alzo alle 4.30 del mattino per esser lì alle 5.30.
Se mi aveste detto qualche anno fa che mi sarei alzata a quell’ora per andare in palestra, vi avrei detto che eravate più che folli o che vi stavate drogando pesantemente.
E’ stata la riprova che il tempo ci cambia (a volte in meglio e volte in peggio) e ora, non solo ci vado, ma mi piace quando la palestra è quasi vuota e attraverso la città silente. Ad agosto, in ferie, ho continuato a farlo ma in orari più umani verso le 8.30. Orario sicuramente più affollato di persone, e anche se io son concentrata su me e sul contare mentre faccio gli esercizi, capita che venga distratta dai discorsi altrui.
Chiacchiericcio di sottofondo (per alcuni la palestra è principalmente luogo di socialità e aggregazione e marginalmente luogo di attività fisica), a volte interessante a volte mi fa comprendere come mai spesso ho difficoltà con il genere umano. Ma poi riprendo a contare, pensando che io stessa faccio parte di quel genere umano che a volte non amo.

Sono caduta pesantemente e senza possibilità di fuga, nei k-drama su Netflix. Io non amo i film sentimentali, io detesto i romanzi rosa, io che alle telenovele sudamericane alzavo gli occhi al cielo e facevo il verso del vomito (o dell’iniezione di insulina), per la giustizia del dio che ride, proprio io son caduta nei drama coreani. Vi sto dicendo che sto seguendo delle serie televisive in coreano con i sottotitoli in italiano, per capirci quanto son precipitata (ho pure già imparato due parole coreane), grazie al Dio che ride.

Me lo son domandato: “Ma come è possibile? Che mi accade? Perché loro?”. Non ho risposte certe, ma ne ho molte aperte, soggette a modifica: Perché in fondo quella è sempre stata la mia assurda visione dell’amore (e da qui si evince a cosa son andata incontro realmente nella vita). Perché in un mondo così diverso da me, loro mi fanno sognare. Perché sono cambiata e ho riaperto (piano e con cautela) le prime saracinesche a protezione del cuore. Perché guardandole ho fatto pensieri, pensieri che me ne hanno fatto intravedere un’altro: “Non tutto nella mia vita deve aver uno scopo e un fine, sarebbe anche ora che mi permetta di far le cose solo per divertimento e/o piacere”. Perché ora mi permetto di far vedere che credo in un amore che alcuni mi dicono non esiste nella realtà umana (così dicono loro, o forse loro si accontentano, non so ancora qui dove stia il vero). Perché… non so… ditemi voi.

Ne ho parlato nel titolo mi son innamorata, è accaduto, un attimo ed è stato amore, un colpo di fulmine, una cosa improvvisa, ogni volta che lo vedo sorrido e mi si allarga il muscolo cardiaco, sospiro manco fossi un mantice.

Ogni volta che passava sullo schermo, immediatamente la mia voce proferiva: “Dio che pheego che sei” e sospiravo. Subito dopo dovevo tornare indietro con il telecomando perché mi perdevo nel guardarlo e non leggevo i sottotitoli in italiano.
Quei bastardi del K-drama lo sapevano, infatti ad un certo punto del drama viene fuori che lui è “D.D.D.” Dono di Dio (alle donne).

PS: Lui ❤ è Hyun Bin ed è il mio fidanzato, anche se lui non lo sa.

PER TUTTO IL RESTO C’E’ MASTERCARD


Siedo sul divano rosso del salotto e penso a come, assieme, si sia “progettata” la casa a Lecco: la cucina viola, camera tua blu, la mia grigia – e il bagno, diventato rosso quando hai visto quel ripiano rosso ciliegia e te ne sei innamorata, e io all’inizio ero perplessa, e alla fine mi sono trovata ad amare quel bagno unico, con quel rosso vita a salutare al mattino e alla sera.

Mi piacerebbe festeggiare questo tuo compleanno con te, ma anche quest’anno non accade. E non mi piace tale sterile dato di fatto, e così penso: mi sono concentrata per mutare il mio presente di modo che mi piacesse, ed eccomi qui, sul divano rosso che era parte del progetto, e domani sera lavoro e non mi spiace, e forse è arrivato il momento di concentrarmi anche su un altro aspetto del presente che mi interessa. Il poterci vedere più spesso. O rendere più intenso, di qualità, il tempo passato assieme – ma, ouch, ne sto già parlando come fosse un progetto lavorativo, e allora diciamo semplicemente: lascerò che le mie energie, di sottofondo e nell’inconscio, si dedichino a far sì che io possa di più – sia più spesso, o in maniera più intensa, o non lo so e mi lascio aperta alle ispirazioni – godermi dei momenti condivisi con te.

Sembriamo fare a gara, io e te, a chi si occupa più tempo. La conseguenza è la difficoltà a incontrarsi, ma ci sono così tanti lati positivi a controbilanciare. Mi piace, sai?, avere una Mater così attiva e partecipativa e smossa dalla propria curiosità e dalle proprie passioni. È stato un onore poterti aiutare a rifinire la tesi, perché era il compimento (simbolico e non) di un progetto e perché, leggendola, mi sono sentita al contempo fiera e di nuovo bambina, a rileggere di Alice e dello scoprire, del finire nelle proprie profondità, di un viaggio che avviene senza muovere passo.

E così mi dico che, proprio grazie a questi tuoi tanti impegni, mi permetti di festeggiarti in un modo ben più importante del vederti di persona: saperti così presa, così risucchiata dal presente, mi consola ed entusiasma. È strano, questo discorso, che ricorda quello delle madri che guardano le figlie percorrere la propria strada tra la malinconia e la fierezza, il dispiacere e la gioia, ed è strana questa inversione, che in questo momento sia io a vedere te così, e penso che la adoro, questa stranezza, adoro tutte le stranezze del nostro rapporto, persino quelle passate che sono state difficili da digerire, perché – lessi una volta – questa è la differenza tra amore e feticismo: l’amore ama il tutto, l’insieme; il feticismo solo una parte. (E mi sto pure commuovendo a scriverti questo; e devo commuovermi e trattenere il magone in modo simile a te. In alcuni intensi momenti è successo proprio questo: abbiamo trattenuto il magone una davanti all’altra, ci siamo viste, abbiamo riso ed è stato quest’insieme a farci comunicare l’una con l’altra più di mille lacrime non trattenute.)

Sai già che sto bene e che sono felice, ma sai quanto ciò sia dovuto a te? Osservo spesso persone a me simili per così tante cose – le premesse sociali e di classe da cui vengono, le opportunità finanziare della famiglia, i dissesti psicologici – e so che sono stata fortunata. Per quello che ho oggi, per il come io veda la vita oggi – e tu sei stata così spesso la variabile decisiva. Ormai, quando si parla di certe questioni – stima in sé, coraggio di osare per migliorare la propria vita, proteggere la propria identità – lo premetto: sono stata fortunata, dico, e lo sono stata per gli esempi che mi sono stati dati. E che continui a darmi, e che ora posso celebrare da adulta (un po’ più) consapevole.
Insomma… Auguri, Mater

Questo ho letto stamattina sul mio cellulare, un messaggio mandato alle 00.00, per entrare esattamente nel giorno in cui io ho deciso di venire al mondo. Credo di averlo riletto già almeno una decina di volte, e ogni volta mi commuovo fino a tirare su con il naso, fino a stringere la bocca per impedire a quel groppo in gola di risalire, fino a sorridere tra un occhio umido e le lettere delle sue parole.

Lei si dice fortunata, ma lo sono io. Dicono che quando decidiamo di nascere scegliamo i genitori con cui farlo, scegliamo quelli che in qualche modo permetteranno il nostro cammino. Lei ha scelto me, e di questo io sono grata, perché senza Lei io non sarei quella che sono, e neppure avrei scritto quella tesi di cui lei si dice onorata di aver rifinito.

Lei hai scelto me. E lo fa ancora con questo scritto, che riempie il cuore e i condotti lacrimali, da donna adulta e consapevole.

Sono una donna fortunata, sono una mater fortunata, lei è lontanissima ma è più vicina di molti figli che vivono sotto lo stesso tetto dei genitori. Dovrei essere triste ad averla così lontana, e sì, mi piacerebbe averla a un distanza che mi permetterebbe di dirle “Che dici, stasera ci facciamo una pizza insieme?”, ma rimango felice lo stesso perché ha scelto la sua strada, l’ha trovata ed è riuscita ad imboccarla, è volata fuori dal nido e lo ha fatto con ali maestose.

Il più bel regalo è questa lettera virtuale, e non lo dico per dire, per tutto il resto c’è mastercard. E ora basta scrivere che corro il rischio di fare ammalare tutti di diabete.

Ci sono giornate che sono fatte di una luce sfavillante, questa è una di quelle, e ora vado a rileggermi per la millantesima volta le tue parole.

Ti voglio bene

Tua Mater

UN BATTITO DI AMIGDALA


E’ lo sguardo che crea la poesia, l’anima l’assemblea e la deposita nel cuore, o forse la consegna all’amigdala.
E se l’amigdala fosse il cuore della mente, come il muscolo cardiaco lo è del corpo?

Percepisco il calore di un futuro che sta arrivando mentre la mia maledetta impazienza schiamazza.

Un singolo, piccolo scatto, e mi scaldo in questo inizio d’autunno strampalato.

La vita spesso non è propriamente semplice, però a volte un ricordo che ha la forma di un mezzodì estivo, l’odore di un piatto di pasta al pomodoro, il rumore del cicaleccio tra amici e la presenza di Progenie, fa si che tu la ami.

Ah riuscissi a vedere sempre l’intensa bellezza di questa vita, come la vedo in questa foto.

INCHIOSTRO


Questo è uno dei più dei pezzi che io abbia scritto.
Ma non ho scritto io le parole.

Questo è uno dei più bei pezzi che abbia mai potuto immaginare.
Ma non ho buttato giù neppure una virgola.

Questo è uno dei più dei pezzi che io abbia creato.
Ma non ho intinto nell’inchiostro, ma nel sangue, il mio.

Questo pezzo, si chiama Progenie, le parole sono sue, e io Mater, so che lei è il più “bel pezzo” dell’intera mia vita.

«Stamattina busta ikea con zip piena di vestiti sporchi sulla schiena e diretta in lavanderia; nel pomeriggio giacca e lezione in azienda; la sera alla Volkshochschule.

L’autunno scorso mi ha vista iniziare a lavorare in un negozio di té, vendendone a beceri berlinesi incomprensibili e a solenni straricchi del Qatar; questo mi vede insegnare in un’istituzione tedesca, con il piacere e l’onore di avere un gruppo di apprendenti che mette assieme (a mero titolo esemplificativo) un giudice, una pastora e una biker.

Quando sono arrivata non potevo permettermi un caffé; adesso il problema è che una birra infrasettimanale è minimo alle 10 di sera – il che mi integra un po’ nella Berlino “che piace”, quella che tanto attira, e che forse contrabilancerà un po’ il quartiere spudoratamente borghese in cui sto per trasferirmi.

Martedì sera camminavo per strada con zaino sulla schiena, borsa in spalla, e uno scatolone contenente altri scatoloni in previsione del prossimo trasloco. Venivo dal negozio, andavo alla scuola. Sembravo una musicista di strada – non una reale, per quanto qui di simili ne abbondino, ma un becero stereotipo che chissà come e da dove si è impresso nel mio cervello adolescente. A quei tempi, ho realizzato martedì sera, sarei voluta diventare visivamente simile a quello che ero in quel momento – i vestiti, la stanchezza e la temperanza, un po’ di cinismo-sarcasmo e comunque, sempre, l’energia di vivere una città variegata. Non so perché volessi diventare proprio quello – non lo ricordo più, come non ricordo che cosa quell’immagine implicasse.

Adesso attraverso con la metro di superficie i quartieri belli di Berlino, diretta dai miei creativi – che direttamente creativi non sono, ma lavorano in ambito creativo e attingono allo stipendio per riempirsi l’armadio di stile. Non sono letteralmente “giovani”, ma lo sono per la posizione che ricoprono e per l’approccio al lavoro e alla vita. Da uno di loro è partito il primo invito a farmi entrare al Berghain senza fare la leggendaria fila per la selezione dai criteri imperscrutabili – una discoteca che è un’istituzione, qui, tra il tempio della techno, il fondo delle droghe sintetiche e promiscuità d’ordinaria amministrazione.

Parliamo di Air Berlin e Alitalia, di vecchietti italiani che giocano a poker su una spiaggia del Baltico. Piove, un temporale di dieci minuti di cui rimangono solo i vestiti fradici delle persone che incontro quando esco. Fa freddo, ora, per la mia giacca da tre euro. Sciolgo i capelli decisamente da lavare e mi dirigo a due cambi in metro.

La quotidianità qui è così variegata da essere pressoché impossibile da riassumere in un quadretto. Cammino tra tedeschi di diverse zone della Germania, bassi e colti, turchi e francesi e spagnoli e siriani e boh, e ragazzini dall’accento britannico inconfondibile, così come la cantilena spagnola. Il mio inglese si è imbarbarito, prendendo l’accento tedesco; il mio italiano, salvo da escursioni sonore, si è imbarbarito in altri sensi, perdendo parole per strada, sostituite dall’inglese e dal tedesco; il mio tedesco continua a suonare francese.

Non ho un sunto, non una morale. Di sera leggo e cerco stralci di idee superiori in libri e saggi pescati dalla vecchia vita o trovati in quella nuova. Ne trovo, a volte, ma applicabili a cose così astratte da saperle raramente tradurre nel quotidiano. Rimangono, taciute, come molte cose che ho smesso di raccontare. Perché sono troppe. E si moltiplicano interlacciandosi. E, quando così tante cose si accumulano, suppongo, bisogna scegliere se viverle o parlarne. C’è una consapevole rinuncia, e anche questo si infila nel magma di fili colorati – che non è per niente, proprio per niente, male.»

C’è stato un periodo in cui l’ho cresciuta, ora lei cresce me.

BUON NON COMPLEANNO


Progenie diventa un po’ più grande, e lo fa tra pochi giorni, lontano mille chilometri da qui.

Progenie è una delle pochissime cose di cui non mi sono mai, e dico mai, pentita, neppure quando abbiamo litigato furiosamente (perché lo abbiamo fatto, eccome, più di una volta).

Progenie è stata da me cercata, desiderata, voluta, amata, considerata, supportata. Forse non sempre come avrebbe voluto, forse non sempre quanto avrebbe voluto, forse non sempre quando avrebbe voluto lei, ma sicuramente al massimo delle mie possibilità.

Come ogni Mater, ho cercato di passarle i miei valori, ma ho cercato di lasciar lo spazio perché lei trovasse i suoi.
Alla fine, dei miei, ha accettato in se, accanto ai suoi, quelli per me importanti. Lei sa quali sono. Questo mi basta.

Non credo sia stato facile essere la mia Progenie, ma credo che lei non solo abbia superato la difficoltà di esserlo, ma ha reso me migliore.

Dicono che prima di scendere su questa terra, scegliamo la famiglia e i genitori in cui farlo. Questo per affrontare prove e (o non) avere aiuto nell’affrontarle. Non so perché Lei abbia scelto me, ma so di certo che se non l’avesse fatto, io oggi non sarei io.

Se ci osservo da lontano, con gli occhi della mente, ci vedo così diverse e così uguali. Non perché lei assomiglia a me o abbia preso da me, ma perché entrambe abbiamo preso una dall’altra.

Questi sono gli auguri alla mia bimba lontana, e si lo so, dovrei pubblicarli il giorno del suo compleanno, ma non posso. Son parole di oggi queste e oggi vanno dette. E poi ad entrambe le ricorrenze obbligate (è la parola obbligo che ci crea problemi) non piacciono. Poi, più sorpresa degli auguri quando non devono esser fatti, vuoi mettere?

Quindi Progenie, Bimba mia, Scassacxxo, a volte Genio incompreso,
buon non compleanno oggi.


 Progenie photo credit by Gabriele Castelli

PENSIERI AD CAZZUM


* Esce dalla radio dell’auto mentre vado in ufficio, è questo il genere di musica che mi porta in un mondo i cui confini non sono visibili.
Torno ad antichi film dai colori soffusi, anni ’50 e ’60. Frank Sinatra, Dean Martin, Doris Day, Jerry Lewis, Rock Hudson, Elvis Presley e tutti quei cantanti-attori lì insomma. Quei film che mi hanno fatto credere che bastava essere brava, gentile e onesta e la vita sarebbe stata brava, gentile e onesta con me. Dovrei odiarli per questo, e invece no.
Li ho visti in televisione da bambina, quando il mondo dovrebbe essere un enorme sogno da esplorare. Io, invece, ero in un periodo in cui la vita mi stava allenando. Loro mi hanno fatto sognare, e io amo chi mi fa sognare, anche oggi.

* Progenie mi scrive da Berlino. Le sue parole sono un regalo:
“Volevo ringraziarti per una cosa: il come tu continui a fungere da esempio di persona che non smette di mettersi in dubbio. Conto di affinare questa arte sempre di più, e tu con cadenza regolare mi ricordi questo intento.”
Come Mater non sono stata (non sono) proprio il massimo, ne sono consapevole, ma se Lei pensa questo di me, forse un pò me lo posso permettere di gongolare (come sto facendo ora, adesso, in questo momento, non ne avete idea).

* I libri non son ancora riuscita a impacchettarli, ho una forma di repulsione fisica a toccarli, stanno lì, nel loro pacco di arrivo, nella libreria ad altezza occhi, mi domando come mai provi tanto fastidio alla semplice idea di toccarli. Non mi do risposte. E neppure le cerco.

* Stasera mi guarderò la terza puntata della seconda serie di Sense8. Ho questa passione per la fantascienza da sempre. Forse perché leggendola fin da piccola, mi sono accorta che in quelle parole scritte, c’erano embrioni di futuro. Leggendola (o in questo caso guardandola) faccio già parte del futuro che non potrò vedere, o forse fuggo da un presente che mi sta stretto.

EVOLUZIONE


«Sono purtroppo refrattaria all’essere consolata (mano sulla spalla, parole dolci, contrita pazienza e com-patimento – una serie di cose che mi fanno stringere lo stomaco più dalla rabbia che dalla sofferenza, e non fate a casa quello che leggete qui), e a quanto pare o esprimo sofferenza o parlo.
Se esprimo sofferenza, non riesco a parlare.
Se parlo, non riesco a esprimere sofferenza. (E’ il motivo per cui, fun fact, alcune persone parlano con estremo distacco di avvenimenti atroci a loro appena accaduti: non è psicopatia – o, almeno, non per tutti.)
Se scrivo, invece, riesco a esprimere sofferenza – e viceversa.
E va espressa, questa sofferenza. Non vogliamo i tic e le paranoie, giusto?»

La leggo, la penso, la vedo, la sento e la “guardo”. Mi stempero nei sorrisi incondizionati. In Progenie mi rivedo in alcune cose e il sorriso nasce dal fatto che, si lo so, lei è una versione modificata e migliorata delll’evoluzione umana.

epigenetics-by-matt-forsythe