TOMAHAWK


Credo che la cosa importante sia esserne consapevoli. Io credo di esserlo.
Lo dico perché nel momento stesso in cui accade, me ne rendo conto.

Ci sono persone che con la loro stessa presenza, anzi anche senza che vi sia necessariamente, basta che il loro pensiero aleggi tra le mie sinapsi, che subito, voilà, la parte peggiore di me, il lato oscuro, esplode dentro me.
Risale minacciosa, aggressiva, vestita di rabbia, in tenuta di guerra con il tomahawk in mano.

Ogni volta faccio un sospiro di quelli profondi e lunghi, le dico, “Per favore siediti qui, parliamone” e niente, iniziamo a trattare.

Non voglio la resa sia ben chiaro, io amo questa parte di me. E’ lei che mi salva il culo in alcune situazioni, diciamo che è “leggermente” trasbordante se le fai 10, lei ti restituisce 1000, con gli interessi, ed ha una pazienza che neppure vi immaginate. Capite dunque che è (molto) (molto molto) (moltissimo) (moltissimamente) pericolosa a volte. Però la amo lo stesso.

Abbiamo trattato anche questa volta. Io le do spazio, parlo di lei, faccio vedere che è viva e vegeta, che non esiste solo la me tutta “sole, cuore e amore” e lei si calma.

Il tomahawk non lo seppellisce, ma almeno non lo usa.
Credetemi, per come la conosco io, è un bene.

Maggiore è la luce, più profonda è l’oscurità.
Photo by Daniel Vazquez

MELANKOLIA


E’ quella che mi permette di stemperarmi in certe giornate grigie. Di fermarmi in alcune anse di me, dove lei si ferma, e qui sbirciare cose che altrimenti non riuscirei a vedere.

E’ la delicata e gentile compagna di tanti sorrisi, complice di comprensioni profonde e di unità nascoste. Me la ricordo fin dai primi anni di vita, amica di fantasie che mi portavano in mondi paralleli e dorati.

Lo sguardo triste che porta con sé, non è dolore, ma l’incanto spezzato che apre a un nuovo universo stellato, velato dal rimpianto di lasciar dietro di se un altro cosmo.

Lei non è amata da tutti, io a lei non potrei rinunciare. E’ messaggera, ogni volta, di abiti rosa con cui la mia anima si veste.
Malinconia. Luce soffusa di ampi respiri.
light

SMOKER


C’è stato un tempo in cui fumavo. Riempivo il mio corpo di nicotina aspirando lentamente. Fumavo quelle lunghe sigarette sottili. Quelle che quando gli uomini mi chiedevano “Ehi hai una sigaretta?” appena gliela porgevo, si ritirano indietro, quasi fossi un untore. A nulla valeva dirgli, guarda che non son leggere, son solo sottili.

Il loro non era timore di esser scambiati per “froci” era proprio paura. Io sorridevo, porgevo il pacchetto, straniti guardavano e allontanandosi dicevano “No grazie”. Dentro, silenziosamente, mi dicevo: “Tu non sei gay, tu sei stupido e tanto”. Fuori sorridevo un pò di più, mettevo via il pacchetto e pensavo: “Tutto di guadagnato, una sigaretta in più nel pacchetto, un coglione in meno intorno”.

Fumatori maschi che disinvoltamente l’hanno presa, accesa e fumata, davvero pochi. Li conto sulle dita di una sola mano. Uno di loro è ancora mio amico.

Però non avevo iniziato questo mio scritto per questo.
E’ stata la foto.
Fisso la foto.
Questa foto.
Quando l’ho vista, così simile, sono stata catapultata nella linea del tempo. Notti in cui ho amato con tutta ciò che sono, preservando per me solo una piccola chiave. Quella che anni dopo mi avrebbe permesso di aprire la via di fuga. Sono stata fortunata che tu, nel tuo scavarmi e sconvolgermi non l’abbia mai trovata, se solo me lo avessi chiesto, io quella chiave, te l’avrei consegnata.

Le tue mani, le nostre notti, i tuoi discorsi, le nostre ore, quelle sigarette fumate in due, quella sigaretta che tu mi ponevi tra le labbra. Ti ho amato fino a perdermi, ma del resto era il solo modo per ritrovarmi vero?
Mi hai amato? Non mi hai amato? Mi hai amato a modo tuo? Mi hai amato con le forze che avevi? Non erano molte, ma questo l’ho scoperto solo quando me ne sono andata. Il forte dei due ero io, anche se sembrava il contrario.

Ci siamo fumati vita, uno dall’altro, ci siamo fumati questa vita e molte altre, respirando l’altro. Ti ho inspirato così profondamente da averti collocato, anche ora, nel nucleo più profondo di me, o forse c’eri già. Ti amo ancora, di un amore diverso.

Non ho rimpianti, non ho dolori, non tornerei indietro, non cambierei nulla, devo a te molto di quello che sono oggi, se non mi avessi frantumato così tanto, non mi sarei scoperta. Non guardo indietro triste, guardo avanti sorridente, la mia vita, questa mia vita, è lì pronta ad accogliermi.
he

PEZZETTI DI VITA


E’ passata una settimana, sembra passata una vita.

Ho spostato la scrivania e anche il divano, per non lasciar immutata, come un’istantanea, qualcosa che è cambiato. Sedersi davanti è un altro discorso. Sappi che sono così orgogliosa di te, da rasentare quasi il magone, kartoffelollina mia.

Sabato sera pizza da asporto, cinque pizze e quattro amici in casa.
Loro bevono birra, io acqua. Discorsi da amici, dal pene che si odora all’inventar nuovi termini come “indistruggibile” (R. te lo ricorderemo a vita).
Netflix (grazie Chiwaz) e “Ghost in the Shell” nell’etere. Anime. In tutti i sensi. Anime dentro il video e anime accoccolate tra il divano e la poltrona.

Sabato, il prossimo, inizio la mia di avventura. Avventura giusta? La percezione che lo sia c’è. Se non lo fosse, aggiusteremo in corso d’opera. Perchè lo penso? Perché quando si presentano ostacoli, arrivano anche con le soluzioni. Perché se arrivano i dubbi e le incertezze, arrivano anche le risposte che li sciolgono. Insomma una strada da percorrere, ma con una pendenza a mio favore.

Mi vedo. Mi vedo dall’alto. Puntino in questo universo. Frammenti di vita, la mia, in un momento in cui di stabile ci sono solo io, e non è detto che lo sia mentalmente. Nuovi frammenti di vita che s’intersecano con me e vecchi frammenti destinati ad andarsene, come foglie in autunno.

Sono semplicemente in vita. Davanti a me ho tutte le possibilità aperte.
Ne sono consapevole, è un dono, per questo ho gratitudine nel cuore.
hope

TRAGUARDI


Così tanto da dire e le parole giocano a nascondino negli anfratti dell’anima.

Grandi cambiamenti, voli fatti con maestose ali, un braccio sinistro che si stacca, ritornar piccola attraverso la crescita, banchi di scuola di vita e non.

Il cambiamento è lì davanti a me, è arrivato, e porca paletta il cuore batte forte per la paura. Non so dove ancora dove mi porta, come sempre.

Indosso brividi e sorrisi. Tale è la vita. Avete presente quell’attimo in cui il brivido si espande sulla pelle? Quello in cui non capisci se ti piace o il piacere è troppo intenso e rasenta l’intollerabile. Sì, questa è la vita, e io son un costruttore di giardini*.

Dico sempre che anelo alla pace, alla tranquillità, alla serenità, ma appena raggiungo un traguardo, quando potrei godermi il meritato riposo, vado oltre o distruggo quello realizzato per poter costruire nuovi sogni e nuovi percorsi.

Un traguardo è sempre l’inizio di una nuova tappa

change

* Paulo Coelho ha scritto il pezzo qui sotto. Ai tempi, leggendolo, capii una parte importante di me. Il mio bisogno di certezze nella vita (il costruttore e le sue costruzioni) ma che la mia anima anela all’apprendimento (il giardiniere). Da qui il perché di molti avvenimenti della mia esistenza.
Io non sono né uno né l’altro. Non costruisco edifici, ma il giardino selvaggio m’incute troppo timore, e allora son diventata (o ci provo) un “architetto di giardini”, attraverso questo nutro la mia anima e per questo son diventata un costruttore di giardini.

Ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, può adottare due atteggiamenti: costruire o piantare. I costruttori possono passare anni impegnati nel loro compito, ma presto o tardi concludono quello che stavano facendo. Allora si fermano, e restano lì, limitati dalle loro stesse pareti. Quando la costruzione è finita, la vita perde di significato. Quelli che piantano soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano. Ma, al contrario di un edificio, il giardino non cessa mai di crescere. Esso richiede l’attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura.
I giardinieri sapranno sempre riconoscersi l’un l’altro, perché nella storia di ogni pianta c’è la crescita della Terra intera

SQUARCI DI VERITA’


Sono le sette. “Uozzap” mi consegna il buongiorno di Largen.
Guardo fuori. Buongiorno? Il buio è così denso da potersi tagliarsi, come la nebbia milanese una volta.
Click è il rumore che fa il mio cellulare, l’invio dei pixel a Largen è un attimo, voglio farle vedere quando poco giorno è da me. Lei, di rimando, fotografa il suo, dove la luce ha già preso possesso, anche se non del tutto, del cielo.

Poche centinaia di chilometri e il mondo cambia così tanto.
La realtà diventa così diversa nello stesso esatto momento.

E da questo comprendo come possiamo pensare di capirci se non abbiano volontà di farlo? Pensiamo che tutto il mondo sia paese, ma basta spostarsi di pochi centimetri per avere visioni diverse della stessa cosa.

Ognuno convinto di aver la verità in mano, pronto a combattere la verità altrui.

Sono convinta che la verità, nella sua completezza sia una.
Non possono esistere più verità. Siamo noi che vediamo di lei solo squarci. Come cavalli con i paraocchi vediamo solo davanti e non tutto intorno a noi.

Ah se riuscissi anche io ad avere quella capacità di ascoltare con il cuore e la mente tutti quanti, senza giudizio, senza arrabbiarmi, senza pensare “ioppperò”. Ci provo, ma son così umana, così fallace.

Forse un giorno ci arriveremo tutti a vederla nella sua interezza.
Forse oggi il non vederla mi salva da un peso che non potrei reggere.
Photo by Jati Putra Pratama

PROGETTI


Questo vortice di vita mi strappa radici e terreno.

Nel tempo ho appreso, non oppongo resistenza. Mi lascio trasportare e mentre lo faccio raccolgo il meglio che trovo sul cammino. Nel mio crescere ho capito di esser quercia, ma ho compreso anche che esser giunco a volte è l’unico modo per continuare ad esser quercia.

Il cambiamento spaventa sempre e comunque, rimaner su strade battute e conosciute, seppur piene di pietre aguzze e rovi, ci rassicura più di un sentiero ignoto ai cui i bordi vedi il grano.

Sono pronta? No, non lo sono quasi mai. Ma ho imparato anche questo, la bellezza sta anche nel mettere un piede nelle nostre insicurezze e vincerle.

Sono spaventata? Sì, lo sono sempre quando inizio qualcosa di nuovo, ma quel respiro veloce, quel battito del cuore un pò asimmetrico, quel timore porta con se anche il respiro stesso della vita.

Io non lo so dove vado questa volta, ma so che vado. Arriverò da qualche parte? Non so neppure questo. Cambierò direzione mentre cammino? Può essere.

Ho grandi progetti per me stessa.

Photo by John Wilhelm

ALLENAMENTI


Tu sei una persona solare.
Tu sei forte.
Tu hai coraggio.
Per te è facile.

Sono alcune delle frasi che ogni tanto mi sento ripetere. Quando accade, io osservo chi ho di fronte, silenziosa. Cerco di capire cosa vedete di me che io non vedo. Cerco di comprendere cosa i miei occhi (che scrutano lo so), lascino davvero passare di me.

La verità è che ogni sorriso che mi vedete ha le sue radici in un’ora buia, ogni forma del mio coraggio affonda nelle mie debolezze e quello che voi chiamate coraggio è paura messa in un angolo, ma non vinta.

Non ho nulla di diverso da nessuno.

Ci son movimenti nella vita che vediamo fare, movimenti che paiono fatti di aria e grazia, movimenti che ci fanno desiderare il farli. Dietro però vi sono tenacia e allenamento, con loro ti fai la muscolatura per poter volare.
feet

Poi sta a ognuno di noi.

DIAPASON


Ci sono persone che me lo fanno udire con il tatto. Il cuore. Il mio.

Toccano senza sfiorare. Dentro, un pò a sinistra, il cuore vibra tangibile, come un diapason.

Percepisco l’onda materiale di questo, si espande nel corpo, a metà tra il dolore e la gioia.

Anima antica mi domando perché.
Un cerchio intorno al fuoco, ci vediamo, occhi negli occhi, ma le fiamme che ci illuminano, ci separano.

Quale lezione in questa vita? Cosa apprendiamo dal non poterci sfiorare se non con l’anima? Dal separarci e come elastici tornare?

Io la vestale che recide legami al suo dio, mi prostro esausta davanti alla mia debolezza.

Lo so che cosa pensate. No, non è amore. Non come lo intendete voi.

Photo by Christina Ramsey
Lo so cosa pensi. O forse no… non lo so.

WHAT EVER


E’ il tempo che mi manca.

Mi manca tantissimo tempo. E in questi giorni, in cui davvero, mi sembra che esso sia sabbia tra le dita in questi giorni mi rendo conto di quanto ne ho sprecato.

Perso, buttato, sciupato, sperperato, dilapidato, dissipato, scialacquato in amori inesistenti, in persone stupide, in credo fasulli, in gente vuota, in obiettivi superflui.

Lo dico senza indice accusatorio puntato su nessuno, se non su me stessa. Io ho sprecato, inutilizzato, sciupato nel nulla.

Mea culpa e della mia testardaggine. Mea culpa e del mio procrastinare. Mea culpa e della mia pigrizia, Mea culpa e delle mie insicurezze. Mea culpa delle mie paure.

Sbuffo. Vorrei aver la certezza di aver appreso da me stessa, di aver capito la perversione del tempo buttato, in modo che non accada più. Però questa certezza non l’ho.  Anche se ora sto attenta, anche se ora provo ad esser allieva diligente, temo sempre le mie debolezze.

Si dice che dei se e dei ma son lastricate le strade, o forse quelle erano le buone intenzioni, chissà.

So che in questi giorni, i “se” e i “ma” mi volteggiano sopra la testa come avvoltoi in attesa del morto.

Alzo lo sguardo li osservo.
Lentamente sale il dito mediano al cielo.
Non avete capito morirò vecchissima, perfettamente funzionante di testa, sanissima nel fisico. Ho ancora troppe cose da fare.
What ever