SERENDIPITY


Questo caldo mi fa l’effetto di vapore acqueo che aleggia nel cervello, ho difficoltà a scrivere. Metter insieme le parole con l’anima e quello che mi accade intorno e faticoso.

M’impigrisco, mi lascio muovere sull’amaca delle idee, occhi socchiusi, dondolo in attesa di una brezza che rinfreschi.

Vivo, in questi giorni, e non trovo tempo e voglia per fissare tutti i pensieri che abitano nella mia mente.  Un “unisci i puntini numerati” della settimana enigmistica e son senza penna.

Le parole svolazzano dentro me come farfalle libere.

Estate lago chiacchere raso condivisione abbracci ti voglio bene caldo tramonto sassi nuvole angeli vestitino sbirluccica vorrei sorrisi lucertola bugie gioco risate bollicine insalata piccante leggerezza montagne treno sospiro cristallo codardo sudore viaggio crescita mi vuoi bene attendo amici disegno egoismi ventilatore serendipity abbracci rispetto amore fiume candele àncora magia tatuaggio.

Ecco fate voi mettete tutto quello che manca tra una parola e l’altra, inventate voi una storia della mia vita e raccontatemela.

Si raccontatemi le mie parole mischiate alle vostre emozioni, di come mi vivete, io son qui, soffusa in attesa di voi, che uniate i vostri punti ai miei, per scoprire così un nuovo mondo.
photo by Josep Sumalla

RIGENERAZIONI


Una linda tazza bianca con piattino, al suo interno nero caffè bollente. Tutto intorno la cucina e noi ad un tavolo con parole che accompagnano come dolcetti dell’anima.

Mani che in una delle tante vite hanno tessuto insieme fili di cotone e lana, oggi tessono parole.

Stefania scrive parole intense.
Chi non possiede l’amore,
cancella speranze
rastrellando turbamenti
di splendori andati a male

Io scrivo ad cazzum
Intingo in me.
Colori con cui parlare e quelli con cui plasmarmi.
Respiro lieve in questo mondo concitato.
Strattonarmi è inutile.
Il mio passo è discorde.”

Si lo so, si nota, siamo persone serie, anzi serissime!
Stefi&Diami

Il cuore è come il fegato
se sopravvive anche una singola cellula
si riproduce rigenerandosi.

MA CHI TE SE INCULA


La verità? Non ho voglia.

Non ho voglia di parlare a lungo di questi due giorni. Belli così. Gustati. Mangiati. Divorati. Scriverne è faticoso e mi assale la pigrizia. Ecco, da questa pigrizia che lambisce, l’ho capito. Sono stata contaminata da un pò di romanità.

Questo è un gabbiano romano “geneticamente modificato” e siamo simili. A parte che la vita ha geneticamente modificato pure me, ma questo gabbiano che parla senza aprir becco, immobile, anche se ti avvicini, con lo sguardo te lo dice:

Ma chi te se incula
Ciccio

Eccola lì la verità, l’ho scoperta con lui, Ma chi te se incula, posso volare via quando voglio e librarmi nell’aria, mentre te rimani qua nel guano.

Si, Ma chi te se incula, la vita è questo. Gustatela, non rompere i coglioni a chi hai intorno, e se qualcuno li rompe a te, vola via con altri gabbiani come te.

Ma chi te se incula, è l’evoluzione del fanculizzare, la versione 8.1 migliorata, il salto darwiniano della specie spirituale, il gradino che ti permette di vedere più in là.

Persone di guano, vigliacchi, indecisi, egocentrici, incattiviti, opportunisti (aggiungete aggettivi e situazioni a vostro piacimento), insomma quelli che la vita te la rendono etichettabile sotto la voce “Vita de merda”, bè sai che c’è?
Ma chi te se incula, io son capace di librarmi in alto.

POST IT


Ora io non vorrei esser pesante, sto anche dimagrendo di brutto sappiatelo, ancora pochi mesi ed avrò un fisico abbestia, ma questa cosa devo dirla, e lì che mi solletica i polpastrelli.

Mai obbligato nessuno a frequentarmi, mai costretto nessuno a esser diverso da quello che è e mai obbligato nessuno a far niente che non volesse fare.

Ok da questo discorso escludiamo Progenie, bè a lei qualche cosa l’ho obbligata a fare, tipo andare a scuola quando era piccola o a non lasciare (anche ora) i piatti sporchi nel lavello la sera. Altrimenti appena sveglia, me li ritrovo sotto gli occhi e divento un bufalo in spm.

Sto divagando, dicevo mai obbligato nessuno a frequentarmi, mai costretto nessuno a esser diverso da quello che è. Ogni cosa per quanto mi riguarda deve essere frutto di una scelta e come tale gestita e assunta a propria responsabilità.

Chiaramente se mi frequenti per scelta, ci son delle regole. Io viaggio con il foglietto delle regole appuntato sul seno, cosicché non puoi sbagliare (baby in senso metaforico smettila di fissarmi le tette).

post itSe non ti piacciono, se le reputi stupide, se non ci riesci o semplicemente non hai voglia di leggerle, davvero non ci son problemi. Siamo diversi. Diversi non significa che esiste una parte giusta e una sbagliata. Diversi significa che siamo distinti, ma ci son “distintività” che non son assimilabili tra loro. Guarda l’olio e l’acqua per esempio. Se rimani le regole le conosci. Ti stanno strette le mie regole… ebbè capita, sai a me quante regole son state strette e me ne son andata?

Questo solo per sottolineare, con un sorriso ma con fermezza bada bene, che non sono nell’elenco dei farmaci salvavita mutuabili e non sono prescritta da nessun dottore, mica sei obbligato a prendermi.

PENSIERI DISORDINATI DI VITA CON DEDICA


Ho un problema (più di uno qualcuno dirà). Alcune emozioni mi attraversano e i pensieri che le accompagnano, sebbene voglia fermarli, sfuggono dalla mia mente. Se in quel momento non ho un pezzo di carta e una penna, quelle parole se ne vanno. Mi abbandonano lasciandomi la sensazione, ma non le parole con cui esprimerla.

hand

La verità è che a me quando i pensieri son profondi, sfuggono come fossero sabbia tra le dita che ricade sulla spiaggia.

Vai a ritrovarla quella sabbia dopo. Certo è lì tutta intorno a te, ma quella che avevi in mano il quel preciso istante, non la ritrovi più.

Alcuni pensieri però son così grossi da essere conchiglie, quelli li intravedo sempre e qualche volta riesco a riprenderli.

Queste conchiglie le ho trovate in questo fine settimana, camminando nella sabbia di un venerdì sera e di un sabato mattina.

E’ l’allenamento che ti rende forte, per questo alcune persone son più forti di altre, son quelle con cui la vita ha giocato di ruolo con loro, il gioco si chiama “survivors”.”

Loro mi regalano la cosa più preziosa che hanno, il loro tempo. Il tempo di una persona è vita. Loro mi regalano pezzi della loro vita. Esiste regalo più prezioso?

time

Altri ti regalano i “ti voglio bene”, i loro “sei una bella persona”, ma sono solo parole che cadono a terra ancora prima che giungano a te. Sono come vapore acqueo d’inverno, fiato, non sopravvive fuori dalle loro bocche più di pochi secondi.
Poi ci son persone che non ti dicono i ti voglio bene, ma il loro bene e tangibile e denso ogni singolo giorno.”

A quelle pazze persone che si son fatte centinaia di chilometri per mangiare “solo” una pizza con me dedico questo post e non un pezzo del mio cuore. Quello lo avete già. Fate parte di me, quella me migliore, quella che grazie a voi esiste ancora.

SALISBURGO


Haffner mi consiglia Salisburgo e i suoi concerti a giugno. Leggere Salisburgo e far un salto nel tempo sono la stessa cosa.

Eccolo lì lo squarcio temporale e Salisburgo, era giugno anche allora, e lì in mezzo allo squarcio appari anche tu. Spunti tra il treno che mi ha condotto a Trento e l’aspettarti fuori dalla stazione su una panchina chiacchierando per due ore con un predicatore, perché la tua barchetta aveva dato forfait. Il lento muoversi attraverso l’austria e l’arrivo in germania ai confini con Salisburgo.

L’alberghetto tedesco con le tende giallo chiaro, i copriletti giallo chiaro, gli arredamenti giallo chiaro. Il balconcino della camera con il posacenere dove andavo a fumare quando facevi la doccia. Sentivo come sottofondo lo scrosciare dell’acqua mentre creavo giochi con la bocca e il fumo. Si lo so che della mia bocca ti ricordi.

Salisburgo, la roccaforte e la visita alla chiesa, per poi trovarci al suo interno, per caso, ad ascoltar musica attraverso i didgeridoo fatti di legno, di vetro o di bamboo.

La cena greca, la scoperta della salsa tzatziki, la karamalz, il ritorno nell’alberghetto giallo bimbo, le saune, il nuotar nella piscina, il leggere i libri uno accanto all’altro, il parlar di me, di te e i risvegli.

Il giro insieme allo sexy shop, il tuo volermi regalar qualcosa e il mio rifiuto, perché solo il mio uomo poteva farmi regali di quel genere. La fortezza vista da fuori e il ristorante nella piazza a Salisburgo. Le doppie colazioni, dolce e salata, perché che fai? Rinunci a una delle due?!

Il mio non parlare tedesco e neppure inglese, che mi regalò il piacere di viver isolata per tre giorni. Tu che parlavi inglese e tedesco eri il mio ponte con il mondo, ponte che non volevo attraversare e lasciavo che tu mi proteggessi da esso.

I sorrisi anche quando non sorridevo ma che nascondevano i pensieri. Le battute che mi facevi, le domande che mi_ti ponevo, le mie bugie e le tue bugie, dette un pò a tutela e un pò scudo. Quel tuo guardarmi e quel tuo rispondermi quasi a farmi sentire nuda. Le cose che dicevi e quelle che celavi, ma che comunque vedevo come fossero sotto un riflettore. Chissà se ti ho fatto sentire nudo anche io.

Riesci a tenermi testa (al momento, non ti allargare, potresti non riuscirci più, sai comè invecchi) rispettandomi e amandomi per quello che ero, che sono. Altri no, altri si arrabbiavano, cercavano di dominarmi, e se non ci riuscivano, in qualche modo, dovevano farmela pagare o perdevano interesse se non ottenevano quello che volevano.

Uno dei pochi uomini che mi abbia insegnato due cose importanti della vita senza farmi soffrire. Non che tu non mi abbia ferito, anzi lo hai fatto è più di una volta, ma sei stato capace di ammettere che tanto bene (forse) non ti eri comportato a volte e hai cercato di non ferirmi più (non che ti riesca sempre bene eh! Diciamolo che poi fai il figo con me dicendo che sei bravo)

I miei no e i tuoi si, i miei si e i tuoi i no. Il mio farti incazzare e il tuo farmi incazzare. I tuoi amori e i miei amori. I nostri “Ci sei ancora?” e i “Si ci sono ancora”. I miei “Tu che ne pensi?” e i tuoi “Ti prende per il culo”. I tuoi raccontarmi “Non so che far con lei” e miei “E’ una stronza”.

Il mio cercar di collocarti, il tuo sgusciarne fuori, il mio incazzarmi e il ribadire e il tuo prendermi in giro fino a farmi scoppiare in risate e sciogliermi l’incazzatura. Il tempo che passa e tu che cerchi di collocarmi, io che sguscio, il tuo esser insofferente e il mio prenderti in giro con te che mi dici che son insopportabile, ma lo dici sorridendo. Capaci di parlare per giorni e ore o di non sentirsi per mesi.

Ecco tu sei questa cosa, io son questa cosa, parti a parlar di Salisburgo e ti ritrovi a parlare di cene, di libri, di anime, di amori, di forgiatori di ferro, di crescita, di vite precedenti, di amicizia, di emozioni e i pensieri diventano mulinelli che smuovono il tutto e ricordano libri con parti evidenziate in giallo. L’amor che cosa è? E’ anche questo, ma non è questo, ma che importa, tanto poi son tutti a pensar male, e a come intendono loro l’amore. Pensate quello che volete. Noi abbiamo smesso di collocarci.

PS: non ti montar la testa, ricorda che son io la talebana dei due, oggi scrivo questa cosa carina di te e domani potrei fanculizzarti (perchè farai qualcosa che mi farà arrabbiare tantissimo) e decidere di non parlarti per tutta la vita (ovvero fino a quando non mi passa).

PASSI E NOTE


Il mio primo concerto fu strappato con ostinazione a una madre che doveva per forza farmi anche da padre. Concesso solo perché era nello stadio della mia piccola città. Un coprifuoco per cui avrei dovuto trasformarmi in superman e tornare a casa volando appena finito. Avevo poco più di quindici anni.
Lui era Edoardo Bennato.
Fu bello, ma non scattò l’amore per i concerti dal vivo. Forse la pressione materna ne rubò l’entusiasmo, il dover subito correre a casa, il dovermi rinchiudere nelle quattro mura e non poter condividere con gli amici dopo, in qualche modo spense il piacere.

Il mio secondo concerto fu un dono. Pochi anni fa. Un’amica mi scrisse “Dai vieni al concerto con me, è vicino a te, San Siro, ho un biglietto in più, dai te lo regalo”. Io non avevo voglia, casino, gente, confusione, si parlava del terzo anello. Ma volevo veder l’amica che abitava a Roma e che non vedevo da anni. Tutto questo mentre la gente cercava disperatamente i loro biglietti, le chiesi “Chi sono?”. Lei mi rispose e io le domandai ancora “Chi cazzo sono?”.
Loro erano i Muse.
Ci son persone che mi detestano ancora oggi per aver trovato un biglietto dei Muse a una settimana dal concerto, di non averlo neppure pagato, mentre domandavo “Chi cazzo sono?” .

Il mio terzo concerto è una scelta. Sister me lo ha proposto, io ho nicchiato (il solito ci sarà casino, è lontano, un sacco di gente, sarà la musica che piace a quella rocchettara ecc ecc).  Sister mi ha mandato un paio di link di youtube. A Sister piace tanto. A me ispira, soprattutto cambiar modo di “passeggiare” nella vita e far cose che non faccio mai. Sai che c’è? Io scelgo di andarci.
Lui sarà Damien Rice.

Nella vita bisogna camminare, ma in direzioni nuove, se si vogliono commettere nuovi errori e non ripetere quelli vecchi.
Che poi, dico errori, ma forse son solo opportunità mancate o prese dalla parte sbagliata. Cambiando strada cambi anche visione del mondo intorno a te e di conseguenza puoi prender l’opportunità dalla parte giusta.

passi

Nel frattempo aspetto luglio e son felice che in questo sentiero ora ci siano Sister e Ciccio con me. Devo a loro tanti passi nuovi della mia vita.

BIZEN


Neve a Bizen
Ferro e fuoco
Forgi acciaio e il mio cuore
L’uomo che io sono scompare.

Petali di pesco.
L’anima mi hai forgiato.
La forma è quella del tuo cuore
L’uomo che io ero non è più.

Nespole color oro
Le labbra tue son la mia dimora.
Del mondo farò la tua.
Tu farai di me l’uomo che sarò.

L’acero ci avvolge.
Premonizione di sangue le sue foglie.
Per salvare te, devo morire io.
Tu farai di me l’uomo che non sarò più.

clan

Liberamente tratto dalla mia memoria antica. Da un giappone che non esiste più. Storia di un clan, di acciaio, di lame affilate, di vita, di fuoco, di morte e di due uomini che si amavano.

IMPERFEZIONI


Ho sempre vissuto negli estremi, o il bianco o il nero.
Pur sapendo che tra i due intercorre un’infinita varietà di grigi, io non li vedo. Ho imparato che ci sono, ma come una cieca, nell’individuarli vado a tentoni, con tutto quello che ne consegue.
La vita per me non può essere grigia. Il grigio è il preludio alla “morte”.
Photo by Renata Ramsini

Credo che da questo sia dipeso e dipenda tutta la mia vita.
Ti amo o non ti amo.
Fai parte di me o non lo fai.
Ti do o non ti do.

Che tu sia un amore, un’amicizia, un’anima antica che torna o nuova che incrocio, se ti vivo, ti vivo così. Se lo faccio in maniera diversa, se con te parlo il linguaggio del grigio (che ho appreso come s’impara una lingua straniera) e perché di te non mi interessa nulla. Che tu ci sia nella mia vita o non ci sia non fa la differenza, anzi spesso proprio non ti vedo, perché nel grigio io non vedo.

Se tu pretendi di viver grigio accanto a me mentre io vivo colorato (a prescindere dal colore che vivo in  quel momento) io smetterò di vederti.
Se credi che questo mio viver intenso si confonda con il possesso, cambia strada perché alla libertà do lo stesso valore della verità, irrinunciabili nella mia vita.
Se presumi che leggerezza e colori non siano sinonimo di serietà, scansati, mi ostruisci la strada.

Non sono una persona semplice a volte, capita che oscilli tra il caldo rosso e il freddo blu. Incapace di chiedere, ma pretendo quello che mi spetta. So perdonare, ma con difficoltà, del resto a me stessa non perdono quasi mai. Però lascio andare e non porto rancore.

No, non sono una persona semplice, anche se io penso di me “di una semplicità assoluta, tanto da apparire complicata ai molti”.
Proprio per questo se faccio parte della tua vita, e tu della mia, vuol dire che tanto a posto non sei neppure tu, ma questo credimi è la bellezza della nostra imperfezione.

NECESSITA’


Scrivo poco.
La vita reale è diventata più esigente.

Questa settimana annovero oltre alle incombenze di vita e sopravvivenza, quali spesa e lavoro, l’aver:

* avuto il mio annuale incontro con “Barbara” e con lei (grazie a lei) riaver aperto uno spiraglio su quello che ha fatto di me quella che sono;

* collegato tre persone di questo tempo a tempi che non sono più. O meglio due averle collegate a tempi diversi e una averla collegata a un emozione ben precisa;

* notato che più perdo peso più ritrovo me stessa. Forse dovrei farci un post a parte su questo. Sul perché leghiamo così tanto cibo e vita. Su come il cibo diventi anestetico di vita.

* ho prenotato il parrucchiere, prossimo colore della mia testa, rosso rame con colpi di sole rosso rame chiaro;

* aver comprato un orologio da 8 euro, che la notizia non è il costo dell’orologio, ma aver rimesso un orologio al mio polso dopo 12 anni.

Questa settimana ho inoltre realizzato che:

* son riuscita a star zitta davanti a persone che sparano minchiate (scritte e/o parlate), ma questo fa parte dei miei dieci buoni propositi del 2015; anche se avrei potuto utilizzare un altro buon proposito di quella decade. Quello del fanculizzare senza che ci fosse domani.

* ho intenzione di far molto per la mia persona, in pensieri, parole, opere e tutto quanto mi verrà in mente;

* nella sfortuna spesso trovo la fortuna, si è solo mascherata;

* quando sorrido sembro più bella;

* tra poco è primavera.

Rileggendomi, ho realizzato che ognuno di questi punti contiene in se un post, ma come detto scrivo poco. Il mio modo di comunicare in questo periodo è bisognoso di tangibile e materiale.
Senza esagerare, ma ho bisogno di occhi, profumi e tatto.
Credo di necessitare di vita.

Photo by Wil Mijer