IL TUNNEL – LA FINE E L’INIZIO



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Non so se quel barlume di luce che ho visto in lontananza sia l’uscita o semplicemente qualche altra sfera che viaggiava nell’oscurità.
In lontananza sento delle voci, si sono voci, ci sono persone che mi stanno aspettando. Sorrido, la fine del tunnel è vicina, non ci posso credere, è stato molto meno lungo di quello che credevo.
Mi fermo, non per paura di uscire, ma solo perchè devo capire come ne uscirò.
E gioisco. Pulita, senza emozioni negative, nessun rancore, chiudo gli occhi e penso a Lui.

Ti ho aspettato tanto, non posso più, non ha più senso in questa vita, abbiamo fallito entrambi e non è colpa di nessuno dei due se siamo stati incapaci di migliorarci, di cambiare, di comprenderci. Ti auguro solo bene, solo la forza di superare le tue prove, ti auguro di innamorarti profondamente ed essere profondamente riamato, perchè è l’unico modo perchè tu possa capire comè ingiusto per te e gli altri la tua chiusura alla vita e all’amore.
Avrei voluto essere io la donna in cui tu ti saresti perduto, come io mi ero persa in te. Ma abbiamo fatto scelte diverse.
Col tempo, forse, riuscirò a starti accanto come persona, in attesa di un’altro tempo, un’altra epoca, un’altra opportunità, ognuno dei due vivrà la sua vita”

I pensieri si bloccano di colpo, congelati da un attacco di paura.
Cè qualcuno nel tunnel, una presenza umana, comè possibile? Nessuna energia umana può entrare qui, nessuna, non è possibile

Nessuna…… nessuna tranne chi ha fatto si che io entrassi qui, nessuno tranne chi avendolo costruito, impastato i mattoni di cui è fatto, sa come e dove entrare, dove ci sono porte nascoste, via di fuga celate, nessuno tranne Lui.

E ti sento, mi giri intorno impalpabile ma presente come non mai.

Cosa ci fai qui? Cosa sei venuto a fare qui? Ti avevo supplicato di non venire a riprendermi. Ti avevo chiesto torna solo se cambi idea, solo se sei disposto a rischiare di vivere la vita insieme a me.

Non rispondi, non dici nulla, mi giri attorno, mi sfiori, sento le tue labbra sulla spalla, sulla pelle, sul collo, le tue mani mi sfiorano.

Ti prego vattene, non farmi del male ancora, lo sai che ti amo, che mi basta un tuo sguardo, un tuo semplice tocco, perchè io mi abbandoni ancora a te, ti prego….

Non rispondi e non ti fermi, io lotto con me stessa e con te allo stesso tempo, una guerra persa in partenza, non riesco a combattere su due fronti contemporaneamente.
Mi prendi, mi stringi e mi sento sollevare in alto, sempre di più, non tocchiamo più la terra, insieme abbracciati, risaliamo fuori dal tunnel verso un cielo grigio e plumbeo.

Ho paura
Quando riesco a riaprire gli occhi, vedo sotto di noi, una terra strana, desolata e al contempo nel suo profondo ricca.

Tu mi guardi e sorridi, mi stringi, mi sfiori, scivoli in me, mi confondo in te, ti confondi in me, sospesi nel vuoto.
Vorrei dirti di no, ma rispondo si, come sempre.

Forse, ha capito, forse ha ricordato, forse sta rischiando, forse….

Pensieri che si perdono, appena tu mi richiami a te, ancora, avvolgendomi, abbracciandomi, coccolandomi come mai non hai fatto.
Dentro di me sono terrorizzata e se mi illudessi ancora?
Ma potrebbe ferirmi ancora così tanto sapendo di farlo?
Non riesco a credere che tu possa essere così, e mi abbandono a te, apro ogni porta, ogni parte di me, anche se il battito del cuore continua a rimanere accelerato come quello di una preda in trappola.

Quanto tempo è passato, qui non esiste il tempo vero, ma fuori, al di fuori di questo luogo quanto tempo è passato? Due giorni?
Siamo sospesi in questo cielo, la terra sotto di noi è lontana. Ti guardo e con la paura nel cuore ti domando se sei tornato perchè qualcosa è cambiato.
E rispondi non rispondendo, ed io insisto, e tu continui a dire non dicendo, fintanto che io capisco cosa vuol dire quel tuo non dire.
Mi rannicchio in una posizione fetale, mio Dio ti prego, questa lama affonda e brucia trapassandomi ogni cosa.

Mi abbracci mentre rimango rannicchiata e ti chiedo
“Perchè?”
Mi stringi
“Perchè sapendo che ti facevo del male?”
Voglio sapere, voglio almeno capire
“Si”

Che suono ha il silenzio? Come può essere così assordante il silenzio?
La tua risposta è stata il silenzio più profondo e assordante che io ricordi.

Il peso del tuo silenzio si adagia su me, mi schiaccia, cado verso il terreno, non riesco neppure a reagire, che senso ha reagire, contro cosa o chi?
Precipito, mi contraggo e rannicchio solo di più.

L’impatto al suolo è devastante, non cè una parte di me che non si spezzi, non riesco a muovermi, sento dolore ovunque, lo so non mi perdonerò mai di averti permesso di ferirmi ancora.
Non odio te, odio me.

Sei ancora accanto a me, mi accarezzi, usi un tono di voce caldo e dolce, vuoi che io rimanga nella tua vita, mi dici che io e te abbiamo un legame che supera le barriere del tempo e delle cose, che non comprendi perchè non ti voglio più vedere, questo legame esiste e ci sarà sempre. Di non rifiutarlo.

Quanto dolore sento, aiuto, qualcuno mi aiuti, mi vuoi nel tuo letto, nella tua vita ma non nel tuo cuore. E con il dolore sale ancora, possente, rinvigorito, quell’emozione, il rancore.

Come hai potuto? Come puoi? Di cosa sei fatto? Ma hai emozioni che non riguardino la tua persona? A che mondo appartieni? Ti sei mai reso conto che non esiste solo il tuo dolore? Hai mai capito che il fatto che qualcuno ti ha ferito non ti autorizza a farlo agli altri? O sei convinto che il tuo dolore sia diverso da quello degli altri? Che a te spetta il diritto di ferire gli altri perchè qualcuno a ferito te?
Hai mai compreso che la somma di due errori non ha mai fatto una cosa giusta?

Ti ringrazio Dio di non darmi forza ora, perchè se lo facessi, io lo distruggerei, lo annienterei, lo annullerei, lo farei sentire come Lui ha fatto sentire le persone, me compresa.
Ti ringrazio Dio di avermi aiutato in questa vita a non diventare come Lui.

Sono a terra impossibilitata a muovermi, non ho un osso che non sia spezzato, eppure sto andando via.
Te ne accorgi, mi stringi a te, mi accarezzi, mi vuoi, cerchi di portarmi a te con l’unica cosa in cui pensi di essere maestro, senza aver mai compreso che tra noi è sempre stato senza fine e stanchezza perchè eravamo due maestri e due allievi, ognuno insegnava all’altro la sua materia e apprendeva dall’altro.
Non hai mai compreso quali energie si focalizzavano, confluivano, pensando che era la parte materiale quello che lo faceva divenire speciale.

E accade, non pensavo, eppure accade, ti bastava uno sguardo, un tuo sfiorarmi leggermente, un tocco seppur involontario, e ora invece, mentre ti guardo negli occhi per la prima volta lo dico, stupendo le mie stesse orecchie

non ho voglia di far l’amore

non mi credi, non è mai accaduto, e insisti ed io continuo a dirtelo, perchè è la verita. La mia anima si è staccata dal corpo, non sento nulla, ne piacere ne fastidio, nulla.
Non mi credi, cerchi di spostarmi dalla mia posizione fetale, ti lascio fare, tanto non ti sento, ti guardo, continui mentre rimango immobile. Mi domando chi sei, come fai a non accorgerti, pensi che stia combattendo per non darmi e non comprendi che mi sto forzando per non andarmene.

non ho voglia di far l’amore

mi giro, ritorno nella mia posizione fetale, e chiudo gli occhi.
Insisti ancora e io mi domando se mi hai fatto il più piccolo sforzo che capire chi ero, che volevo, che cercavo, come vivevo, come amavo, ciò che mi rendeva felice o ciò che mi procurava dolore. Ti sei mai chiesto quanto ho pianto per te?
Infine desisti, ti accoccoli a me, e ti addormenti.

Rimango lì ferma, gli occhi chiusi e la mente sveglia, questo precipitare mi ha totalmente… mi ha totalmente… mi ha totalmente… non lo so, non lo so, non so più nulla ora.
Non voglio provare rancore, questa emozione mi consuma e mi fa star male.
Io lo so, dentro te, nascosto da qualche parte cè l’uomo che ho visto e di cui mi sono innamorata. Imprigionato in una gabbia, di paure e egoismo.
L’uomo che mi diceva “Sei troppo in alto per me” e io piangendo gridavo “Guardami, non sono più in alto di te, sono al tuo fianco, guardami”. Lo stesso che esausto con gli chiusi diceva “Sono stanco di proteggerti da me, io ti porto nella merda” e che non hai mai capito che per me non esisteva merda dove c’era Lui.

Sono stanca, riapro gli occhi, mi alzo, cerco di far piano per non svegliarti, ma tu ti accorgi e mi prendi la mano, provi ancora a condurmi a te.
Ti guardo, sorrido con pò di amarezza, ti bacio in fronte, ti amo ma non ho più voglia di far l’amore con te, non ho più la capacità di aspettare quell’uomo che anche tu non vedi a volte, quell’anima che conosco da molto e in questo tempo non riesce a fuggire dalla gabbia in cui è rinchiuso.

Se tu ti amassi la metà di quanto ti amo io…..

Mi dai un bacio leggero e mi dici ciao, ricambio il tuo bacio ma rimango in silenzio, perchè io non ti sto dicendo ciao. Anche se ti vedrò ancora, anche se saremo vicini a volte, il mio è un’addio, non a te ma al carceriere che in questa epoca non riesci a combattere.

Devo andare amore mio, chi ti tiene prigioniero sta cercando di uccidermi e non posso difendermi senza ferire te.
Devo andare amore mio, ma è solo per poco, sappiamo entrambi che il tempo tra noi è solo una concezione senza senso, devo lasciarti per darti la possibilità di vincere i tuoi demoni.
Devo andare amore mio, ma ti aspetterò in un’altro tempo e in un’altro luogo

Camminare lontano da te mi costa fatica, le fratture mi fanno procedere lentamente e ad ogni passo sento dolore, ma non posso fermarmi, devo allontanarmi, non so per quanto tempo sarò così forte da poter rinunciare a te.

Guardo il cielo, è cambiato.

non posso più rientrare nel tunnel, mi ritrovo su questa terra senza più punti di riferimento, senza più sapere dove andare. Esserne uscita non mi fa provare meno dolore, ne fa sentire meno il vuoto che ho, è comunque un nuovo inizio, zoppicando cammino avanti, prima o poi saprò dove sto andando, prima o poi ci ritroveremo.

LE MENZOGNE INDOTTE


Questa mattina ho letto  Pinocchio , scriveva di bugie.
(Pinocchio certo che con un nick come il tuo parlare di bugie).

Commentandolo raffrontavo che senso avevano per me le bugie, le mezze verità e le omissione di verità. Insomma diciamolo per me son parenti stretti tra loro, cugini di primo grado, facenti parti della tribù degli inganni.
Le bugie richiamano altre bugie e rendono schiavi e ricattabili chi le dice. Diciamolo, le bugie non mi piacciono per niente, ne dirle, ne riceverle (consapevole che son umana fallace ed erro anche io).

Poi venendo in ufficio oggi, mi son ricordata che ci son bugie non bugie. Quelle dei vigliacchi. Ne scrissi pochi anni fa.

Le menzogne indotte

Le menzogne indotte sono quelle che non vengono dette esplicitamente, ma ti vengono soffiate leggere e impalpabili nel cuore.

Le frasi a metà, lo sguardo che devi interpretare, la domanda che fai e alla quale come risposta hai un’altra domanda.

Le menzogne indotte sono peggiori delle menzogne palesi, non hai difese e chi te le dice non le ha dette, te le ha solo suggerite.

Le menzogne indotte sono veleno dell’anima, ti fanno sbagliare le scelte di vita e ti fanno tradire te stessa.

Le menzogne indotte sono bombe a orologeria, quando esplodono ti squarciano i polmoni e non riesci più a respirare.

Le menzogne indotte vengono usate da chi non ha il coraggio della verità, ma neppure della menzogna.

Le menzogne indotte corrompono chi le suggerisce e chi le ascolta, e a volte si nascondono sotto candide lenzuola.

POKER CRASH GAME


Ogni tanto accade. Lo sogno.
Ora molto meno. Capita una volta o due l’anno. Quando accade è sempre così, come se fosse realtà, un’altra realtà e svegliandomi precipitassi in questa, come se lo avessi visto davvero, come se avessi parlato davvero, come se.

Questa volta era invecchiato, i capelli erano brizzolati e il taglio corto, quasi rasato. E al suo “Mi dispiace se non possiamo andare là” ho risposto: “Io sto bene dove sei tu”.

Non serve ricordarmi che l’ho lasciato io, non serve rammentare che nel farlo mi son salvata, non serve sapere che son passati anni, non serve avere la certezza che questa marea ora di sera se ne andrà e non serve neppure ricordarmi che è stata la scelta giusta e indietro non tornerei. Non serve a nulla.

Torna quella sensazione di vuoto dentro, torna quell’amore di cui ti ricoprirei e ti avvolgerei per proteggerti dal mondo, torna il dolore, torna la passione infinita costante continua, torna il rancore, torni tu, torno io e il nostro giocare a poker con la vita, per poi rendersi conto di aver perso entrambi e lo spezzarsi in due.

Un legame di millenni a cui manterrò parola ci lega. Caduti insieme, insieme saliremo.  E tremo pensando quanti debiti karmici stai accumulando ora, in questa vita, con molteplici persone, perchè ti terranno qui tenendo anche me, non riuscirò ad andarmene finchè tu vagherei su questo mondo.  Quante vite ancora da vivere per starti accanto? Ma in questa vita ti cancello, odiandomi per averti ritrovato.

Ci son legami karmici.  A livello sottile le anime si parlano, per quanto rifuggi, ti accompagnano lo stesso, anche se tu in questa vita sei andata oltre.

WHEREVER YOU WILL GO


Erano i primi anni del 2000, era estate, frequentavamo lo stesso bar, gli stessi amici. Non so perché quella sera fu diverso, perché decise di venire a ballare con noi e perché rimase sempre vicino a me. Non so neppure come ci trovammo, incuranti di tutti gli altri, in quella notte estiva sul lago a baciarci.
Ho ancora la sensazione da “film”. Era più giovane di me, ed io non volevo più storie con uomini più giovani. Scavalcò le mie parole di difesa con le sue “Fidati” e “Credici”.

Ci trovavamo al bar, stavamo con gli amici, ridevamo, scherzavamo. Verso mezzanotte andavamo via e finivamo sempre per far l’amore in macchina. Rimanevamo lì, abbracciati, e lui, sempre, con voce bassa e calda mi cantava all’orecchio questa canzone.


Ed io ero felice. Non so se ero innamorata o no, ma sapevo di essere felice, non ricordo di essere mai stata più felice di quel periodo con un uomo.

Non so se fu per colpa delle mie paure che ripreso a salire in superficie o della sua che cominciò a paventarsi, ma finì. Non fu un bel periodo per me.

Un paio di anni dopo, ci ritrovammo con gli amici, una grigliata “chiusa”, ovvero fatta in casa su un camino. Non so spiegarvi, chi mi comprende mi comprende, dico solo elettricità da temporale, tangibile nell’aria. Lui che aspetta, fa in modo, prima di andar via di trovarci da soli perché deve parlarmi, e andiamo in un bar a farlo. E lui che mi dice delle cose così belle, e che sì, lo sa che con me non si era comportato proprio bene, e che chissà, magari, tra noi, si può vedere, provare ancora.

Io lo guardo, la tentazione c’è, la chimica c’è, stavo così bene con lui, ero così felice e lui era concreto, terreno, serio. Il problema è che nel frattempo un “amore cannibale” mi ha ghermita, son diventata prigioniera e carceriera di me stessa. Con lui non sapevo se ero stata innamorata, ma so che ero stata felice; ora ero innamorata, di un altro, ma non ero felice.
Io con gli uomini ho sempre fatto scelte sbagliate.

Ogni volta che sento questa canzone, lo penso. Penso a quelle sere in cui cantava solo per me alla luce delle stelle.
Ne scrivo oggi perché questa canzone è passata in televisione e in un attimo io son stata catapultata nelle tiepide notti estive. Sorrido. Ci sono momenti che sei contenta di aver vissuto, anche se poi non son stati indolori. Son momenti che ti hanno fatto conoscere delle persone per cui valeva la pena, in ogni caso.
Oggi lui ha famiglia e spero davvero sia felice. A volte mi domando se lui cantando “ovunque tu andrai”, già sapeva che negli anni sarebbe rimasto con me, come un ricordo che strappa un sorriso e un’emozione.

ABITUDINI


E che mi son disabituata ad essere felice

Minchia che fatica la vita a volte. Tipo oggi un mal di testa che non lascia tregua, le spalle contratte, la pioggia continua, il distrarsi continuamente alla finestra, il mettere a posto pensieri disordinati e disubbidienti, la stanchezza, il mio oroscopo è confuso, non sa, non capisce se sarà un anno di guano o di spine, almeno fino a luglio. Poi probabilmente pure, ma non si sa.

Serve la bacchetta magica, però non ricordo dove lo messa dall’ultimo trasloco, probabilmente sarà in solaio come tutte le cose che non trovo negli ultimi due anni.

Sbuffo, si lo so devo esser propositiva, positiva, ridente, propedeutica allo smile e il mondo mi sorriderà.  Però… fateci caso quando sorridiamo, mostriamo i denti, se fossimo del tutto bestie (e in parte lo siamo) sarebbe un segnale di pericolo. Mostrare i denti è l’avviso di un prossimo attacco.  Vuoi vedere che il problema è questo, io pensavo che la vita mi sorridesse e invece si preparava a sbranarmi.
Non pensiate che sia triste o depressa, anzi in questo momento ho un ghigno sorriso sul viso, semplicemente credo di essermi disabituata ad esser felice.

Se vi domandate della foto, non so, così, mi piaceva, tutto quel nero spezzato dal rosso, gli occhi che osservano dalla maschera. Mi ha ricordato la prima poesia che ho scritto, era il 2004 i colori erano quelli e credevo ancora.

LA PERCEZIONE SOTTILE


Avrei potuto prevedere anche il mio futuro, ma è stato un bene non averlo fatto, non lo avrei mai affrontato.

Lo son sempre stata fin da piccola, attenta agli altri, ai loro bisogni e alle loro esigenze. Era il mio modo di dire “ti voglio bene”. Mi riusciva bene perché ero una bambina che il mondo lo osserva e lo ascoltava. E’ stato così che ho iniziato a sviluppare “l’empatia”, anche se a onor del vero, ad un certo punto sviluppare i sensi della percezione sottile è stata più una questione di sopravvivenza. Ma questo è un altro discorso. Stavo dicendo che il mio dimostrare amore erano la mia attenzione e il mio tempo su te, e mi aspettavo qualcosa di simile. Errato. Avrei dovuto capirlo da subito. E invece cominciai a pensare di non meritare di essere amata.

Il problema e che cominciai a pensarlo in maniera inconscia, mentre in maniera conscia cercavo di sopperire. Dovevo essere più brava, dovevo essere più obbediente, dovevo dare di più, dovevo amare di più, dovevo guadagnarmi l’amore. Ma l’amore non si guadagna e non si vende. L’amore è un regalo che accetti o doni.

Più crescevo più il problema affondava dentro di me, meno era visibile, più dovevo meritare di essere amata. Più cadevo in questa dinamica più le persone di guano mi cercavano. Come un predatore annusa il sangue nell’aria della sua preda, ci son merde che sentono questa vibrazione. Io li chiamo i vampiri energetici. Più hai energia e più sei disposta a condividerla più si attaccano come sanguisughe, ma anche questo è un altro discorso.

Il discorso di oggi è un non discorso. E un post non post e non è “tristo”. Mi son solo scoperta ad osservarmi nella foto qui sopra. Vedermi e ricordare perfettamente i pensieri di allora e scrivere a getto. Otto anni e quello sguardo, otto anni e già seria, otto anni e gli altri bambini giocavano ed io affrontavo cose più grandi di me. Lì ho sviluppato la percezione sottile del futuro. Avrei potuto prevedere anche il mio futuro, ma è stato un bene non averlo fatto, non lo avrei mai affrontato.

MATITE SPEZZATE


Non so di preciso cosa stia accadendo in Argentina in questi giorni, ma QUALCOSA STA ACCADENDO, nel silenzio europeo e non europeo.

Sto parlando di una nazione che potremmo quasi dire italiana per il numero di emigranti che vi andarono. Sto parlando di una nazione fino al 1930 un baluardo di prosperità. Sto scrivendo di uno stato che ha fatto pagare al suo popolo, dopo tale periodo prospero, un prezzo di sangue e dolore che ha lasciato solchi indelebili. Non so quanti di voi sappiano o si ricordino della “notte delle matite spezzate” e dei “desaparesidos”, da lì in poi l’argentina annaspa, barcolla e oscilla, tra crisi economiche e crisi di democrazia.

Sto cercando di comprendere cosa accade in questi giorni, tra scontri, morti, feriti, arresti e saccheggi. Ma ancora di più sto cercando di capire perché un popolo che solo pochi anni fa ha intriso il terreno del proprio sangue, dividendosi in due fazioni, lo stia per rifare. Perchè questo sta accadendo, si stanno dividendo in due grosse fazioni “a favore di” e “contro”. Apparentemente lo stanno facendo con un’acrimonia, con un odio uno verso l’altro, fratello contro fratello, che spesso mi fa dubitare che gli uomini posseggano cuore e intelletto.

Nel mentre faccio questo, poiché ho bisogno di qualche giorno per raccogliere qualche notizia, vi lascio la testimonianza di una mia amica, anzi di un pezzettino del mio cuore, che ha visto, anni fa, quelle matite spezzarsi davanti ai suoi occhi. Ne è stata testimone, e guarda insieme a me all’argentina di oggi, con la paura di chi ha già percorso alcune strade.
Largen. Lei è argentina, anche se vive in Italia da anni, è un cuore pulsante e generoso, questo è il suo scritto di qualche anno fa, che non ha mai postato e ha “donato” ai tempi a me da leggere in privato. Oggi con il suo permesso lo riporto qua sotto, modificandolo il meno possibile, poichè ho il timore di togliere quello che lei ha “messo” dentro. SE STESSA.

L’odio tra gli uomini porta a questo, non dimenticatelo.

“Tante volte penso che sarebbe stato meglio se io fossi stata più piccola, non avrei capito,  sarebbe stato anche meglio se fossi stata meno curiosa.  Ma lo ero, volevo sempre sapere e conoscere tutto. Ma avevo 13 anni, quasi 14, e capivo tante cose e la curiosità faceva parte di me.

Mio fratello Norbert era un idolo per me. Era un genio, un ragazzo intelligente, brillante. Raggiunta la maturità, Norbert si iscrisse all’università in un’altra provincia. Da noi la famiglia si “disperde” presto. Si cresce prima se si esce di casa, questo è un pensiero e un modo di vivere molto argentino.

Una notte fui svegliata da uno che mi afferrava per i capelli e mi tirava giù a forza dal letto. Era uno della “polizia speciale” del paese. Era un paese molto piccolo e tutti sapevamo chi erano quelli della “polizia speciale”.  Ci si incontrava e ci salutavamo con la mano alzata e un bel “chau” ogni volta che ci si vedeva. Quella sera fu diverso, niente “chau”, niente mano alzata. Entrò senza invito e casa nostra divenne il suo lavoro. Credo che quella notte svegliarono anche tutti gli altri nello stesso modo.  Rovistarono casa, da cima a fondo. Trovai la biblioteca rovesciata con tutti i libri per terra. Chissà cosa pensavano di trovare.

Mio fratello era impegnato in politica. Faceva parte di un gruppo giovanile della chiesa, creato da un prete del quale non ricordo il nome e che un giorno “scomparve” entrando a far parte dei 30 mila desaparecidos. Si riunivano, il prete e i ragazzi, nel giardino di casa e io li ascoltavo, curiosa, nascosta dietro una finestra, senza farmi vedere perché ero piccola e non potevo partecipare. Mi sembravano tutti tosti, sempre incazzati neri, ribelli. Grandi.

Di quella notte non ricordo più nulla.

La nostra fortuna è stata quella di vivere in un piccolo paese, certe cose erano troppo eclatanti, non era conveniente farle. A Buenos Aires invece, se ti spariva un vicino di casa, non lo notavi, perché neppure lo conoscevi. In seguito scoprii che lo svegliarci nel cuore della notte ebbe inizio poco dopo che mio fratello Norbert fu incarcerato.
Non so se Norbert fosse un sovversivo, anche se in quel periodo qualunque cosa poteva essere considerata sovversiva. Quello che so è che lui stava cercando di far riaprire la mensa dell’università, che era stata chiusa. Quando si è giovani ed anticonformisti questo è il minimo che si può chiedere ad un’università: riaprire una mensa. Lui girava con un amico in motorino intorno all’edificio dell’università facendo esplodere dei mortaretti. Questo è quello che so. Credo sia quello che sia veramente accaduto poichè dopo 6 mesi di carcere fu dichiarato ufficialmente libero ma trattenuto comunque.  A quel tempo, la prassi era quella: tenerli là dentro, per rinfrescargli le idee, magari per cambiargli le idee. Con metodi molto “innovativi”!

Non so né in che modo, né come, ma la mamma riuscì a scoprire che l’avevano portato a Santa Fe.  Appena fu possibile lei andò a trovarlo. Mio padre no, lui non aveva il cuore adatto per andarci. Mamma partì, carica di cose e accompagnata dal suo nervoso masticare a vuoto.
Conservo ancora l’immagine di mia madre che parte e del suo prepararsi. Raccoglieva i libri per Norbert dai suoi ex professori delle medie.
In qualche modo eravamo contenti che non fosse finito nel carcere di Coronda perché già si sapevamo che da lì non uscivano vivi o in alternativa ne uscivano pazzi.

La mamma un giorno partì. Arrivò alla prigione e si trovò con un cartello appeso alla porta del carcere che riportava: “Tutti i detenuti dal Poder Ejecutivo Nacional sono stati trasferiti a Resistencia, nel Chaco”. Nord Est dell’Argentina. Non so quanti chilometri fossero da casa, ricordo solo le 14 ore di treno, dopo le 3 di autobus. Perché la prima volta a Resistencia ci andai anch’io, con lei.

Era il 1978, c’erano i mondiali di calcio da noi. Una buffonata internazionale, una vergogna, ce l’hanno anche fatto vincere.

Avevamo la possibilità di vederlo 3 giorni alla settimana. Mezz’ora al giorno. Troppa grazia, ma la parte infantile che restava in me era contenta di fare un viaggio con la mamma. Non sapevo ancora che sarei diventata grande in un attimo.

Era giugno, iniziava l’inverno, e nel Chaco la pioggia. Infatti arrivammo e c’era il diluvio. Restammo in albergo e la mattina dopo, molto presto, andammo verso il carcere. Un fortino. Enorme, imponente. L’acqua ci arrivava praticamente alle ginocchia, centinaia di persone in fila come noi, con scatole, valigie e quant’altro, cercando di reggerle nel miglior modo possibile per non farle bagnare.
Arrivò il nostro turno.  Ci controllarono come se non avessimo niente addosso. La poliziotta che si occupò di me fece bene il suo lavoro: non ricordo una parte del mio corpo dove lei non abbia messo le mani. Credo che anche a mamma avranno fatto la stessa cosa, ma non guardai.
Ci fecero entrare per dei lunghi corridoi, fino ad una stanza, come quelle che avete visto nei film.  I carcerati erano dietro ai vetri,  i visitatori dall’altra parte, dei sedili erano posti lì in modo da potersi sedere e parlare. Con mia madre decidemmo di usare quella mezz’ora di visita a metà, i primi quindici minuti entrai io.

Norbert era un ragazzone robusto con tanti di quei capelli in testa da fare invidia. Un bel faccione rotondo con un sorriso sempre accesso. Quella era l’ultima immagine che avevo di lui. Quando entrai, lui era già lì ma non lo vidi immediatamente perché era dalla parte laterale, dovetti fare il giro. Una volta arrivata di fronte lo vidi finalmente e mi trovai dinnanzi ad un ragazzo magrissimo, quasi senza denti e praticamente calvo. Non riuscì a fare altro che scoppiare a piangere. Non riuscivo neppure a sedermi. Lui mi sorrise e dal tubo di acciaio, che serviva per comunicare, sentii la sua voce (quella che ancora non erano riusciti a toglierli) che con calma,  mi diceva: “Dai gringa, va tutto bene, su, guardami, parlami.” Non so con quali forze riuscii a dirgli: “Chau, scusami.”

Lui insisteva perché lo guardassi; penso che volesse, in quel momento, vedermi diventare donna, nonostante i miei 16 anni. Parlammo per un po’, non ricordo cos’altro ci dicemmo. Ma ricordo che decisi di non usare tutti i miei quindici minuti. Mi alzai e feci entrare la mamma.

Il secondo giorno non ci andai. Il terzo sì. Volevo dirgli che l’avrei aspettato a casa. Mi guardò e rispose con un semplice: “Contaci!”
Non ricordo da quanto tempo fosse in quel carcere, ma rammento che in quel periodo gli avevano tolto anche la possibilità di scrivere e lui amava scrivere. Gli avevano tolto anche la possibilità di ricevere altri libri o di giocare a calcio nel cortile. Il resto, di quello che ha vissuto e sopportato e subito lì dentro, non ha mai voluto dirlo. Mai.

Nel viaggio di ritorno con la mamma non parlammo della visita o di mio fratello, ma parlammo di quanto fosse forte la squadra argentina di calcio, era riuscita a vincere contro il Perù 6 a 0. Proprio il risultato che serviva per continuare a giocare il torneo.

“Siamo diritti e umani!” Questo era lo slogan creato dai militari.

Mamma continuò ad andare a trovare Norbert, non ricordo con quale frequenza perché non sempre si poteva, sia per i loro assurdi regolamenti che cambiavano ogni giorno, sia per la lontananza. Io non tornai più.

Ad ogni Pasqua, ad ogni Natale, il “Poder Ejecutivo National” liberava alcuni di questi prigionieri politici. E ogni volta per noi la speranza diventava dolore.

Un giorno, di cui non ricorderò mai la data, stavo chiacchierando col mio amico Coni e vidi uscire l’incaricato del telex della radio di Colon che mi disse: “Gringa puoi venire un attimo?”
“Arrivo fra un po’” risposi
“No, vieni subito.”, ribattè con tono perentorio e senza ammettere repliche.
Mi alzai e corsi, senza pensare a nulla. Corsi e basta. Mi portai nello stanzone del telex, afferrai il foglio del tabulato. “Tutto tuo”, mi disse.
“Non mi va ora, sto parlando con Coni”.
“Invece tocca a te, e fallo con attenzione.”
Mi passò i fogli e rimase a guardare. Presi i fogli, iniziai a scorrerli fino a quando arrivai a una sottolineatura col pennello rosso, era un titolo: liberati dal “Poder Ejecutivo National”. Il mio cuore cominciò ad avvertire qualcosa. Guardai l’incaricato del telex, lui molto serio mi disse: “Continua”. Io continuai. Un paio di metri di carta più in giù un circolo rosso. Dentro quel circolo c’era il nome di mio fratello.
“Mammaaaaaaaaaaa!!!” l’impiegato aveva già aperto la porta. Partii di corsa senza ringraziarlo.

Corsi dalla mamma e da quel giorno, per tre giorni di seguito facemmo i turni sul marciapiede ad aspettarlo. Così feci anche io, fino a quando non lo vidi comparire. Piccolo, piccolo, ma non potevo non riconoscerlo. Era mio fratello, era un sopravvissuto.”

SPOSAMI


A tre anni mi nascosi dietro la gamba di mia zia.  Avevamo incrociato per strada una sua amica e suo figlio di dieci che spesso venivano in visita da noi.  Lentamente sbucai solo con la testa dalla gamba e dissi rivolta al ragazzino: “Da grande ti sposo”.

A quattro scendevo le scale della casa di mia nonna paterna, con mio zio Eridaneo, lui avrà avuto una ventina d’anni e seria seria gli dissi: “Tu fermati non crescere più, nel frattempo io cresco, ti raggiungo e ti sposo”.

A sei anni  mi “innamorai” di mio cugino e rimasi segretamente e fedelmente innamorata di lui fino a circa 1o anni. Non una parola, o un far capire, anzi se c’era lui io zitta e muta, sia mai capisse che mi piaceva e che “da grande lo sposo”.

Ora non è che voglio evidenziare una mia natura per due terzi incestuosa visto che mi volevo sposare mio zio e mio cugino;  e neppure una mia tendenza al matriarcato poligamo visto che a questo punto avrei tre mariti. Volevo solo evidenziare quanto sin da piccola io fossi portata per le relazioni serie, ma andando oltre…

A 11 anni volevo farmi suora, forse mi sarò detta che come “sposa di gesù” avrei avuto più certezze, ma probabilmente l’aver scoperto che avrei fatto parte di un harem, con altre centinaia di migliaia di suore deve avermi fatto cambiare idea, tendo alla monogamia.

A 14 anni al mare dagli zii, profumavo di nascosto il cuscino dove dormiva il bagnino di 16 anni con il mio profumo personale;  in tal modo ogni volta che mi avvicinavo lui sentiva il mio profumo e quando andava a letto si sarebbe ricordato di me.  Il tutto chiaramente senza aver mai rivelato niente a lui,  anzi facendo finta che non esistesse.  Questo d’estate.
Durante l’inverno mi dichiarai a un ragazzo di 16, Daniele, il quale mi disse: “Ora dobbiamo studiare, a fine scuola”. Fu così che mi si rivelò la mancanza di coraggio di una parte degli uomini. Lo scopri qualche mese dopo che il suo era un no (ho sempre avuto questa vena d’ingenua stupidità).

A 15 anni ebbi il mio primo ragazzo, lui ne aveva 19, era iscritto al primo anno di giurisprudenza.  Durò un anno, più che baci non gli concedevo. Lui strippava e io gli dicevo la purezza non è solo arrivare vergine al matrimonio.  Mi chiese di sposarlo. Lì scoprii che spesso mentiamo a noi stessi, pensavo di amarlo, quando mi chiese di sposarlo il senso di soffocamento alla gola mi fece capire che forse non lo amavo e l’unico motivo per cui stavo con lui era per avere un ragazzo.  Lo lasciai, poco dopo.

A 16 anni incappai nel primo uomo stronzo della mia vita (il karma a volte colpisce a breve, punita subito per il ragazzo dei 15),  sei mesi dopo sbottai con un “Ho chiuso con gli uomini!“.

E da allora che ho compreso la potenzialità delle stronzate pazzesche che posso sparare.

PS: per quello accaduto dai 18 in poi farò (forse) un post a parte
PPS: Si, nella foto sono io a tre anni circa.

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A 4 anni arrivai in questa regione non parlando una parola di italiano.
Parlavo solo triestino, allora si usava così. In quelle terre il dialetto è lingua e appartenenza e lo usi, perché  sei fatto della terra che calpesti e dell’acqua che bevi.

A 6 anni arrivai alla scuola elementare, parlando una lingua straniera e fui catapultata a dover apprendere una nuova lingua: l’italiano.
Ancora oggi mi domando come posso essermela cavata, pensate per un attimo di parlare italiano e trovarvi di colpo a dover lavorare in un altro stato con persone che parlano in una lingua a voi sconosciuta e pretendono che tu scriva e parli nella loro lingua. Dovevo capirlo da lì che la vita è sopravvivenza.

A 8 anni a scuola ero fuori norma, più alta della media, più robusta della media, diversa fisicamente.  Mi ricordo ancora la mia maestra indicarmi e parlottare piano ad altre insegnanti al mio passaggio e il suo bisbiglio: “E’ friulana”.
I loro occhi su di me, li sentivo sulle spalle,  mi osservavano mentre camminavo verso l’uscita della classe. La mia vergogna, il sentirmi diversa, sbagliata, brutta, fuori posto, non ero come loro. Non ero minuta, non ero piccola, non ero esile, non ero lombarda.

A 10 anni leggevo talmente tanto che l’oculista impose a mia madre di impedirmi di leggere. Ma io leggevo di nascosto. Andavo alla biblioteca comunale, aprivo quei lunghissimi e stretti cassettini e prendevo tre schede a caso, ogni settimana.
Romanzi, scritti di tutti i tipi e generi, senza distinzione per ragazzi e non. Non guardavo né autori, né titoli. Ero fuori le dinamiche dei nomi, l’importante era conoscere. Io non leggevo i libri, io ero nei libri.

Sono cresciuta così, da figlia unica, in solitudine umana ma non in solitudine, perché io già “sentivo” e “sapevo” che la solitudine è uno stato mentale.
Sono diventata grande chiusa nel mio mondo, fatto di libri, di sogni e di pensieri. Una parte di me aveva paura del dolore. Il dolore di un dito e sei occhi puntati sulla schiena. Sono diventata adulta parlando poco con l’esterno ma ascoltando tanto.

Chi mi conosce ora, non lo direbbe mai che ero chiusa, timida e insicura. Oggi parlo tanto, mi espongo ancora di più;  ora dammi un “palcoscenico” ed io diverrò una buffona. Se qualcuno bisbiglia al mio passaggio, non abbasso gli occhi e proseguo, ma mi fermo torno indietro, chiedo se ha qualcosa da dirmi.

I libri mi hanno aiutato a crescere, i libri mi hanno fatto capire, i libri mi hanno fatto pensare, i libri mi hanno educata, i libri mi hanno fatto sognare, i libri mi hanno fatto viaggiare, i libri mi hanno spinto ad amare gli altri, i libri sono stati i mattoni di quella che sono io oggi.

I libri mi hanno fatto capire che ogni essere umano è un libro da leggere.

VIAGGI


tempo viaggio

Ci sono viaggi in cui il tempo è deformato come il gioco degli elastici.
Una sera dici che hai fame anche se hai mangiato da poco, qualcuno ti guarda e ti dice “per forza hai fame, l’ultima volta che abbiamo mangiato era ieri sera”.
E solo allora con fatica tu ti rendi conto che è vero, che sono passati due giorni e per te è lo stesso giorno.
La notte dopo ti accoccoli sotto le coperte e succede, quel qualcosa che deforma ancora il tempo, e la notte non passa mai. Ogni minuto guardi l’orologio convinta che è passata mezz’ora, ma è passato un solo piccolissimo minuto.

Ci sono viaggi che ti portano dove non esiste il tempo e il luogo.
Mentre balli in mezzo a migliaia di persone, non sei più li, sei in un’altro luogo, tu sei la stessa ma sei diversa, altri sensi si accendono come un’improvviso falò nella notte, ti volti verso di Lei (sto parlando di te amica lontana che mi leggi), e senti il suo dolore e il suo desiderio così intenso. Senza volere le mani si adagiano richiamate dove è nato il dolore, dove vive la speranza.
Lei ti guarda, tu la guardi. Non cè bisogno di dire altro. Hai sentito così distintamente le sue parole, anche se forse non sono state dette con le labbra.
Amica mia, non so cosa riserva il futuro, ma so che tu sei un rigoglioso verde giardino e non esiste nessun motivo perchè non nasca un fiore, forse devi solo attendere che arrivi primavera, il tempo giusto.

Ci sono viaggi che vorresti non finissero mai.
Sono quei viaggi al mattino mentre vai a lavorare, quei viaggi che arrivano dopo le notti col tempo deformato, dove il tempo non passa mai, o quando ritorni dai luoghi dove il tempo non esiste.
Vorresti che il viaggio non finisse mai, perchè finchè viaggi hai un compito, sai che fare. Condurre l’auto, guardare la strada, mettere la freccia, svoltare e mentre esegui questi compiti non ti fai domande, non ti chiedi nulla, sai già che fare, ti gusti solo il viaggio.
Ma sai che alla fine del viaggio lo farai, ti porrai delle domande e dovrai decidere, ed è per questo che non vorresti finisse mai.

Ci sono viaggi che devi fare anche se non sai dove stai andando.
E questa è la vita.
E a volte spaventa, perchè neppure tu sai qualè la strada, non sai se stai sbagliando o stai seguendo il sentiero giusto.
Ti pesa non comprendere. A volte pensi di essere nel giusto, a volte totalmente nell’errore.
Oggi mi sento in bilico tra queste due strade.
Oggi mi sento trasportata dal vento, basta un attimo e vengo sbandata dove non vorrei o non dovrei, se solo sapessi quale parte è dove non vorrei o non dovrei. O forse semplicemente è quella maledetta cotoletta alla bolognese che sto ancora digerendo da ieri sera.
L’importante e non prendersi mai troppo sul serio, cosa che sbagliando a volte io faccio. Come oggi per esempio.
Meno male che la bisunta cotoletta alla bolognese mi riporta a questo mondo, non prendetemi troppo sul serio, io cerco di non farlo.

Questo non è uno scritto di oggi è uno scritto di fine 2006. In questi giorni sto salvando un blog (parti di esso) antico per “chiusura” della piattaforma dove poggia. Nel fare questo ho riletto questo post.  Ho sempre sentito molto questo scritto.
Di li a poco avrei intrapreso un viaggio di distacco che non avrei voluto fare. Un viaggio per “salvarmi” da un amore cannibale del quale rimangono solo cicatrici e la perdita di parti di me. Ma allora avevo la certezza che davanti a me la strada era il futuro. Oggi…. oggi non ho più una cotoletta alla bolognese bisunta che mi riporta a questo mondo, ma a questo mondo ci sto fin troppo, non volo più e non sogno più.
Il viaggio non mi spaventa più, ma non lo vedo e non vedo neppure la strada. A volte camminare così è difficile, poi penso smettila “oggi è un giorno in cui ti prendi troppo sul serio” e non so come, ma continuo a viaggiare.