TOKYO: dal jet lag alla dipendenza da sakè in 24 ore


Tokyo – Che confusione, sarà perché ti amo
Giorno 2 (parte 1).

La regione dove abito potrebbe inserirsi quasi 4 volte nell’area di Tokyo, mentre la città dove abito potrebbe starci comodamente 83 volte. La mia regione ha circa 10 milioni di abitanti, la mia città circa 47.000, la megalopoli di Tokyo ha circa 37/39 milioni di abitanti.

Il primo e vero e proprio giorno a Tokyo per me è stato “confuso”. Questo nonostante Rodi per qualche ora sia rimasto con noi. Le domande nella mia mente erano: “Ma da cosa parto? Cosa vedo? Come faccio a capire cosa mi conviene vedere per primo e a cosa è vicino?”.

Ho fatto questa premessa per farvi capire che la giornata successiva al mio arrivo a Tokyo è stata allo stesso tempo bella, caotica e confusamente mescolata nella mia mente. Detto questo… pronti, partenza, via!

La mattina, complice anche il fuso orario interiore, ci siamo svegliati presto e siccome a tre minuti dal nostro albergo c’era il Sensoji Temple, un tempio buddista, ci siamo diretti lì. A quell’orario, a parte qualche turista che faceva foto, era tutto chiuso. Quel giorno ci siamo limitati a una veloce visita del tempio esterno.

Momento cultura
Questo tempio è stato costruito per la prima volta nel 628 D.C., dico” “la prima volta” perché, tra incendi e guerre, è stato ricostruito una ventina di volte fino ad oggi.
C’è una leggenda legata a questo tempio buddista: dei pescatori trovarono una statua di Kannon, nel fiume Sumida. Questo tempio fu costruito apposta per custodirla.
Tra le tante immagini che ho trovato della dea, ho scelto per rappresentarla e abbinarla alle mie foto, quella con gesto tipicamente rock. Scherzo. Però mi ha fatto venire in mente in un attimo la mia Jrock band preferita: gli One Ok Rock.
Fine momento cultura

Dopo qualche veloce foto, siamo andati all’ingresso della metro più vicina e ci siamo diretti a Shibuya. Questo ci ha fatto subito capire quanto le distanze siano sempre da tenere in considerazione: 45 minuti di viaggio in metro per essere sempre nella città di Tokyo.

A Shibuya abbiamo fatto solo un passaggio veloce, ci saremmo ritornati più tardi, perché era solo il punto di partenza per passeggiare per Omotesando mentre ci recavamo al Santuario Meiji.

Momento cultura
Il quartiere Omotesando è situato nel cuore di Tokyo. Il suo nome significa “ingresso frontale a un santuario” proprio perché è la strada, la via di accesso al Santuario Meiji.
Sono sincera, a me Omotesando non è piaciuta molto: piena di negozi di lusso e boutique, per certi versi molto simile a tante città occidentali. Se non avessi saputo di essere in Giappone, avrei potuto pensare di essere in una grande citta in Francia o in Italia (a parte le scritte in Hiragana e Kanji).
Fine momento cultura

Davanti all’ingresso del Meiji, sono ricaduta per un attimo nel kdrama. Ho visto un baracchino lato strada che vendeva le famose patate dolci, quelle arrostite, che si vedono sempre mangiare nei drama coreani. Potevo esimermi? No! L’ho acquistata e mangiata avvolta nella carta dei giornali quotidiani. Quei giornali di riciclo, passati da non si sa quante mani e non si sa dove siano stati. Devo confessare che era molto buona e saziava tanto (forse complici i milioni di batteri che dal giornale avevano traslocato su di lei), tanto che ne ho avanzata la metà. La metà porzione residua è finita nel mio stomaco alle tre del mattino, in un attimo di jet lag. Comunque, nonostante il momento igiene “parliamone”, sono ancora viva.

Il Santuario Meiji è il santuario shintoista più grande di Tokyo, è ancora in attività e non di rado si può assistere a qualche cerimonia dal vivo. Il Santuario è all’interno del Parco Yoyogi1, il polmone verde di Tokyo, un pò come il Central Park di New York.

Ora lo so che sono una brutta persona, ma a me, quel giorno, fino a quel momento, oltre i Torii che amo, le cose che mi sono rimaste più in mente sono state le botti di sakè.
L’anno scorso (per chi mi ha letto) sa che parlavo continuamente del Makgeolli… beh, quest’anno, preparatevi, ho cambiato, sono passata al sakè. Del resto sono una persona molto spirituale: poi che sia spirito alcolico o spirito religioso… two is megl che uan!

Ora non so se la colpa sia delle “botti, botti di sakè ovunque” viste al Santuario Meiji o della confusione che questa città può provocare al primo impatto, fatto sta che, da quel momento in poi, i ricordi sono un po’ sparsi nella mia mente.

Uscita dal Santuario Meiji, ci siamo diretti a Nakano, dove siamo andati a mangiare in un locale di ramen frequentato solo da giapponesi. Ora non vorrei sembrare esagerata, ma quel ramen mi manca, era davvero “oishi”, delizioso!
Ero a Nakano, non vuoi fare un salto al Nakano brodwey2, considerato che ero ancora alla ricerca dei manga introvabili per la mia amica? Non vuoi fare un saltino alla sede centrale della Mandarake? Spoiler, non ho trovato neppure qui i manga introvabili.

Dopo il giro tra i mille otaku presenti, ci siamo diretti verso Shinjuku, ma di questo ve ne parlerò nel post che pubblicherò successivamente. Personalmente odio i post troppo lunghi, quindi vi lascio davanti ai torii della Mandrake, che mi sembra un buon punto per salutarsi… per ora.

PS: l’immagine di copertina è un ricordo uscito da una “UFO Catcher“, ovvero le claw crane machines: quelle macchinette giapponesi con cui, tramite una piccola gru, devi cercare di prendere un oggetto. Insomma, quegli aggeggi infernali con cui, per avere un oggetto del valore di 100 yen, ne spendi 10000.

  1. L’apertura al pubblico di questo parco è avvenuta solo nel 1967. Il Parco Yoyogi non è una foresta “naturale” ma un’area creata e progettata dall’uomo. E’ un progetto di architettura del paesaggio su un’area che prima era il villaggio olimpico costruito per le olimpiadi del 1964.  Progetto che ha permesso, nel tempo, la formazione della fitta vegetazione odierna. ↩︎
  2. Nakano Broadway è un centro commerciale al coperto, un “paradiso per gli otaku”. E’ un punto di ritrovo per gli appassionati di cultura pop giapponese in generale, con particolare attenzione agli anime, manga e collezionismo. Al suo interno c’è la sede principale della Mandarake che offre moltissimo assortimento di merce nuova e “vecchia”. ↩︎

Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.

TOKYO: Arrivare a Akihabara senza finire a Sapporo.


Tokyo l’arrivo – giorno 1.

Willy è un mio amico che “sopporto” da più di vent’anni, è già questo dice parecchio. Viviamo a centinaia di chilometri di distanza, ma l’amicizia nel tempo è sopravvissuta anche alla distanza. Quando ha saputo che andavo in Giappone mi ha chiesto se poteva aggregarsi. Credo che viaggiare in compagnia sia, di solito, meglio che da farlo da soli. Si condividono momenti, quindi ho accettato con piacere.

Inoltre… Willy se mi leggi, ti ricordo che poiché ti sopporto da lunga data, per ricompensarmi, puoi sempre farlo comprandomi una casetta in Giappone!
(Sono mesi che lo tartasso con questa richiesta, lui nicchia, ma si sa la goccia scava la roccia).

A Roma abbiamo ingannato l’attesa del volo per Tokyo con un rilassante per il sonno: il luppolo. Così avremmo dormito meglio durante il volo. Questa era la teoria. In pratica sono stata sveglia come un gufo di notte.

Sono giunta in Giappone verso il mezzogiorno. Questa volta atterravo a Tokyo, mentre lo scorso anno ero partita e arrivata da Osaka. In aeroporto ci aspettava Rodi.1

Rodi è un ragazzo italiano che vive a Tokyo da diciotto anni, è stato il mio aggancio con la città il primo giorno. Questo viaggio lo avevo programmato in solitaria, avendo un solo terrore: “Usare la metro e i mezzi di Tokyo” senza perdermi e trovarmi da Tokyo a Sapporo.
Per questo, tramite un gruppo di chi si organizza da solo il proprio viaggio in Giappone, avevo conosciuto lui. Il suo compito principale era: “Insegnami a usare i mezzi e la metro di Tokyo”. Tutti mi dicevano: “Vedrai, è facile”, ma la metro di Tokyo un po’ mi spaventava.

Contattarlo è stata la scelta giusta. Carinamente, è venuto in aeroporto a prenderci, ci ha accompagnato subito al cambio dei contanti da euro in yen, ci ha aiutato con l’acquisto della Suica, tutto ciò in meno di 15 minuti. Lui parla giapponese, io no e avrei fatto la turista confusa davanti agli sportelli, impiegandoci il doppio del tempo (se non il triplo). Infine ci ha accompagnati all’albergo, dove abbiamo depositato le valigie e abbiamo iniziato un primo piccolo giro per apprendimento della metro “tokyese”.

Con Rodi ho avuto la strana sensazione di conoscerlo da sempre, e non lo dico per fare scena, con lui è stato così dalla prima telefonata in cui ci siamo sentiti mesi e mesi fa.
Rodi mi ha parlato anche della sua vita e del perché si trova in Giappone. Ho visto le foto della sua bimba, Nana. Insomma, ho iniziato a conoscere Tokyo attraverso una persona che la vive davvero.

Il primo quartiere che ho visto, escluso quello dell’albergo, è stato Akihabara. Avevo una missione: cercare due manga praticamente introvabili per un’amica. Neppure l’Animate di Akihabara ha compiuto il miracolo.

Momento cultura
Akihabara è chiamata anche Akihabara Electric Town. Questo quartiere è famoso in tutto il mondo, pare essere la più vasta area di vendita (per la sua concentrazione) di negozi di apparecchi elettronici, videogiochi, manga, anime e articoli per adulti.
Fine momento cultura

Ora che ne scrivo mi sono resa conto che non ho visto nessun negozio per adulti…
Mi toccherà tornarci.

Avevamo solo mezza giornata a disposizione e dopo aver assaggiato un dolce che ho visto millanta volte nei drama giapponesi e coreani, il tayaki, ci siamo diretti all’albergo, che era nel quartiere di Asakusa.

Momento cultura
Taiyaki vuol dire “orata al forno” è un dolce giapponese a forma di pesce. Il ripieno, solitamente, è composto dalla pasta di fagioli di azuki zuccherati. Ma, come si suol dire, quello che metti trovi. Quindi si possono trovare ripieni di crema, cioccolato, formaggio e così via. Il taiyaki nasce a Tokyo nel 1909. Lo si può trovare anche in Corea del Sud con il nome di Bungeo-ppang. Venne importato dal Giappone durante il periodo dell’occupazione giapponese.
Fine momento cultura

Tokyo quella sera ha deciso di farmi un regalo. Dalla finestra della mia camera vedevo la Skytree illuminarsi e cambiare colori come se stesse respirando. Questo mi ha reso sopportabile la microscopicità della camera. Le catene di alberghi giapponesi, a Tokyo, tendono al lillipuziano. In compenso sono pulite, accessoriate, vicine alle stazioni della metro e con personale gentile.

Il giorno seguente avrei iniziato a visitare un’altra parte di Tokyo.

  1. Se volete andare in Giappone, e anche voi vorreste un primo aggancio per Tokyo, cliccate qui sul suo nome RODI, vi porterà direttamente alla sua pagina di facebook, se voleste contattarlo su messenger. ↩︎

Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.

JAPAN 2.0


Sono tornata dal mio viaggio in Giappone, il secondo.

Questo ritorno mi ha trovato ancora innamorata, ma più consapevole. Questo è stato un viaggio tra terre e persone. Personalmente amo i viaggi delle terre attraverso le loro persone, e questo è accaduto anche questa volta.

E’ stato un ritorno con meno occhi a cuoricino ma con più presenza, complice anche una Tokyo che ancora oggi non so dirvi se mi piace o no. Un po’ come la persona che ami, ma di cui a volte non comprendi alcuni suoi aspetti. Sono sincera, in questo viaggio ho amato molto di più altre città.

Detto questo, ho lasciato quella terra con ancora voglia di tornarci.

A Tokyo, complessivamente, sono stata sette giorni, tre all’arrivo e quattro alla partenza. Con questa megalopoli ho un aspetto emotivamente ambivalente. Aspetto che ben è rappresentato dalle foto della vista della finestra dei miei due alberghi. Quello dell’arrivo e quello del ritorno. Entrambi erano ai piani alti, ma con viste differenti…

Mi ha incantato la prima, mi ha perplesso la seconda. Ecco con questa città ho questo strano rapporto. Incantesimo e perplessità che coabitano insieme.
Certo, non posso conoscere una città come Tokyo in solo sette giorni; il fatto di averla girata molto meno attraverso le persone (rispetto ad altri posti) e più come “turista” non me l’ha fatta davvero conoscere. Mi riservo di “visitarla” ancora e di farlo con le “sue persone”. L’etichetta su questa città di “Incantesimo e perplessità” la lascio al momento, pronta a cambiarla in un attimo.

Questo post è solo il prologo di quelli che seguiranno. Post che davvero parleranno del mio viaggio. Questa è solo un’introduzione a un viaggio organizzato da sola per quanto riguarda il percorso e con l’aiuto del Centro Culturale Italia Giappone “Sicomoro” 1 (Se cliccate sul nome andate direttamente al loro link) per quanto riguarda l’isola dello Shikoku.

Ringrazio di cuore Matteo, Maurizio e Brunella. Grazie a loro il mio viaggio di questa terra, attraverso le persone, si è rivelato ricco, profondo e intenso. Del loro centro parlerò anche in altri post successivi.

Insomma, questo è un post per dire: “A raga’, so’ tornata!”.

  1. Il Centro Culturale Italia Giappone “Sicomoro”, è l’associazione con cui ho iniziato a studiare giapponese l’anno scorso. L’associazione nasce nel 2006 a Takamatsu, una città di circa 420.000 abitanti, situata nell’isola di Shikoku, opera sia in Italia che in Giappone. ↩︎

Infine solo per ricordare che non dimentico, e anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.

INCROCI OCCIDENTALI


Lunedì prossimo sarò in volo per quella che, in qualche modo, considero come una seconda casa: il Giappone. Sarò troppo occupata a vivermi il momento e presumo che questo blog rimarrà fermo per qualche giorno. Vorrei, però, nel frattempo, lasciarvi un suggerimento per un altro blog, che io leggo sempre.

Lui scrive sia in italiano sia in inglese, (preferibilmente in inglese, ma anche se non sapete bene l’inglese, come me, il “traduci pagina” di google è perfetto). Ve lo consiglio, a parte che per le parole scritte, anche per le immagini. Immagini che lui stesso ha scattato nel suo immenso girovagare, per lavoro o svago, nel mondo. Alcuni suoi scatti, mi hanno colpito profondamente. Sono evocativi.

Ho conosciuto il suo blog per caso l’anno scorso, mentre cercavo di capire cosa fare nel mio viaggio in Giappone. Lui aveva postato foto e scritti di quel paese.

Da alloro lo seguo, perché mi ha porta in luoghi che probabilmente, in questa vita non vedrò mai, e mi racconta quello che vede lui, attraverso i suoi occhi e i suoi pensieri, e spesso, attraverso le sue parole ho un punto di vista che altrimenti non avrei.

Ho avuto anche la fortuna, poi, d’incontrarlo dal “vero”, a Milano, in un suo breve ritorno in Italia. Insomma, per riprendere anche quello che ho scritto ieri, un “incrocio del destino”, questa volta occidentale.

Dopo tutto questo parlare vi lascio qui la possibilità di andare sul suo blog, che si chiama “La vita è bella – Diario semiserio e surreale di vita vissuta“. Per farlo vi semplifico la vita, basta che clicchiate sull’immagine qua sotto. Perdetevi nelle sue immagini (oltre le parole), come mi son persa io.

PS: se avete voglia e tempo, oltre a lasciar un commento da lui, sarei curiosa di sapere da voi, cosa vi comunicano quelle foto, spaccati di vita di altri popoli.

縁 (えん) = ME E IL GIAPPONE


Settima prossima sarò in Giappone.
Il Giappone e io abbiamo un rapporto 縁.

Ve ne parlo in questo post. Il mio rapporto con il Giappone è nato in età adulta, lontano da anime, manga e quant’altro (anche se poi hanno iniziato a farne parte). È nato anni fa da una frase letta in una rivista di architettura che parlava di “arredare con il vuoto”. Per me fu una fucilata interiore, quella era casa per me.

Questo paese mi è entrato sottopelle, con i suoi ossimori continui. Solo per farvi un esempio, è un paese che riesce ad essere romantico e amorevole fino a penetrarti nelle ossa, e nel contempo avere una visione di vita crudele e difficile, fino a toglierti il fiato.

Una loro parola-concetto potrebbe riassumere questo mio rapporto interiore con il Giappone: 縁 la cui pronuncia è “en”.
È formato da due kanji:
糸 – il cui significato è filo oppure corda
爰 – il cui significato giapponese è di destino, legame, connessione.
Lo vedete il concetto profondo di 縁? Un filo del destino, una connessione, un destino che va oltre l’ordinario, un legame karmico.

Con il Giappone ho questa sensazione. Con questo paese percepisco una connessione, non comprendo da dove nasca (ma ha importanza?), la sento in molti aspetti del suo modo di essere, ne cito solo alcuni: il suo essere rispettoso, il suo sforzarsi nella gentilezza per aver capito che è l’unico modo per non attraversare la “guerra”, e non è facile farlo.

Amo questo paese nonostante ci siano altrettante cose che non mi piacciono. In fondo ho lo stesso atteggiamento di quando ho amato, pur non piacendoti alcuni aspetti, lo ami. Insomma, sono innamorata del Giappone.

Ho un “縁” anche con le persone legate al Giappone per nascita o per amore. Queste persone, per me, sono un tangibile “incrocio del destino”, un 縁 in carne e ossa.

Parlo di Matsu, conosciuta l’anno scorso, e del suo portarci a casa sua, farci conoscere la sua famiglia. Portarci in giro, il giorno dopo, in auto fino alle risaie Maruyama Senmaida.

Parlo delle tre donne conosciute una sera nel parco di Hirosaki (di cui non ricordo il nome, complice una leggera ubriacatura di sakè), che ci hanno invitato sotto un albero di ciliegi a fare un picnic con loro, offrendoci cibo e alcol. Nessuna parlava la lingua dell’altra, eppure, complice il sakè, abbiamo parlato e riso per due ore.

Parlo di Aya, conosciuta per caso a un concerto a Berlino a luglio di quest’anno, incontro che l’ha portata, a ottobre, con suo marito da me. Un pranzo insieme fronte lago parlando in giapponese, italiano, inglese, mentre nessuno dei tre sapeva bene la lingua dell’altro.


Parlo di Yoko, che non ho mai visto in vita mia, amica di un’amica, che quando ha saputo che venivo in Giappone quest’anno, ci ha “legato” un reciproco desiderio di conoscerci realmente (cosa che farò in questo viaggio).


Parlo di Rodi, italiano che vive a Tokyo da tantissimi anni, e che mi aiuterà i primi giorni di novembre a Tokyo a districarmi nelle sue strade e nella sua metropolitana. Rodi, che fin dalla prima volta al telefono l’ho percepito come se lo conoscessi da molto. La prima telefonata è durata un’ora.


Infine, parlo di Shigeru, che cito per ultimo ma invece è tra le persone con cui ho sentito, attraverso i suoi scritti, la connessione più profonda. Le sue parole scritte, per me, sono poesia verso il mondo, un’apertura così anomala per essere un giapponese e, allo stesso tempo, così giapponese (lo ripeto, il Giappone, per me è uno splendido ossimoro). Un vero “incrocio del destino”. Lui è una persona davvero speciale, che incontrerò in questo mio viaggio.

Credetemi, non vedo l’ora di entrare, nuovamente, in contatto con il Giappone, la sua cultura e le sue persone.

Se siete curiosi del mio viaggio precedente in Giappone, cliccate qui:
Giappone 2024

DELIRIUM DI BIRRA, DI TAKA E DI UNO SCONOSCIUTO


Arrivo da un fine settimana a Bruxelles, organizzato da mesi dal “Team Transenna”, alias “Le Tre Parche”. Mesi fa abbiamo comprato i biglietti per la Jrock band del mio cuore gli One Or Rock.

Li seguo da qualche anno. Il primo concerto italiano a cui sono riuscita ad andare è stato nel 2023, a Milano, quando il biglietto costava una sciocchezza (non erano conosciuti tantissimo). Niente Vip, niente early entry: se volevi vederli da vicino, dovevi passare ore fuori dal locale per conquistare la prima o seconda fila transenna. Cosa che abbiamo fatto.

Il “Team Transenna” ogni anno ha mantenuto la tradizione del concerto:
2023 Milano – Fabrique – Tour Luxury Disease
2023 Milano – Stadio San Siro – Tour Luxury Disease – apertura dei “Muse”
2024 Londra – OVO Arena Wembley – Premonition World Tour
2025 Bruxelles – Forest National (Vorst Nationaal) – DETOX Euopean Tour

Ora non vediamo l’ora del 2026.

Li amo tutti. Per Taka, confesso, folletto del JRock ho una leggera predilezione.

A Bruxelles, il fine settimana è stato arte, french fries, waffle (non per me che sono vegana), Atomium e visite nel centro città. Il pezzo forte? Sabato sera: il concerto.

Una serata indimenticabile, prima fila centrale (ci sarà un motivo per cui ci chiamiamo “Team Transenna”) appoggiate alle transenne. Potevo vedere le micro-espressioni di Taka mentre cantava… e tutto ciò non ha prezzo, ma solo felicità.

Mai avrei detto che sarei diventata un’amante del Jrock, anche se lo ammetto amo solo loro come band di rock. Ma in questo concerto mi sono auto-sorpresa ancora una volta. Mai avrei sospettato di iniziare ad amare un altro genere che non mi ha mai attirato: il metal.
O meglio, Jmetal. La band di apertura agli One Ok Rock era la Paledusk. Una band che suona metalcore, alternative metal e electronicore. Metal/hardcore di base, ma con sperimentazioni che vanno dal pop al jazz fino all’hip hop. Insomma una cosa un diversa dal metal classico.

Mi hanno entusiasmato con una musica, nonostante non sia il mio genere.
E poi, diciamolo, mi sono innamorata di un loro componente…

Devo ancora scoprire come si chiama, perché la band è formata da quattro membri, ma sul palco erano in cinque e lui è l’elemento “surprise”. Anzi, se qualcuno sa, mi dica, che io non sono esperta di quel genere, e quindi non conosco i musicisti.

Chi è costui? Fatemelo sapere e nessuno si farà male.

Non vi tedio con il fatto che siamo uscite da quel concerto con la voce roca, piene di adrenalina, voglia di vita e di prolungare la sensazione di felicità interiore. Per farlo ci siamo spostate al Delirium, nel centro di Bruxelles.

In meno di un’ora ho scolato letteralmente un litro di birra a stomaco vuoto. Ora, nella mia personalissima top ten, la birra giapponese e quella belga sono sul podio, insieme, al primo posto.

Conclusione di un sabato sera pieno di serotonina (e alcol)? Tornare in albergo alle tre del mattino, non contente fermarsi nella hall, a lato dove c’era un tavolo e delle sedie, mangiare qualcosa per cercare di assorbire la birra (inutilmente) continuando a chiacchierare tra di noi.

Questo weekend è stato una piccola oasi di leggerezza, in un periodo per me non semplice per disparati motivi, alcuni interni e molti esterni. Sono grata alla leggerezza quando entra nella mia vita, e mi riempie di sorrisi e serotonina.

Anzi, vi annuncio che tra poco più di una settimana, entrerò in un’altra piccola lunga oasi di leggerezza. Partirò per il Giappone, e come ben sapete (poichè lo dico sempre), un pezzo della mia anima antica è legato a quel paese. Vi racconterò al mio ritorno.

Infine solo per ricordare che non dimentico e che, anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.

Sanae Takaichi: il patriarcato in versione tailleur


Leggo che in Giappone, per la prima volta, al governo è stata nominata una donna: Sanae Takaichi.

Da donna dovrei essere contenta, ma non lo sono. Non ho mai pensato che mi dovesse piacere un politico solo perché è del mio stesso genere. Ho sempre considerato anche le “quote rosa” italiane un recinto per mucche, perché fintanto che c’è una legge di questo tipo vuol dire che non esiste parità. Io valuto i politici, a prescindere dal genere, per quello fanno e non per quello che dicono.

Premesso quello che ho appena scritto, e che sono innamorata persa del Giappone, vi dico perché la vittoria di questa donna, politicamente non mi esalta.

Sanae Takaichi fa parte del partito di governo giapponese LDP (Liberal Democratic Party) e appartiene all’ala più conservatrice e nazionalista del partito.

Vi dico solo alcuni punti del suo programma che mi hanno lasciato perplessa:

  • Sicurezza e difesa: Vuole cambiare l’articolo 91 della Costituzione Giapponese, che limita le forze armate in un ruolo di sola autodifesa e non può avere un ruolo di forze armate offensive.
  • Nazionalismo: punta moltissimo su una politica “Il Giappone prima” (vi ricorda qualcuno?).
  • Relazioni esterne: critica la dipendenza economica dalla Cina e fin qui nulla di male, ma non critica quella dagli USA, quindi questo mi fa sospettare aiuti e pressioni americane.
  • Politica sociale: conservatrice fino al midollo, forse oltre il midollo, su famiglia, genere, e cultura. Ne cito solo un paio ad esempio. Si oppone al matrimonio tra persone dello stesso sesso e ai cognomi separati per le coppie sposate (in Giappone la moglie quando si sposa perde il cognome e assume quello del marito).
  • Questioni storiche: il partito conservatore è tra quelli che cerca di fare revisionismo storico. Il Giappone, a differenza della Germania“, non ha mai fatto “outing storico” per i crimini commessi nella seconda guerra mondiale. Non ammette i crimini militari commessi in Corea del Sud2 e in Cina3.
  • Questioni di parità di genere: si oppone all’idea che una donna possa ascendere al trono imperiale in Giappone. In pratica mantiene la tradizione patriarcale del sistema di successione che privilegia gli uomini.

Insomma, un profilo notevolmente conservatore e nazionalista, che spinge ancora verso a una destra maggiormente conservatrice e ultra nazionalista.

Tra l’altro, tra le promesse elettorali che ha fatto per essere eletta, alcune potranno causare problemi perché di difficile realizzazione nel breve tempo. Ha promesso riduzioni fiscali in un contesto di alto debito pubblico. Il rapporto debito/PIL del Giappone del 2024 è di circa 236%. Per farvi capire meglio: quello dell’Italia, che non siamo proprio messi bene, è di circa il 137%.
L’applicazione della promessa fatta in una situazione di alto debito pubblico rimane un’incognita.

Il mio post non è una critica verso Sanae Takaichi, ma verso ciò che lei rappresenta. Insomma la domanda che mi resta è:
Cosa succede quando le donne al potere difendono un modello che non ha mai previsto il loro potere?

FONTI: Wikipedia, Defence24, The Economic Times, UA News, Reuters, The Asahi Shimbun, Japan Forward, The Japan Times, History, Korean Times

  1. L’articolo 9 della Costituzione Giapponese.
    “Desiderando sinceramente una pace internazionale basata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e al ricorso alla forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali.
    Per conseguire l’obiettivo del precedente paragrafo, non saranno mantenute forze terrestri, navali o aeree, né qualsiasi altro potenziale bellico. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.”

    Non pensiate che per questo il Giappone non abbia esercito e armamenti. Li ha ma può usarli solo a scopo difensivo e non offensivo (simile all’articolo 11 della costituzione italiana). ↩︎
  2. Lavoro forzato e deportazioni di uomini e donne coreane. Circa 725.000 lavoratori coreani furono costretti a lavorare in Giappone e nelle altre colonie.
    “Confort women”. Schiavitù sessuale di donne coreane per i militari giapponesi. Un articolo di History dice: “Molte vennero inviate sui fronti di guerra dove subirono quotidianamente abusi sessuali da parte dell’esercito giapponese, in quello che è sicuramente uno dei peggiori casi di traffico sessuale nella storia moderna.”.
    Soppressione culturale. Nel periodo di occupazione coloniale, la lingua coreana fu vietata, l’istruzione fu “Japanizzazione” e i testi storici coreani bruciati.
    Massacri e brutalità.  Sono documentati molti episodi di brutalità e massacri di villaggi. ↩︎
  3. Massacro di Nanchino. Chiamato anche come “stupro di Nanchino” (si parla di 300.000 uccisioni). Uccisioni e stupri di massa, saccheggi e incendi. Il massacro di Nanchino è considerato tra i più efferati nel conflitto Cina Giappone, e ancora oggi crea attrito tra i due paesi, anche per il rifiuto di “outing storico” da parte del Giappone”.
    Politica del “Three Alls”. Era la politica giapponese nelle zone occupate, e in Cina in modo particolare. Questa politica prevedeva il dogma “Uccidi tutti, brucia tutto, saccheggia tutto”. Fu un disastro sociale ed economico in ampie zone della Cina occupata.
    Unità 731. Altro pagina atroce. Attraverso quest’unità segreta, l’esercito giapponese condusse esperimenti. Sviluppo armi biologiche e chimiche testandole sulla popolazione cinese.
    Inoltre condusse esperimenti su prigionieri e civili che includevano: vivisezione di persone vive, iniezioni di virus letali, test di congelamento, privazione forzata di cibo o acqua, esperimenti di dissezioni su donne incinte.
    Il numero preciso è difficile da stabilire, perché i giapponesi bruciarono quasi tutti i documenti. Fonti certe, comunque, parlano tra le 3000 e le 10000 vittime di esperimenti ↩︎

LA RIFORMA COSMETICA


La Meloni, parlando della legge di bilancio, la esalta come se fosse la panacea economica d’Italia. Ecco, fermiamoci un attimino: non lo è. Non che io voglia parlarne male, il problema è il tentativo (da parte loro) di una narrazione politica che si svela come un trucco di magia, a celare una realtà diversa. Ma in questo post non voglio parlare di tutta la Finanziaria, ci vorrebbero decine di post, ma vorrei concentrarmi su ciò che impatta maggiormente sulla maggior parte di noi: l’irpef.

La Meloni cita, testuali parole: “Una manovra seria ed equilibrata, che risponde ai bisogni e ai problemi concreti delle famiglie, delle imprese e dei lavoratori“.

Va bene, vediamo se è vero.

Red.Lordo Annuo €Guad. stimato annuo €Guad. stimato mensile €% sul Redd. Lordo
25.000000,00%
28.000000,00%
30.000403,300,13%
32.000705,800,22%
35.0001078,900,31%
38.00018015,000,47%
40.00024020,000,60%
43.00034028,300,79%
45.00025721,400,57%
50.00034829,000,70%
55.00043936,600,80%
60.0001.400116,002,33%

Tradotto: chi avrebbe davvero bisogno di un aiuto concreto (sotto i 30.000€) non riceve nulla. Chi guadagna 35.000€ prende un contentino simbolico. Tra i 40.000 e i 50.000€ il beneficio è irrilevante. Sopra i 55.000€, (fascia che economicamente sta meglio) il taglio diventa più visibile, ma rimane sotto il 3%.

In parole crude? La cosiddetta riforma seria sull’irpef è più che altro “UN RITOCCO COSMETICO”. Le fasce più povere, sono quelle che hanno meno benefici, e questo non è un dettaglio.

Ricordo anche che la Legge Finanziaria ha già ricevuto l’approvazione del Consiglio dei Ministri ma non è ancora approvata dal Parlamento. Potrebbe cambiare ancora.

So che questo post può sembrare quasi (ho detto quasi) una mera esposizione di dati, ed è voluto. Vorrei che ognuno formulasse il suo pensiero.

Aggiungo un po’ di contesto: secondo l’Istat tra il 2019 e il 2024 i salari hanno perso il 10% del potere di acquisto a causa dell’inflazione, senza che gli stipendi aumentassero di conseguenza. Mediamente gli italiani guadagnano circa 400€ in meno al mese rispetto ai loro colleghi europei. Questo significa che il fantomatico “beneficio” dell’irpef è praticamente marginale rispetto a ciò che realmente serve.

La narrazione politica e la realtà economica sono due cose diverse. Non basta un discorso pieno di aggettivi positivi a trasformare la realtà dei fatti.

Fonti: Ansa Economia, Adnkronos, RaiNews, SkyTG24, Panorama, Idealista News, SulPanaro, Istat, Instagram e X/Twitter di Giorgia Meloni.

Infine solo per ricordare che non dimentico e che, anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.

ZELENSKY VUOLE LO 0,25% DEL PIL. IO LE MIE OVAIE INDIETRO


Leggo questo titolo: “Zelensky: ci serve lo 0,25% del vostro Pil nel 2026”.
Mentre le mie ovaie rotolano a terra, penso: “Ci vogliono per forza portare in una guerra non nostra”.

PREMETTO, SUBITO, A SCANSO DI EQUIVOCI che condanno con tutte le mie forze l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Appartengo alla categoria delle persone che odiano le guerre e le armi, a loro preferisco una mediazione e un accordo pacifico. Detto ciò, proseguo nel mio dire.

Dicevo, leggo questo titolo, e non contenta proseguo la lettura dell’intero articolo. Nel farlo mi soffermo su questo pezzo:
In parallelo, la Germania prevede di investire 10 miliardi nei prossimi anni in droni di ogni tipo, offensivi e difensivi. “Il comportamento aggressivo di Putin dimostra che non possiamo allentare la nostra prontezza alla difesa”, ha dichiarato Pistorius.”

Al concetto “tipo offensivo” e alla parola Germania mi ricordo che dalla seconda guerra mondiale in poi, ci sono alcuni stati che possono avere solo eserciti e armi a scopo difensivo e non offensivo. Inizio la mia ricerca, scoprendo così che mi ricordo bene e che dopo la seconda guerra mondiale ci sono quattro stati in questa condizione:
1 Giappone
2 Germania
3 Italia
4 Costa Rica.

Di questi, solo uno è frutto di una sua libera scelta. Parlo della Costa Rica. Nel 1949 abolì completamente l’esercito inserendo questa scelta nella costituzione. La Costa Rica ha solo forze di polizia e sicurezza interna. Se c’è un’invasione, deve sperare nel diritto internazionale (e che non ci sia di mezzo israele che il diritto internazionale lo ha dimenticato, forse mai pervenuto).

Per gli altri tre il discorso è diverso. Sono stati obbligati. Il perché è palese, l’ultima volta che si sono associati, chi prima chi dopo, hanno scatenato, insieme, la seconda guerra mondiale.

Nella nostra costituzione, l’art. 11, cita testualmente “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”. Cosa che molto spesso, ultimamente, i nostri governanti dimenticano o di cui danno un’interpretazione personale.

Ribadisco, pur condannando con tutte le mie forze l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, non posso esimermi di fare questo pensiero e pormi domande.
Il pensiero:

L’UCRAINA NON FA PARTE DELL’UE.
L’UCRAINA NON FA PARTE DELLA NATO.

Quindi per tutti gli accordi stipulati negli anni tra i paesi membri della NATO, per il principio di aiuto reciproco e per il patto stipulato con la Russia di Gorbacev di non espandersi a est, mi chiedo:
° perché dobbiamo pagare una guerra non nostra?
° perché rischiare di entrare in una guerra con un paese che non ci ha aggredito né ai confini né altrove? perché l’Italia ha fornito armi ed equipaggiamenti miliari all’Ucraina che non è un membro né UE né della NATO?
° perché ha inviato un sistema di difesa aerea SAMP/T,  e ne prevediamo un secondo, a uno stato che non fa parte delle nostre alleanze?
° perché inviamo armi leggere, munizioni e mezzi ausiliari a un paese che non appartiene alla nostra Unione, né alla nostra Alleanza?
° perché tante informazioni sulle forniture all’Ucraina non sono pubbliche?
° perché ci stiamo armando così tanto?
° perché continuiamo a descrivere la Russia come una minaccia diretta ai nostri confini?
° davvero qualcuno pensa che la Russia voglia invadere l’Italia?

Per quanto concerne la Germania, che ogni giorno diventa sempre più aggressiva nei toni, nei modi e nel modo in cui usa la parola “difesa”, non posso che preoccuparmi e chiedermi:
° perché ha inviato carri armati Leopard 1 e 2 a un paese che non fa parte né dell’UE né della NATO?
° perché continua a fornire munizioni, sistemi di difesa aera, droni, veicoli blindati e radar a uno stato che non fa parte della nostra Alleanza?
° perché ha firmato un accordo con Kiev per finanziare la produzione di armi a lungo raggio direttamente in Ucraina, che non appartiene all’UE né all’Alleanza Atlantica?

E soprattutto:
perché due Paesi, come l’Italia e la Germania, che hanno limitazioni costituzionali sull’uso dell’esercito e degli armamenti, e possono impiegarli sono a fini difensivi, stanno inviando mezzi e tecnologie a scopo offensivo a un Paese che non è parte dell’Unione Europea né della NATO?

Con quale lucidità stiamo accettando il rischio di essere trascinati, passo dopo passo, dentro una probabile terza guerra mondiale?

E poi c’è Zelensky.
Perché chiede all’Europa di stanziare lo 0,25% del nostro Pil per aiutare Kiev (oltre agli aiuti già concessi) per aumentare la produzione di armi?
Perché avanzare una simile richiesta quando abbiamo già portato, ahimè, al 5% del PIL le spese militari destinate alla NATO, comprando armi quasi esclusivamente dagli americani?

Sono domande cui mi sono data già alcune risposte, altre sono lì in attesa di una comprensione maggiore, altre ancora so già che probabilmente noi contemporanei difficilmente avremo accesso, saranno i posteri a sapere la verità, forse.

Vi dico già che risposte tipo: La Russia è un pericolo per noi; La Russia ci invaderà; Sono stati loro a iniziare (non è vero, è stata la Nato avvicinandosi ai confini della Russia, infrangendo i patti di un contratto stipulato negli anni 80), sono già state scartate dal mio encefalo.

Perché ne scrivo? Perché magari qualcuno di voi ha fonti certe e vere, che posso verificare, per capire meglio cosa si muove nel mare profondo della propaganda cui siamo destinati.

L’OMBRA DEL CARDO


L’Ombra del Cardo
di Aki Shimazaki
romanzo giapponese contemporaneo

Questa è la terza pentalogia che leggo di questa autrice. Se volete leggere anche le altre due recensioni che ho scritto, vi rimando a fondo pagina con i link relativi.

Solo questo dovrebbe farvi intuire quanto io mi sia “innamorata” della scrittura di questa scrittrice. Anche con questa pentalogia l’autrice, con me, ha colpito e affondato.

Questa volta, per mio mero errore, invece di prendere il libro che raccoglie tutti e cinque i romanzi e che si intitola “L’ombra del Cardo”, ho preso le singole uscite, alcune trovate usate e alcune nuove che sono: Azami, Hozuki, Suisen, Fuki-no-to e Maimai.

Anche questa pentalogia è una raccolta di cinque storie, godibili singolarmente, i protagonisti si intrecciano in un momento della loro storia e danno seguito ad un racconto successivo, come una staffetta che passa il testimone. Così vediamo i cinque protagonisti che partono da Mitsuo e attraversando le storie di a Mitsuko, Goro e Atsuko, arrivano fino a Taro.

La pentalogia parla dei sentimenti umani e del peso, che a volte, le loro scelte portano nella loro vita. Anche qui ho letto i cinque libri in maniera avida e velocemente, mentre cadevo “dentro” le storie dei protagonisti.

Il libro-racconto che ho amato di più è Hozuki e il personaggio di Mitsuko.

Consiglio nuovamente questo libro.

AUTRICE ED EDITORE
Aki Shimazaki è nata a Gifu, in Giappone nel 1954. Nel 1981 si è trasferita in Canada, dove tuttora vive e lavora.

Come ho già scritto, per mero errore, io ho preso i cinque libri separatamente. A voi consiglio il libro che contiene la pentalogia completa, è edita dall’editore Feltrinelli – Collana Universale economica Feltrinelli, 448 pagine, pubblicata in Italia nel 2023.
La potete trovare, oltre che nelle librerie, online su siti di LaFeltrinelli, Amazon e Ibs: Prezzo intero cartaceo 15,00€ ma on line a 14,250€ – Ebook 7,99€.
Buttate un occhio anche sul sito del Libraccio, spesso trovate la stessa edizione usata a un prezzo notevolmente più basso.

Altre recensioni dei libri di Aki Shimazaki:
Nel cuore di Yamato
Il peso dei segreti

Infine solo per ricordare che non dimentico e che, anche se parlo di altro, questo fa costantemente parte di me, ogni giorno.