E’ riuscita a farmi fare quello che ultimamente nessuno riesce. Farmi muovere. E ha fatto bene.
Sabato tardo pomeriggio mi son ritrovata a Bergamo a cercare la libreria Mondadori perché c’era Stefania e la presentazione del suo secondo libro.
Un pomeriggio freddo e grigio fuori, ma caldo e piacevole dentro. Persone sorridenti, il parlare del libro come se fossimo a un tavolo conviviale e parlassimo del più e del meno. E poi Stefania. Se dovessi descriverla, direi “l’intensità vestita di leggerezza”.
Ho un solo rammarico, non aver potuto fermarmi a cena ma aprile è vicino…
Il suo blog si chiama “Signora si nasce“. Lei lo è.
Conoscerti dal vero e non solo dalle pagine di un blog è stato un momento importante. Nulla accade per caso.
Respiro.
Come se fossi sulla cima di una montagna o in riva al mare e l’aria impregnata di salsedine mi si posasse sulla pelle.
Respiro e sospiro.
Dicono che la bellezza sta negli occhi di chi guarda, e oggi io vedo una sconfinata bellezza. Non nego, nel mio scrutar noto anche ipocrisia, disonesta e bruttezza, ma queste non fanno altro che far risaltare ancor di più l’armonia luminosa che percepisco intorno a me.
E niente… solo questo. Sentivo il bisogno, in questo giorno che il sole mi scalda le spalle, di scrivere di niente e di sorrisi, di calore e di respiri, di persone e di luce, di lasciar i pesi fuori e limitarmi a assaporare questi cinque minuti di pausa.
La foto lo so… ma io son così, mentre dico cose serie un po’ di coglioneria mi parte. E poi, in effetti, a guardarla bene, un pò lo sono davvero così, cogliona intendo.
Leggere apre la mente.
Leggere dà piacere.
Leggere da oggi apre anche altro e diversifica il piacere.
Clayton Cubitt è un artista newyorkese. Un giorno si è alzato, si è dato una grattatina in testa, ha sistemato i gioielli di famiglia e a quel punto si è posto una domanda: “Chissà come legge un libro una donna con un vibratore all’interno del corpo?“. Diciamolo son domande che spesso ti poni la mattina. Clayton oltre che a porsela l’ha messa in pratica, ha creato un progetto dal nome Hysterical Literature
Lui dice che ” E’ un viaggio nella femminilità, nel dualismo mente corpo, nel contrasto tra cultura e sessualità, ma che è anche solo molto divertente da guardare”.
Io al “contrasto cultura e sessualità” mi ero persa. Tradotto in parole povere, ha preso delle modelle, le ha sedute sopra un vibratore (acceso, ma non è dato sapere a quale velocità) e ha chiesto loro di leggere davanti la telecamera (accesa, ma non è dato sapere l’effetto che ha fatto al cameraman).
Vero è divertente da guardare. La prima modella Stoya è molto carina e simpatica. Però Clayton a me il dubbio, che proprio vero non sia quell’orgasmo, un pochino viene.
Comunque va bene lo stesso. Stoya sorride, mette allegria e fa venire una gran voglia di leggere.
Anzi mi vien proprio da ripetere lo slogan della giornata nazionale per la lettura: se mi vuoi bene, regalami un libro….
Siamo ancora un popolo destinato ai politici che abbiamo. Lo dico con la stanchezza italiana, un misto di rassegnazione e rabbia. Quella stanchezza di chi ogni tanto si ferma ad osservare il mondo intorno a se, e davvero non sa come e cosa fare, schiacciato da un peso alla “Il castello” di Kafka (io sospetto che Kafka fosse di origine italiana e abbia scritto il libro per quello).
Non parlo (solo) per l’assoluzione di Scajola e del suo aver “comprato un immobile a sua insaputa”. Non parlo (solo) per lo schifo del circo mediatico politico, davvero nauseabondo, dove un leader di sinistra(?!) parla come un leader di centro destra. Non parlo (solo) della mia amministrazione comunale dove a domande e problematiche di ordine pratico ti rispondono con editti politici sterili e fini a se stessi. Non parlo (solo) della Prefettura dove a una email con richiesta: “Perfavore ci confermate il ricevimento”, non solo ti ignorano e non confermano neppure il ricevimento della email per ben due volte, ma sai che il giorno dopo hanno contattato “altri”, mentre noi siamo ancora in attesa. Non parlo (solo) della neo FCA ex Fiat, che negli anni ha spalmato la cassa integrazione su tutti noi e gli utili sugli azionisti, e ora se ne va a “pagare le tasse a londra”, facendo un metaforico gesto a ombrello a chi rimane qui.
Ma secondo voi, a Marchionne è sfuggito, o è stato volutamente esplicito alla veneta? (ve lo metto in mona)
No, non parlo solo di questo, o meglio parlo anche di questo attraverso una sciocchezza, una cosa effimera, che però mi ha fatto riflette e comprendere che se io, noi, voi, non cambieremo testa, avremo sempre la stessa tipologia di governanti, perché loro siamo noi alla fine.
Il fatto in se stesso è stupido, davvero molto stupido. Su un social, vi è un gruppo aperto, molto ampio di blogger, dove davvero trovi di tutto e di più e spesso trovo blogger che scrivono: “Nuovo post! Cerco nuovi commenti e g+1, ricambio” “mi servono follower, ricambio tutti” “Ricambio tutto!” e cosi via, e mi domando ma perché? I link dei blog portano a gente normale, come me (ok ammetto normale riferito alla mia persona a volte non è credibile), che parla al 90% di cagate (senza offesa), ma perchè questo follower di scambio? Poi ci lamentiamo dei voti di scambio…
Ecco questo piccolo fatto, stupido in se stesso, ha fatto si che pensassi alla fine “quelli al governo siamo noi”, loro sono noi, se ci prostituiamo per un follower, logico che a quei livelli ci spolpano vivi… e questo mi ha notevolmente depresso. Come possiamo avere speranza se noi siamo come e peggio di loro?
PS: Son blogger anche io e so che fa piacere avere i follower. Noi blogger siamo dei narcisi comunicatori (altrimenti scrivevamo sul vecchio e caro diario di carta chiuso a chiave nel cassetto). Ma che senso ha avere 1000 follower sulla carta e manco 10 che ti leggono?
Se non te lo porti dietro, non sei un vero uomo, uno di quelli duri, un macho per intenderci. Di cosa parlo? Ma dell’assorbente interno!
Voi pensate che io scherzi, ma Creek Stewart, avventuriero di professione, nel suo blog (solo per veri uomini) spiega come, grazie agli assorbenti interni, tu possa sopravvivere nella giungla. Il tutto corredato da foto e spiegazioni. Che sia vero che il potere del mondo stia “lì”, gira che ti rigira, ogni cosa alla fine è legata a quel “luogo”? The power to patonza insomma.
Io però Chuck Norris o Rambo non riesco ad immaginarmeli al supermercato che scelgono quale scatola di tampax comprare.
Qui sopra alcuni utilizzi “salvavita” del tampone interno, altri potete trovarli sul blog di Creek.
In ogni caso questo Creel a me sta simpatico, abbiamo vene varicose ironiche simili, alla fine del suo post domanda: “Allora, cosa hai deciso? Sei abbastanza virile da includere un tampone o due nel vostro kit di sopravvivenza? Ricordate, non è se, ma quando.”
Non trovo altra ragione per cui mi fa trovare stranezze in rete, quando non le trovo, mi fa mandare da amici in privato il nome di Casey Jenkins (vedi post precedente), e non contento da un altro amico (ciao Chiwaz) mi butta là, nei commenti, a mo’ di bomba un altro nome femminile. Kim Anami.
Ora nonostante io e l’inglese abbiamo dei grossi problemi caratteriali d’incomprensione, credetemi ho cercato di comprendere, perché voglio diventare anch’io “super hero” e salvare (solo) tutti gli uomini pheeghi del mondo!
Ultimamente io, Progenie e Costy ci siamo appassionate e dedicate al lavoro a maglia. Spesso una accanto all’altra, la sera, ci sediamo sul divano e mentre la televisione fa da sottofondo auditivo, sferruzziamo e chiacchieriamo.
Avendo una pacifica convivenza con cinque gatti, abbiamo però il “problema gomitoli”. I gomitoli hanno per i micioni di casa la stessa attrazione di una torta di profitteroles per me. Li vedono, li puntano, li vogliono ASSOLUTAMENTE.
Ed ora Casey Jenkins mi da l’idea per risolvere tale problema alla radice o meglio alla vaginite.
Abbiate pazienza, non è colpa mia, se non ci inciampo per caso in rete, qualcuno mi scrive in privato e mi butta là un nome Casey Jenkins. Insomma è un destino che mi trovi sempre di fronte a notizie “Ma perché?!”
In ogni caso sappiate che Casey Jenkins è una donna australiana che ha deciso di creare una performance artistica dal nome “Casting Off My Womb”.
Nella durata totale di 28 giorni la donna ha lavorato a maglia con il gomitolo di lana inserito nella sua vagina. Questa performance artistica è nata per “… denunciare i soprusi che le donne sono costrette a subire ogni giorno…”.
Lungi da me a questo punto esternare se ciò e davvero artistico o no, l’arte per ognuno di noi è qualcosa di diverso. Le motivazioni di questa performance son giuste, anche se un gomitolo nella vagina a me già di suo sembra un sopruso. Solo mi sorprende sempre l’umana fantasia, seppur in questo caso mi ha risolto il problema dei gatti che vogliono giocare con i gomitoli.
Erano i primi anni del 2000, era estate, frequentavamo lo stesso bar, gli stessi amici. Non so perché quella sera fu diverso, perché decise di venire a ballare con noi e perché rimase sempre vicino a me. Non so neppure come ci trovammo, incuranti di tutti gli altri, in quella notte estiva sul lago a baciarci.
Ho ancora la sensazione da “film”. Era più giovane di me, ed io non volevo più storie con uomini più giovani. Scavalcò le mie parole di difesa con le sue “Fidati” e “Credici”.
Ci trovavamo al bar, stavamo con gli amici, ridevamo, scherzavamo. Verso mezzanotte andavamo via e finivamo sempre per far l’amore in macchina. Rimanevamo lì, abbracciati, e lui, sempre, con voce bassa e calda mi cantava all’orecchio questa canzone.
Ed io ero felice. Non so se ero innamorata o no, ma sapevo di essere felice, non ricordo di essere mai stata più felice di quel periodo con un uomo.
Non so se fu per colpa delle mie paure che ripreso a salire in superficie o della sua che cominciò a paventarsi, ma finì. Non fu un bel periodo per me.
Un paio di anni dopo, ci ritrovammo con gli amici, una grigliata “chiusa”, ovvero fatta in casa su un camino. Non so spiegarvi, chi mi comprende mi comprende, dico solo elettricità da temporale, tangibile nell’aria. Lui che aspetta, fa in modo, prima di andar via di trovarci da soli perché deve parlarmi, e andiamo in un bar a farlo. E lui che mi dice delle cose così belle, e che sì, lo sa che con me non si era comportato proprio bene, e che chissà, magari, tra noi, si può vedere, provare ancora.
Io lo guardo, la tentazione c’è, la chimica c’è, stavo così bene con lui, ero così felice e lui era concreto, terreno, serio. Il problema è che nel frattempo un “amore cannibale” mi ha ghermita, son diventata prigioniera e carceriera di me stessa. Con lui non sapevo se ero stata innamorata, ma so che ero stata felice; ora ero innamorata, di un altro, ma non ero felice.
Io con gli uomini ho sempre fatto scelte sbagliate.
Ogni volta che sento questa canzone, lo penso. Penso a quelle sere in cui cantava solo per me alla luce delle stelle.
Ne scrivo oggi perché questa canzone è passata in televisione e in un attimo io son stata catapultata nelle tiepide notti estive. Sorrido. Ci sono momenti che sei contenta di aver vissuto, anche se poi non son stati indolori. Son momenti che ti hanno fatto conoscere delle persone per cui valeva la pena, in ogni caso.
Oggi lui ha famiglia e spero davvero sia felice. A volte mi domando se lui cantando “ovunque tu andrai”, già sapeva che negli anni sarebbe rimasto con me, come un ricordo che strappa un sorriso e un’emozione.
Settimana scorsa il mio corpo ha stabilito che avrei passato una nottata alternativa e fuori dagli schemi. Così mi son ritrovata al grand hotel “Pronto Soccorso”. Quella notte ho fatto delle scoperte su me stessa.
FATTO: Piegata in due dal dolore. Progenie mi sorregge e mi aiuta a camminare. Davanti all’unico ingresso pedonale del pronto soccorso ci sono due persone che incuranti “aifondano” a gogò. Progenie chiede: “Per favore dobbiamo entrare”. Persona a destra si sposta e imbecille a sinistra (d’ora in poi chiamato IS) non si sposta continuando tranquillante ad “aifonare”. Progenie chiede un’altra volta “Perfavore” e finalmente IS si sposta blaterando qualcosa indispettita.
A quel punto, sempre piegata in due, mentre cammino con la velocità di una lumaca artritica, lasciando alle mie spalle IS, sento il tono alto della mia voce esprimersi in un soave e femminile francesismo: “Ma vaffanculo“. IS, credo sorpresa, risponde contrariata alla mia pronuncia francesista e a quel punto allora gli lancio la maledizione “Ti venisse quello che ho io”. SCOPERTA: Ormai ho in Vaffa tutelativo incorporato, parte il pilota automatico, quando la sottoscritta è fuoriuso.
FATTO: Al pronto soccorso mi danno il codice giallo e un bicchierino vuoto del tè dei distributori, mi dicono: “Vada in bagno se riesce a far un pò di pipì qua dentro”. Progenie mi accompagna al bagno, nel mentre io penso “Alla faccia dei contenitori sterili”. Faccio, esco e nel mentre leggo “Si prega di chiudere la porta”.
Senza forza e sotto attacco di colica, cerco disperatamente di chiudere senza riuscirci. Progenie dice lascia perdere. Io penso e dico “Non si può, devo chiudere”. Progenie INSISTE, “Lascia perdere, ci penso io, lascia perdere”. SCOPERTA: Il dolore non cambia come sei fatta dentro.
FATTO: Il codice giallo mi fa saltare tutta la fila del pronto soccorso (per una volta sono prima!), oltre una ventina di persone, mi osservano scrisciare verso le porte del paradiso, dove il dolore sparirà. Entro, breve colloquio con una dottoressa e poco dopo puntura su natica sinistra. SCOPERTA: “V come Voltaren” altro che “V come Vendetta”
FATTO: L’antidolorifico molto lentamente si dipana nel corpo, piano piano diminuisce il dolore e quando questo accade penso “qualche giorno fa scrivevo che son disabituata alla felicità, col cazzo basta così poco, una puntura e sono felice”. SCOPERTA: La felicità è un punto di vista variabile anche all’interno dello stesso soggetto.
FATTO: Alle tre del mattino decidono che devo far anche una visita ginecolica. Al reparto di ginecologica mi visita un dottore molto carino, sembra abbia 25 anni, ma i capelli grigi fanno capire che 15 in più deve averli. Ecografia interna con gel (non scendo nel dettaglio). SCOPERTA: Quando hai il pane non hai i denti e quando hai i denti non hai il pane.
FATTO: Mi trattengono dentro il pronto soccorso fino alla mattina dopo. Stordita, dolorante continuo ad ascoltare e vedere cosa accade intorno a me, fino a che spossata per un paio d’ore crollo. SCOPERTA: la mia mente non si ferma mai e coglie aspetti del mondo esterno e li raffronta con quello personale interno. Detto in parole povere, neppure il dolore fisico mi fa smettere di essere una segaiola mentale.
Se ve lo state domandando, ve lo dico, ora sto bene. Non sarei qui altrimenti a scrivere di me più o meno seriamente e nel contempo pensare che non tutto il dolor vien per nuocere.